Il poeta e il principe. Ovidio e il discorso augusteo - Alessandro Barchiesi - copertina

Il poeta e il principe. Ovidio e il discorso augusteo

Alessandro Barchiesi

0 recensioni
Scrivi una recensione
Editore: Laterza
Anno edizione: 1994
In commercio dal: 7 gennaio 1994
Pagine: 356 p., Rilegato
  • EAN: 9788842043645
pagabile con 18App pagabile con Carta del Docente
Articolo acquistabile con 18App e Carta del Docente

€ 25,46

€ 29,95
(-15%)

Venduto e spedito da IBS

25 punti Premium

Attualmente non disponibile
Inserisci la tua email ti avviseremo quando sarà disponibile

Grazie, riceverai una mail appena il prodotto tornerà disponibile

Non è stato possibile elaborare la tua richiesta, riprova.

Gaia la libraia

Gaia la libraia Vuoi ricevere un'email sui tuoi prodotti preferiti? Chiedi a Gaia, la tua assistente personale


recensione di Schiesaro, A., L'Indice 1994, n.10

Nel luogo tradizionalmente dedicato alle manovre degli eserciti di Roma, il Campo Marzio, gli scavi archeologici hanno portato alla luce un "orologio di Augusto" collegato al monumento emblematico della cultura augustea, l'Ara pacis. Questa collocazione densa di valori simbolici attesta a sufficienza l'importanza ufficiale del grande obelisco, usato come meridiana per misurare lo scorrere del tempo. Non mancano segnali anche più espliciti: nell'arco dell'anno, infatti, l'orologio assegna un ruolo particolare a due date solenni, il compleanno del principe Augusto, e l'entrata del sole in Capricorno, il suo segno zodiacale. Anche il tempo, mentre Roma si adatta gradualmente al nuovo assetto politico e costituzionale dell'impero, si fa "augusteo". Al calendario di Roma e delle sue feste Ovidio dedica un monumento fatto di parole, un lungo poema che solo l'esilio impostogli dal principe ormai ostile lo costrinse a interrompere a metà strada, al mese di giugno. Mese per mese, giorno per giorno, i sei libri dei "Fasti" compongono una storia di Roma raccontata per episodi, esempi e riti più o meno famosi. Si spiega soprattutto così, con il carattere insolito del tema e anche della forma esterna dell'opera (in cui a ogni mese è dedicato un libro intero), la fortuna critica discontinua che ha accompagnato la ricezione moderna dei "Fasti". Sembrava tutto sommato facile scorporare questo ingombrante calendario in versi dal resto della produzione ovidiana - l'epos stravagante delle "Metamorfosi", l'elegia sagace degli "Amori" e dell'"Arte d'amare" - e considerarlo piuttosto un repertorio prezioso di curiosità etnografiche e antropologiche. Non è un caso che si debba proprio a Sir James Frazer, l'autore del "Ramo d'oro", un'edizione dei "Fasti" che ne esplora a fondo il valore documentario. E neppure è un caso che nel clima attuale di interesse per le relazioni intricate tra politica e poesia nella Roma imperiale, un settore di studi che da qualche anno si è aperto a creative sollecitazioni di metodo, i "Fasti" tornino al centro dell'attenzione. Proprio nella capacità di impostare in modo aggiornato il problema teorico generale che sovrintende alla lettura di quest'opera sta il valore principale del libro di Barchiesi, ricco peraltro di importanti contributi esegetici. Lo studioso della cultura augustea sta imparando rapidamente a ignorare gli steccati artificiali che pretendono di tenere lontane discipline diverse. Per citare un solo esempio, è indubbio che Augusto e il potere delle immagini, il libro in cui Paul Zanker analizza i programmi iconografici ufficiali e le immagini quotidiane della Roma del principe, costituisce uno strumento indispensabile anche per il lettore di poesia augustea. Barchiesi offre in questo saggio, e soprattutto nei capitoli che lo introducono e lo concludono, una visione a tutto tondo dell'augusteismo. Importa soprattutto svincolare il discorso critico, osserva Barchiesi, da una dicotomia che sembra inevitabile, ma che a ben vedere è tale solo se si accettano alcuni presupposti piuttosto rigidi: che la cultura augustea debba necessariamente essere pro o contro Augusto, soggetta a imposizioni e restrizioni o invece ostile, pronta a sfruttare i margini di ambiguità del testo letterario per ricavare spazi di resistenza se non di vera e propria opposizione. Costretti a una classificazione forzosa, molti dei testi centrali di quest'epoca sacrificano gran parte della loro complessità. Scegliere tra un'"Eneide" propagandista, per esempio, e una d'opposizione, significa certamente far evaporare la tensione, a tratti violenta, che sospende il poema virgiliano in un equilibrio precario, contraddittorio. Gli studi più attenti e innovativi degli ultimi anni (soprattutto inglesi e statunitensi) hanno insegnato a leggere i processi di formazione della cultura "augustea" come un fenomeno lento e complicato in cui, poeti e letterati forniscono alcuni tasselli essenziali, influenzano e vengono influenzati, contribuendo essi stessi a formare un immaginario augusteo che solo progressivamente si cristallizza in norma e regola, in una mitologia dominata dal ritorno all'antico (anche in forma antiquaria), dalle origini, dal Fondatore.
Barchiesi richiama costantemente l'attenzione sull'ironia che soffonde il poema, sulle numerose incongruenze tra la solennità che, si presume, il poeta dovrebbe rispettare nel descrivere momenti importanti della vita religiosa di Roma, e il trattamento invece arguto, talora scanzonato, che caratterizza molte sezioni dei "Fasti". Ma, appunto, Barchiesi evita di leggere per forza, in questa decostruzione sofisticata dell'"ufficialità", una vera e propria sovversione antiaugustea. Per quanto il poeta difenda con questi strumenti espressivi un suo spazio "privato", si deve riconoscere che la sua opera si muove pur sempre all'interno di un universo discorsivo delimitato comunque da interessi e preoccupazioni che sappiamo comuni a un'ideologia culturale e politica. Più che di un Ovidio d'opposizione, quindi, dovremo parlare piuttosto di un Ovidio attento a modulare all'interno del discorso augusteo una voce personale, pronto a fare della distanza ironica uno strumento di caratterizzazione individuale più che di ribellione in codice.
In questa lettura ravvicinata, lontana dalle semplificazioni formulari, i "Fasti" recuperano anche la propria originalità espressiva, e vedono pienamente riconosciuta, per esempio, l'ambizione callimachea di un poema che pure si presenta nelle dimensioni ampie dell'epos. Callimaco rappresenta per la poesia romana aurea il modello principale dell'eleganza ellenistica. I "Fasti" guardano soprattutto alla lezione degli "Aitia", un poema non breve in cui episodi in apparenza slegati tra loro suggeriscono al lettore accostamenti tematici suggestivi, e nello stesso tempo impongono a storie diverse, messe una in fila all'altra, una coesistenza forzosa che produce accostamenti e contrapposizioni, simmetrie e contrasti ricchi di senso. Come le "Metamorfosi", anche i "Fasti" uniscono la passione per il dettaglio, per la breve storia ben costruita ("callimachea", appunto), con un impianto di vasto respiro, un tentativo di abbracciare nelle forme generose dell'epica - magari usando, per spiazzare il lettore, i distici propri dell'erotismo elegiaco - una materia vasta e multiforme: il passato (e quindi il presente) della Roma di Augusto.
Note legali