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recensione di Barrett, D., L'Indice 1992, n. 6

Molto ben fatto, molto piacevole, molto intertestuale: "Possessione" di Antonia S. Byatt ha qualcosa di "Il professore va al congresso" di David Lodge, di "Il nome della rosa" di Umberto Eco, di "La donna del tenente francese" di John Fowles, e molto della sceneggiatura di Harold Pinter per la versione cinematografica del romanzo di Fowles. Volendo caratterizzarlo un po' meglio, potremmo dire che forse il libro della Byatt vuole essere non letteratura, ma riflessione arguta sulla letteratura, e che quindi come tale va letto. Questo naturalmente vale per qualunque romanzo postmoderno, ma non direi che "Possessione" rientri in questa categoria (si autodefinisce 'romance', storia romantica, quindi nŠ "romanzo" nŠ "postmoderno"): di postmoderno ci sono solo i malesseri dei protagonisti contemporanei ("Come sarebbe bello non desiderare nulla"), e l'autrice è troppo smaliziata per prenderli sul serio. Il recensore americano che l'ha paragonato ai romanzi di Stendhal e di Joyce ha decisamente sbagliato a classificarlo, e stupisce che proprio questa recensione sia citata sul retro di copertina dell'edizione americana. Come Eco e Lodge, la Byatt è in primo luogo un critico letterario, e tale rimane anche quando scrive narrativa. Troppo avveduta e intelligente per puntare a un tipo di romanzo del calibro di, poniamo, "Quel che resta del giorno" di Kasuo Ishiguru (un altro vincitore del Booker Prize), ci offre invece un esempio perfettamente riuscito di quello che sembra avviarsi a diventare un genere non meno consolidato del romanzo di spionaggio o del poliziesco: la detective story accademica. Se esaminiamo "Possessione" in questa ottica, vi troviamo non il gioioso e giocoso vigore di Eco e di Lodge, ma semmai un'estetica preraffaellita, una sorta di nouvelle cuisine letteraria (di cibo si parla spesso, e sempre se ne descrive non il gusto o l'odore ma il colore e la composizione), e un'efficacissima rappresentazione di due vittoriani tipici e nello stesso tempo eccezionali, la cui figura emerge a poco a poco dalle ricerche accademiche dei protagonisti contemporanei.
Roland Mitchell, giovane critico letterario, scopre per caso una lettera del poeta vittoriano che sta studiando, Rudolph Henry Ash, indirizzata a una sconosciuta; una breve ricerca rivela che l'ignota destinataria è Christabel LaMotte, anche lei poetessa vittoriana, di cui si sta occupanlo Maud Bailey, anche lei giovane critica letteraria. I due studiosi contemporanei si uniscono per seguire la storia d'amore vittoriana, e nello stesso tempo danno vita a un pallido surrogato tardo-novecento dell'amore, mentre altri studiosi gli stanno alle calcagna, avidi di nuovo materiale. Nei nomi dei due studiosi risuonano echi vittoriani mentre quelli dei due amanti vittoriani ci ricordano che loro e quelli come loro sono una specie estinta: il cognome di lui da spesso luogo a battute legate al fatto che la parola 'ash', cenere, compare nella forrnula del servizio funebre, e quello di lei, LaMotte, significa zolla o tumulo di terra.
Quanto agli altri studiosi, con i loro nomi burleschi, richiamano apertamente "Il professore va al congresso": Leonora Stern è una femminista americana studiosa di Christabel LaMotte; il professore scozzese James Blackadder, tiepido mentore di Roland, è il lento e diligente curatore dell'epistolario di Ash; Mortimer Cropper, biografo americano di Ash, paga cifre da capogiro per i cimeli del poeta; Beatrice Nest cura da ormai venticinque anni i noiosissimi diari della moglie di Ash, Ellen. Anche qui come in Lodge è sottolineato il contrasto tra gli studiosi inglesi, lenti metodici e smorti, e quelli americani sgargianti, efficienti e spregiudicati.
Come nella sceneggiatura di Pinter, gli amanti moderni sono molto meno interessanti di quelli vittoriani, e la cosa appare voluta, anche se la conseguente tesi di una scarsa consistenza della vita e della personalità di oggi (specialmente quella dei critici letterari che non credono in un "io unitario") ha a sua volta scarsa consistenza. Contraltare di Roland e Maud sono i rispettivi ex amanti, Val e Fergus, che ne rappresentano l'alternativa realista (Roland e Maud rappresentano invece il 'romance'): il loro mondo è fatto di odore di piscio di gatto (Val, l'amica di Roland) e di letti sfatti (Fergus, l'ex amante di Maud), mentre la sfera di Roland e Maud è quella delle lenzuola pulite e dell'acqua minerale. Le figure dei due avocati yuppy, Euan Macintvre e Toby Bing (che entrano in scena in seguito alla storia di Val e alla contesa per i diritti sulla corrispondenza Ash-LaMotte), fanno capire benissimo perchè gli studiosi, e la stessa Byatt, sentano il desiderio di seppellirsi nel passato e preferiscano il 'romance' al realismo.
La storia d'amore vittoriana e ispirata a quella di Marian Evans ("George Eliot") e George Henry Lewes: la vacanza naturalistica di Ash e Christabel LaMotte nello Yorkshire nel 1859 ricorda quella dei Lewes a Ilfracombe nel 1856, e il particolare dei piatti gialli in cui Ash tiene i suoi campioni botanici è tratto da una lettera di Marian Evans a Charles Bray (6 giugno 1856). C'è poi anche qualcosa della storia d'a more tra Elizabeth Barrett e Robert Browning, due poeti che si innamorarono prima per interposti scritti e poi di persona.
Le parti contemporanee e quelle vittoriane sono legate da una serie di corrispondenze (al triangolo vittoriano Randolph Ash - Ellen Ash - Christabel LaMotte, per esempio, corrisponde quello contemporaneo Roland-Val-Maud), e proprio la possibilità di cogliere queste corrispondenze, e gli echi vittoriani, è per i lettore fonte di piacere, un po' come risolversi un cruciverba.
La 'possession' del titolo è sia possesso, di cose e di persone, sia possessione diabolica: in questo secondo senso Ash è posseduto da Christabel LaMotte, mentre Roland, Cropper Beatrice Nest e gli altri sono posseduti da Ash, oggetto dei loro studi e delle loro ossessioni, e a loro volta cercano di entrare in possesso di cimeli dello stesso Ash, con un feticismo ai limiti della necrofilia (si veda la scena emblematica in cui Cropper verso la fine del libro, si mette a scavare nella tomba di Ash).
Possessione è anche la storia del genere 'romance' (in quanto opposto al romanzo realistico), un genere che ha le sue radici nella mitologia, nelle favole, nelle novelle popolari, tutte forme a cui qui si fa continuo riferimento e di cui sono riportati esernpi. Proprio in questi racconti, che sono tra le pagine meglio scritte del libro, risiede in gran parte la sua ricchezza simbolica: così per esempio il racconto di Gode, la governante dello zio bretone di Christabel LaMotte, anticipa apertamente la storia della stessa LaMotte, preparandoci a comprenderne tutta la commovente e universale semplicità.
Ed è anche , e forse soprattutto, la storia del montaggio del racconto stesso. L'onnisciente narratore in terza persona che da il via alla storia scrivendo dal punto di vista di Roland sembra rispettare una regola non dichiarata per cui questo tipo di narrazione verrà riservato alla storia contemporanea, mentre quella vittoriana emergerà da lettere e diari, quand'ecco che, al momento della fuga di Ash e LaMotte, lo stesso narratore si mette a raccontare dal punto di vista di Ash: la sorpresa narrativa si ripete nel post scriptum, la cui incisiva efficacia nasce proprio dal fatto che quest'ultimo episodio è noto solo al narratore e al lettore.
La narrazione si presenta come un mosaico di materiale documentario cucito assieme dall'onnisciente narratore: la poesia di Ash e LaMotte; le loro lettere, i racconti di Christabel la biografia di Ash scritta da Mortimer Cropper; il diario di Ellen Ash; il commento di Leonora Stern alla poesia di LaMotte, il diario dell'amica di Christabel, Blanche Glover, e la lettera che questa scrive prima di suicidarsi; il diario di Sabine, la cugina bretone di Christabel. In realtà tutto il "materiale documentario" è frutto dell'abilità della Byatt nell'arte del pastiche e dell'imitazione, realizzati con una simpatia e una misura che escludono ogni sconfinamento nella parodia o nella satira.
Tradurre un testo così pieno di riferimenti ad altri testi e di imitazioni di altri stili è impresa particolarmente difficile: Anna Nadotti e Fausto Galuzzi trovano soluzioni brillanti e riescono a rendere per quanto possibile il senso e la sottigliezza dell'originale, anche se le pur utili note spostano un po' il tiro, rendendo la versione italiana ancor più simile a "La donna del tenente francese" e dando l'idea di un classico riconosciuto.
"Possessione" è certo un romanzo avvincente e di piacevolissima lettura, ma alla lunga ci si stanca di tutti quei riferimenti colti, di quell'aria di complicità tra autore e lettore, sempre intenti a congratularsi a vicenda per il loro acume critico e la loro conoscenza di ogni minuzia vittoriana. II tutto finisce per risultare un po' fatuo e superficiale, è proprio qui ha sbagliato il critico che su "The Los Angeles Times Book Review" ha tirato in ballo Joyce: perchè nell' "Ulisse", dietro ai giochi linguistici e agli ammiccamenti complici tra pochi eletti che sanno, ci sono nazioni private della loro lingua e della loro cultura c'è Leopold Bloom, uno dei personaggi più affascinanti e più attentamente delineati di tutta la storia della letteratura, mentre "Possessione" è un gioco, un abile e divertente Trivial Pursuit vittoriano. (trad. dall'inglese di Mario Trocchi)