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Tommaso Ottonieri

Anno edizione: 2000
Pagine: 235 p.
  • EAN: 9788833912080

recensioni di Pincio, T. L'Indice del 2000, n. 05

Talvolta i titoli dei libri hanno la stessa duplice funzione che avevano i manifesti ai bei tempi delle avanguardie: indicano le cose che è giusto dire e insieme le parole più adatte per dirle. È il caso de La plastica della lingua di Tommaso Ottonieri, che sembra adottare una strategia "plastica" per spiegare - o forse sarebbe più corretto dire dispiegare - le forme assunte dalla lingua nell'epoca della plastica, dalla letteratura nel "presente deteriorabile della merce". Cosa debba intendersi per strategia plastica lo dichiara esplicitamente lo stesso autore nelle ultime pagine del libro: l'innesto di un tessuto linguistico vivo nei testi presi a campione, una scrittura critica malleabile, duttile, incline a modellarsi sul variare delle forme letterarie come fosse una seconda pelle.
Sembrerebbe la strategia di un lettore incantato che accetta scientemente di subire il plagio in ragione di quel principio per cui il linguaggio, bene o male, finisce per sedurre e resistergli serve a poco. La condiscendenza di Ottonieri assume però accenti e andamenti troppo marcati per poter veramente essere il frutto di una affascinata compiacenza verso gli stili dei tempi. L'impressione è in effetti quella di una scrittura che segue il filo di un ragionamento critico con lo scopo - solo velatamente sotterraneo - di inseguire soluzioni e suggestioni poetiche. In questo senso la vera plastica modellata nel libro è quella "pretesa di opera-mondo che da sempre è stato il 'Saggio'"; una plastica che Ottonieri rivisita come genere letterario, rifacendo il verso della cosiddetta lettura critica anziché praticarla pedissequamente.
Malgrado il tono intenzionalmente divagante e dilagante, La plastica della lingua non è però un mero esercizio di stile. Se a tratti si ha la sensazione che la lettura si eserciti un po' sopra le righe, che non cerchi propriamente testi ma pretesti, è perché il metodo usato non è tanto critico quanto fono-sensibile. Ciò che interessa a Ottonieri non è una visione sistematica e organizzata delle cose, bensì toccare le corde della lingua e farle vibrare in tutte le sue variazioni di tono, scovare i motivi di fondo di quest'epoca postrema, quei motivi arrangiati dalle letterature contemporanee ed essenzialmente riconducibili alla ricerca di un soggetto perduto e al tentativo di ritrovarlo in un mondo dall'immaginario deteriorabile. Il tutto vissuto nella convinzione che il problema dell'identità, tanto personale che collettiva, si sia ormai ristretto all'improbabile attuazione di un piano di fuga dalle posticce imitazioni di realtà in cui affogano i nostri sentimenti.
Sostanzialmente, pur vestendo i panni del "Saggio", Tommaso Ottonieri rimane fedele alla sua natura di poeta e si esibisce in un malinconico canto che potrebbe forse intitolarsi anche "Il Tempo Desolato", perché l'idea di definire il presente come "un'età postrema" sembra nascere dalla sofferta constatazione che l'adesione estetica della contro-cultura degli anni sessanta e settanta a un'estetica di massa, sebbene inevitabile, si è rivelata scelta contraddittoria e piena di insidie.
In questa prospettiva, l'assunto avanguardista di far coincidere parole e cose - lingua e plastica - giunge a mostrare come la irrealizzabilità di un'autentica letteratura di massa sia di fatto l'utopia terminale del Novecento. Le vie di fuga dalla moltitudine e dai suoi prodotti sembrano però precluse, e questo nonostante gli sforzi degli scrittori. Perché nonostante la strategie di sparizione dell'autore, o della sua regressione alla soggettività minima, nonostante le tattiche di resistenza o di immersione incosciente e beata, ci siamo fatti un mondo dove sono le cose ad avere l'ultima parola.