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Eugenio De Signoribus

Editore: Garzanti Libri
Anno edizione: 2008
Formato: Tascabile
Pagine: 663 p. , Brossura
  • EAN: 9788811679349
Innanzitutto un plauso all'editore, che ha reso disponibili a nuovi lettori libri di poesia che da tempo latitavano dai cataloghi. L'elefante garzantiano, mettendo in linea l'intera produzione di un autore nella sua piena maturità, consente di valutare ancora meglio l'effettivo valore estetico dell'opera e i rapporti di continuità e di variazione che esistono tra i diversi libri.
Una lettura complessiva non lascia dubbi: Eugenio De Signoribus, uscito quarantenne da un appartato ma tenace tirocinio alla fine degli anni ottanta, occupa ormai un posto decisivo nella letteratura italiana a cavallo dei due millenni. E l'insieme esalta la coerenza di un percorso stilistico che pure ha conosciuto varie fasi, stante invece la persistenza precoce e mai smessa di alcuni temi dominanti.
Dal punto di visto tematico, infatti, la poesia di De Signoribus si concentra fin da subito su una rete estremamente compatta e coesa: al centro, la casa (casa perduta si chiama la sezione esordiale del primo libro, Case perdute), tra necessità dell'abitare e sua impossibile realizzazione perfetta; intorno, le immagini strettamente legate della soglia, del margine, del passaggio, del bilicamento tra dentro e fuori, dell'entrata e dell'uscita, della chiusura e dell'apertura, dell'ospitalità, della fraternità e dell'estraneità: lo straniero – l'ospite – è prima di tutto il senza casa: condizione a un tempo esistenziale, psichica e storico-sociale, che riguarda il personaggio-poeta come il resto del mondo, del mondo almeno degli "appenati", e che forma un legame di condivisione etica.
Personaggio-poeta, si è detto. Precisiamo: molti testi sono gestiti da un soggetto enunciante di chiara matrice autobiografica. Ma quasi altrettanto spesso questo soggetto diventa oggetto di rappresentazione attraverso un'istanza di enunciazione neutra: diventa un "egli" oggetto del discorso. È particolarmente notevole che questo passaggio dall'io all'egli avvenga anche in alcuni decisivi testi di contenuto memoriale-autobiografico, specie nelle due stupende sezioni Giornale e Stazioni nella vita di una ronda, in cui pure resiste anche un io "autoriale". Un po' come per il Kafka di Blanchot, nell'oggettivazione dell'io c'è un intento di uscita dal sé, di condivisione patica con l'altro. Ma la permanenza, tutt'altro che euforica e anzi spesso disforica, dell'io avverte che questa esposizione del sé è dolorosa, difficile, e sempre a rischio di uscire verso il nulla, anziché verso l'altro. Ecco quindi la ricerca di un soggetto – non importa se io o egli, o di questi figura – che esprima una voce plurale, che è poi quella degli sconfitti dalla storia che si uniscono al grande coro dei morti risalente per le generazioni.
Davvero dispiace non avere in questa sede lo spazio per seguire il percorso attraverso i diversi libri, ma basti, in scorciatissima sintesi, ricordare che, se inizialmente prevale la nostalgia di un guscio-albergo, pur nella constatazione della sua impraticabilità (Case perdute si conclude con una casa bruciata) e nella insoddisfazione per un'intima chiusura intrapsichica, controbilanciata dalla condanna attraverso un registro invettivale di quel teatro del male che è il mondo degli "aquilanti" (l'immagine del teatro, con le sue maschere disanimate, sarà poi sempre per De Signoribus privilegiata metafora per il vivere inautentico e alienato sul falso palcoscenico della storia), in Istmi e chiuse la perdita della casa viene messa in relazione etica e politica con la costituzione di una comunità sotterranea di "non affidati", di non ancora vinti. La forza inerme di questa comunità ha luogo nell'ospitalità: l'ospitalità si realizza solo attraverso la lingua. Con questa lingua sofferente e corporalmente ferita, il poeta e la sua voce plurale accettano l'inattingibilità della casa (da Principio del giorno in poi) e rappresentano con forza non solo il fronte interno (psichico), ma quello esterno delle guerre che la storia mette crudelmente in scena (dalla Jugoslavia di Istmi e chiuse, all'Iraq, alla Palestina che spesso torna e che in Ronda dei conversi è al centro dell'Accorale per le terresante): sicché l'ultimo De Signoribus è anche il più politico, o sarebbe meglio dire impolitico, se pensiamo a quanto questa poesia sfugga al dispositivo autolegittimante e alla teologia politica della società di oggi in direzione di un respiro utopico che si sottrae alla rappresentazione, se non nelle sue movenze etiche.
Di qui le ragioni della scelta stilistica di De Signoribus, che ha una radice appunto etica e politica, oltre che esistenziale. Le parole usurate, consunte dalla loro collusione con il potere, vengono sostituite da una lingua straniata. In Case perdute prevale la distinzione della singola tessera lessicale (soprattutto con la deformazione morfologica), in un fondale povero, contrappuntato da una metaforica a tratti persino fauviste. Con Altre educazioni il dettato inizia a chiudersi soprattutto a livello metrico, e aumenta la presenza strutturante della rima. In Istmi e chiuse si raggiunge una modalità pienamente straniata, che fa leva su neologismi, dialettalismi, slittamenti semantici, ma soprattutto rideterminazioni semantiche di sintagmi il cui valore complessivo travalica e spiazza quello dei singoli componenti. In Principio del giorno, e poi nella Ronda, si instaura un'alternanza tra le forme più chiuse e rimate e un modo testuale ("nonversi", per l'autore) costituito da un ritmo meno scandito e assecondante le svolte del respiro, quasi a bordeggiare la prosa. La radice etica della lingua nuova è d'altronde spesso tematizzata, e non c'è forse spiegazione migliore del gesto stilistico di De Signoribus della lettura di un testo (Qui) che appartiene a una delle due sezioni inedite in chiusura di libro (Acque domestiche): "qui vi vorrei, o rari comitanti, / uguali nel pulsìo della verità / ciascuno al proprio lessico legato / alla cerca del proprio vivere // e dal vostro redento redire / rinvenire parole esiliate e vacanti / e farne strutture portanti / di queste pareti insicure // qui, nell'ètimo spento / deviato in una porta vischiosa / o in un'acqua sterile e morta, / qui farne un'ostia petrosa".
E una piccola comunità di cui questa poesia stessa è ostia, De Signoribus l'ha già creata: basterà leggere la bella antologia della critica per rendersene conto. Viene in mente quel che scriveva Paul Celan in una famosa lettera a Hans Bender: "Io non vedo alcuna differenza di principio tra una poesia e una stretta di mano". Chi abbia per avventura stretto la mano di Eugenio sa bene quanto quella presa empatica possa essere a un tempo inerme e accorata, delicata e forte. Come la sua poesia.
Paolo Zublena