La preda e altri racconti

Mahasweta Devi

Traduttore: F. Oddera, B. Moitra Saraf
Editore: Einaudi
Anno edizione: 2004
Pagine: 251 p., Brossura
  • EAN: 9788806167950

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La pubblicazione dei racconti di Mashaweta Devi, la più importante scrittrice bengalese dopo Tagore, va salutata come un evento significativo nel panorama editoriale italiano, in cui le opere provenienti dal subcontinente indiano sono per lo più limitate alla sola produzione in lingua inglese. Mahasweta Devi, nata a Dacca (nell'attuale Bangladesh) nel 1926 in una famiglia di intellettuali impegnati, è figura di grande spicco e carisma: insegnante, scrittrice, giornalista, autrice di più di cinquanta opere tra romanzi e raccolte di raccolti, è notissima anche per il suo impegno a favore dei diritti civili e sociali delle popolazioni tribali dell'India, ancora oggi emarginate e tenute in uno stato di semischiavitù. Devi si è formata alla scuola di Shantiniken, fondata da Tagore, la stessa da cui provengono intellettuali e artisti di fama internazionale come il regista Satyajit Ray e l'economista Amartya Sen. Militante comunista fin dagli anni dell'università, dove consegue la laurea in letteratura inglese, pubblica il primo romanzo nel 1956 e fino al 1984 insegna presso l'Università di Calcutta.

La preda non è la prima opera di Devi tradotta in italiano: nel 1996 era apparso da Theoria La cattura, un romanzo politico sulle rivolte dei braccianti tribali degli anni ottanta, oggi introvabile. In quel libro l'intento documentaristico si fondeva con l'elemento fantastico proprio della tradizione bengalese, letteraria e popolare insieme. La recente raccolta di Einaudi propone sette racconti scelti da Anna Nadotti e affidati all'ottima resa delle due traduttrici. Se, come afferma la curatrice nella postfazione, non è stata impresa da poco scegliere i testi, ancora più arduo sarà stato rendere il particolare mélange linguistico in cui scrive Devi, un bengali "contaminato" da termini hindi, inglesi, e soprattutto da locuzioni dei vari dialetti tribali. Una lingua viva, aspra, veloce, qua e là attraversata dalle osservazioni ironiche della voce narrante, una lingua che ha contribuito in maniera decisiva al successo dell'autrice.

Con La preda siamo dunque lontani dai temi e dagli ambienti cui ci ha abituati la narrativa indiana contemporanea in lingua inglese, spesso concepita per il pubblico occidentale, basata su intrecci matrimoniali fatti in serie, storie di condomini brulicanti e litigiosi e ritratti di donne inquiete delle grandi città. Qui siamo nelle regioni più interne dell'India orientale, nel fitto della giungla e della foresta, dove vivono, con leggi, costumi e lingue proprie, le popolazioni discendenti dei primi abitanti dell'India, che oggi rappresentano un sesto della popolazione totale del subcontinente. È a loro che Devi ha dedicato tutta la sua opera di scrittrice e attivista politica, opera e impegno per cui ha ricevuto, oltre a vari riconoscimenti letterari, l'equivalente indiano del premio Nobel per la pace, il Magsaypay. Le responsabilità maggiori - denuncia Devi - sono tutte del governo indiano che, dopo l'indipendenza nel 1947, invece di varare la riforma agraria che avrebbe salvato i contadini poveri, lasciò in piedi un sistema feudale che continuò a sfruttare le vite di milioni di individui. Privati della loro terra, ingannati, ritenuti inferiori persino agli animali, i tribali ancora oggi non hanno diritti. Ciò che anima la scrittura di Devi è dunque in primo luogo la difesa dei diritti e del patrimonio culturale minacciato dei tribali, che si tratti degli alberi e della foresta o della salvaguardia di usi e costumi che sono alla base della loro identità. Si capisce allora anche la scelta di una lingua ibrida, perché l'inglese per Devi non potrebbe rendere giustizia né della loro cultura né della loro anima.

Se è evidente nei racconti la tensione verso la denuncia civile, non sono tuttavia i soprusi o la violenza a essere in primo piano, quanto gli intrighi del potere, l'inganno ai danni dei più vulnerabili e soprattutto il momento della rivalsa, la messa in atto di un meccanismo di furbizia o di sfida contro i potenti. Al di là dell'opera di documentazione, Devi indaga e testimonia l'umanità dei personaggi, la loro sofferenza individuale e l'affermazione della loro dignità, come nello straordinario racconto Sementi o in quello intitolato Sale, in cui un intero villaggio è privato del sale dalla vendetta di un usuraio, o ancora nel lungo racconto La statua, in cui si narra, con un'ironia che diventa a tratti humour nero, la truffa nei confronti dei giovani tribali che lottano per l'emancipazione. Centrale nelle storie è inoltre la rete di relazioni e credenze che intercorre tra il villaggio e le riserve, tra gli uomini, le donne e le piante e gli animali della foresta, la quale non è solo sfondo bensì dentro e fuori i personaggi stessi, che ne esprimono la violenza, l'impenetrabilità e l'irriducibilità.

Sono i personaggi femminili quelli che colpiscono più profondamente, figure di grande forza, capaci di passioni e di autodeterminazione, e a cui Mahasweta Devi dà maggiore spazio e simpatia, a partire da Draupadi, protagonista del primo racconto, forse la più famosa delle sue eroine, anche grazie alla traduzione inglese di Gayatry Spivak, altra importante intellettuale bengalese. Nella storia, ambientata all'epoca delle lotte naxalite per la rivendicazione di un pezzo di terra, Draupadi è una donna della tribù santal ritenuta una pericolosa terrorista che, dopo essere stata catturata e violentata, in un gesto estremo di oltraggio all'autorità, si presenta nuda davanti al capo della polizia che ha consentito lo scempio del suo corpo, svilendo la sua autorità e virilità. Mary, la fiera meticcia protagonista del racconto che dà il titolo alla raccolta, uccide a colpi di machete un commerciante di legno che la importuna con le sue profferte. Facendogli credere di accettarle, Mary lo adesca nel folto della foresta trasformando così il predatore in preda, "la bestia più grossa". Teatro del fosco agguato è la foresta nel giorno dell'annuale festa della caccia quando, ultimato il taglio del bosco, donne e uomini si raccolgono intorno ai falò bevendo alcolici e cantando fino a notte alta, una data in cui tradizionalmente si denunciavano anche ingiustizie e oltraggi. Non sempre le donne, tenute in gran conto nella società tribale, riescono tuttavia ad affermarsi, sia pure a livello simbolico, nei confronti di chi le offende. Dulali, nella Statua, si trova a essere emarginata dalla sua stessa comunità per avere amato un bramino; mentre Dhouli per la stessa colpa è costretta a lasciare il suo bambino e darsi alla prostituzione. Eppure Dhouli trova in questo non solo un modo per sopravvivere, ma un motivo di rivalsa, diventare ammirata e ambita e soprattutto entrare a fare parte di una comunità.

Tipica della tradizione bengalese, la forma del racconto deve la sua struttura attuale a Tagore che per primo la concepì come forma artistica, scrivendo storie di vita contemporanea in un linguaggio vicino alla lingua parlata, una lingua semplice, libera da ogni retorica. Nel caso di Mashaweta Devi la forza dei racconti sta certamente nel linguaggio e nello stile, che qui perde la vena lirica e sentimentale per farsi diretto, duro e al tempo stesso ironico. Devi dà forza alla carica di ribellione e di autodeterminazione dei personaggi anche quando sono all'apparenza sconfitti, impedendo che a prevalere sia la nota di disperazione. Nel corso dei suoi prolungati soggiorni fra le popolazioni tribali, una ragazzina che a scuola aveva letto del Mahatma Gandhi e della sua battaglia a favore degli intoccabili, da lui rinominati harijan, popolo di Dio, chiese a Mahasweta Devi se anche loro avevano i loro eroi. La risposta è qui, in ciascuno di questi racconti che celebrano eroi ed eroine del popolo tribale e così facendo gli restituiscono l'orgoglio della sua identità.