Poesie. Testo a fronte. Vol. 2: 1934-1956.

Bertolt Brecht

Curatore: L. Forte
Editore: Einaudi
Anno edizione: 2005
In commercio dal: 12 aprile 2005
Pagine: LXXXVIII-1790 p., ill. , Rilegato
  • EAN: 9788844600785
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Per poche settimane della sua vita Brecht era stato ricco. Con i guadagni dell'Opera da tre soldi e di Mahagonny s'era comprato una grande casa corteggiata a lungo: immersa nel verde dell'Alta Baviera, costruita in travi e blocchi di pietra segnati dall'uso, come gli oggetti che sempre gli piacquero. Ma il mutare delle stagioni in quella dimora non poté assaporarlo perché "dopo sette settimane di schietta ricchezza lasciammo la proprietà, e subito / fuggimmo oltre confine". Così ricordano l'abitazione e il suo abbandono precipitoso i versi di Quand'ero ricco, scritti nel 1934 a Svendborg in Danimarca. Licenziando anni dopo il ciclo della Raccolta Steffin, premise loro questo motto: "Son come quello che con sé portava / sempre un mattone per mostrare al mondo / com'era stata un giorno la sua casa".
In questo passaggio dalla grande casa al nudo mattone e nella motivazione del distacco forzato da essa sta la cesura fra il Brecht di Weimar e quello dell'esilio, e anche la cifra costante che ne connota la produzione poetica dal 1934 al 1948, vale a dire il generale processo di rimpicciolimento che la investe: dalla grande forma a quella nuda e stringata, dalla "ricchezza" linguistica a un vocabolario diretto e essenziale, dal vitalismo di una natura "eroica" al paesaggio spoglio e raggelato, dalla metropoli al borgo, dalla durezza del ferro e cemento alla cedevolezza della canna, dal geniale abbozzo di teoria della radio al piccolo apparecchio a valvole che diffonde i bollettini di vittoria del nemico. Nella dittatura in atto e nella guerra che si annuncia saranno altre le cose che ingrandiranno: "Ingrandiranno / i possessi dei possidenti / e la miseria dei diseredati / i discorsi dei duci / e il silenzio dei guidati". È dunque l'epoca di violenza e di sangue a dettargli i temi, a imporgli di scegliere fra "l'entusiasmo per il melo in fiore / e l'orrore per i discorsi dell'Imbianchino". Certo la scelta è obbligata, anche se qualche arboscello continuerà a far capolino qua e là, ma c'è da restare ammirati per l'uso pressoché senza limiti di quel suo superstite "mattone": di volta in volta arma contro il nemico, memento di concretezza, pietra filosofale, misura di poesia "petrosa", pietra d'inciampo alla marcia dei potenti e dei sudditi ignari. Così l'enigmatico Pescatore di pietre, non a caso presente proprio nella Raccolta Steffin, tira su la sua rete strappata, "afferra la pietra, la solleva in alto e la mostra agli infelici".
Quella che resta dunque un'opera lirica estesissima, ben diversa dalla precedente per intonazione eppure estremamente prodiga di risultati tanto nell'insieme quanto in singoli perfetti componimenti, occupa ora il secondo e conclusivo volume delle Poesie che Einaudi pubblicate nella "Biblioteca della Pléiade", di nuovo per la cura sapiente di Luigi Forte, che vi ha premesso un denso saggio introduttivo. Come il precedente, anche questo volume è corredato da un ampio apparato critico (meritoria fatica di Elisabetta Niccolini, Paola Barbon e Silvia Ulrich) basato sulle note dei volumi corrispondenti dell'ultima edizione tedesca delle opere complete, ma spesso con integrazioni originali che tengono il debito conto degli apporti critici italiani. Oltre ai cicli più noti e consolidati, sono presenti in una larga scelta anche le poesie edite e inedite degli anni successivi al 1949, cioè alla conclusione dell'esilio vero e proprio. Le convincenti traduzioni dei testi inediti si devono a Claudio Groff, Paola Barbon, Paula Braun e Olga Cerrato. Il cambio di tonalità e quel processo di rimpicciolimento sopra accennato sembra permanere anche oltre le date ufficiali. Perché c'è da chiedersi se la condizione di esiliato del poeta cessò davvero con il suo ritorno in una terra tedesca ridotta in macerie, occupata da eserciti stranieri e divisa in due.
Consideriamo ad esempio le condizioni quotidiane dell'esistenza dell'autore. Certo la sua è una vita privilegiata. Ha di nuovo una grande e bella casa nella Chauseestrasse, un teatro tutto suo, onori pubblici. Ma se un uomo è il suo passaporto, come per conoscenza di causa affermava il Kalle dei Dialoghi di profughi, ebbene, il maggior poeta tedesco vivente ne possedeva uno austriaco, e se lo teneva anche ben stretto. E per recarsi da Berlino alla poco distante Buckow, dove aveva una casa di campagna, doveva mostrarlo all'andata e al ritorno a fiscalissimi doganieri, più simili a quelli che bloccarono la fuga di Benjamin sul confine spagnolo che a quello che trattiene il saggio Lao-tse sulla via dell'emigrazione per strappargli dolcemente la sua dottrina, come si legge nella superba poesia omonima. Anche l'aspra controversia degli anni cinquanta, con le gerarchie politico-culturali della Rdt a proposito del Faust e del patrimonio classico, ricordava inquietantemente la durezza e l'isolamento del dibattito sul realismo fra gli emigrati degli anni trenta, in cui Brecht e pochi altri dovettero cucirsi la bocca.
Se così è, allora le tarde Elegie di Buckow rispecchiano non soltanto nel titolo le Elegie di Hollywood e il perdurante spaesamento del poeta, e il luogo da cui prendono il nome finisce per essere l'ultimo grano di un rosario che infila le stazioni delle peregrinazioni dell'esiliato richiamandone le tappe vere e immaginarie già nei titoli di molte raccolte: Sonetti inglesi, Poesie cinesi, Poesie di Svendborg, Epigrammi finnici e, appunto, Elegie di Hollywood. Per la Germania insozzata dal nazismo c'è posto solo nell'accusa sprezzante delle Satire tedesche e nel lamento del Miserere, mentre per tutti i popoli e le nazioni straziate dalla "guerra dei sei anni" Brecht inventerà i «fotoepigrammi» dell'Abicì della guerra coniugando la ripresa degli emblemata barocchi al fotomontaggio del dadaismo politico di John Heartfield. Ma per l'appunto anche le vicissitudini editoriali dell'Abicì – vale a dire la pubblicazione ritardata fino al 1955 grazie all'ostilità del Consiglio culturale dell'editoria che giudicava il libro reo di pacifismo generico – parlano del perdurare dell'esilio anche nella Rdt, e paradossalmente conferiscono all'opera un qualche senso di resistenza al nuovo potere statuale.
Eppure, durante gli anni trenta e quaranta Brecht seppe riempire il vuoto che l'esilio gli faceva intorno, dopo avergli rubato teatro e pubblico, con una quantità di presenze e collaboratori indispensabili al suo modo di produrre. E questo non solo sfruttando il collettivo di energie femminili su cui si è tanto malignato – prima fra tutte Grete Steffin, la giovane proletaria berlinese intensamente amata e precocemente morta di tisi in Unione Sovietica – ma anche e soprattutto alcune fra le migliori menti dell'emigrazione tedesca. A Svendborg soggiornò a lungo e a più riprese Walter Benjamin, come anche Fritz Sternberg e Karl Korsch, il suo maestro di marxismo non conformista che lì scrisse il libro su Marx, nonché il compositore Hanns Eisler, allievo di Schoenberg e legato a Brecht dai tempi della Linea di condotta, altro testo all'epoca duramente criticato dal Partito comunista tedesco. In America ancora Eisler, e poi Günther Anders e Hannah Arendt e i francofortesi (o Frankfurturisten, secondo una più mordace definizione) che gli offriranno materia per la satira del Romanzo dei Tui e per la Turandot o il congresso degli imbiancatori. Da tutti costoro ha preso e a molti di loro ha dato: come non ricordare che Benjamin cita, con un'interpretazione a sorpresa, A coloro che verranno e altri versi brechtiani nelle tesi Sul concetto di storia, che Anders deve a lui titolo e argomento di L'uomo è antiquato, che Arendt pone il Cantico dell'uomo Baal a esergo di Vita activa, e così via?
Perfino nel momento dello scontro con avversari potenti come Lukàcs il livello del dibattito teorico fu il massimo consentito dalle circostanze. Proprio in quella occasione, nel corso di un colloquio con Benjamin, Brecht pronunciò contro Lukàcs la formula "Non allacciarsi al buon antico, ma al cattivo nuovo" che, al di là della contingenza, è una delle chiavi per intendere oggetto e forma specifici della sua produzione nei "tempi bui" del poeta in esilio. Perché questo è tanto un precetto morale quanto estetico, ed esige un lavoro di rinuncia severa e di drastica sottrazione. Che "neanche il brutto sia a buon mercato" ce lo ricorda il suo signor Keuner, disposto a spendere un patrimonio per raschiare la lacca dei suoi begli arredi per poi acquistare dei mobili miseri. Il poeta Brecht, specie quello dell'esilio, non è affatto quel re Mida che si vorrebbe, capace di mutare in oro tutto ciò che tocca, politica compresa. Semmai è vero il contrario: la rara specie di alchimia che pratica consapevolmente e dolorosamente sta tutta nella sapienza di trasformare in grigio piombo l'oro puro dei versi che fluiva naturalmente dalla sua mano. Quando la reazione gli riesce al meglio, la sua lingua depurata dal mito è forte e nuova e il precipitato poetico può toccare l'assoluta perfezione, come nel caso del Ladro di ciliegie così sospeso fra constatazione attonita dell'allegro saccheggio dei propri beni e inquieto moto di complicità del derubato con il ladro.
Anche questo volume così carico di frutti spesso aspri ma sempre nutrienti invita il lettore ad allungare la mano. Si può essere certi che il poeta lo guarderà riempirsi le tasche con simpatia, forse scuotendo appena il capo per il rammarico che di questi suoi versi ci sia ancora bisogno.
  Franco Buono