Presunto innocente

Scott Turow

Traduttore: R. Rambelli
Editore: Mondadori
Anno edizione: 1991
Formato: Tascabile
Pagine: 448 p.
  • EAN: 9788804326045
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Recensioni dei clienti

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    M.T.

    21/10/2011 11:16:53

    Dopo aver letto Grisham questo legal-thriller mostra tutte le sue pecche. Innanzitutto si fa una gran fatica a ricordarsi i personaggi chiamati ora col cognome, ora col soprannome ora col nome. E poi tutte quelle minuziose descrizioni degli incontri d'alcova sembrano scadere nella pornografia. Mah! C'è di meglio...

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    stefania

    04/09/2010 14:40:28

    il legal thriller più bello mai letto in vita mia. non ho altre parole. non esiste un voto più alto del 5?! meraviglioso!!!

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    Brunaccio81

    20/11/2007 21:02:31

    Quando l'ho letto avevo già visto il film, che di per sè mi era piaciuto, il libro è molto più bello. Molto avvincente, scritto benissimo e (per chi non ha mai visto il film) finale altamente imprevedibile. Da leggere.

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    Giuliopez

    05/04/2006 12:21:38

    Gran bel libro! Avvincente e ricco di suspense...

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    Lorenzo

    08/12/2005 20:29:01

    Ho letto questo romanzo parecchio tempo fa ed ho avuto l'idea di scrivere qualcosa solo dopo due o tre anni. Non ricordo con precisione la trama e lo stile ma soltanto che è avvincente, scritto con cura; non mancano le sorprese e sono credibili. La lettura richiese quel tanto di impegno che serve per non restare con l'impressione di aver perso tempo. Mi diede soddisfazione.

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    Lele

    28/05/2005 18:31:55

    secondo me è un gran bel libro... scoprire ki è l'assassino t lascia l'amaro in bocca... penso che nessuno ci sia arrivato... o almeno, io no. è intrigante, mi ha reso partecipe, al punto quasi di sentirmi al processo. solo un esperto in legge poteva descrivere così bene un procedimento penale, con i vari retroscena, tra i colpi bassi tra accusa e difesa e i sotterfugi x evitare alcune situazioni. in poche parole. bello

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    Michela

    23/06/2004 15:18:45

    Una delusione. L'ho letto perchè il film mi era piaciuto moltissimo... ma se il film è bellissimo, il libro è invece noioso. Faticoso e prolisso. Devo congratularmi con il regista (Pakula, mi ricordo bene?) per aver cambiato un libro in meglio (non è facile, di solito i libri che diventano film cambiano in peggio).

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    Pino

    08/03/2004 15:50:50

    Mi è piaciuto parecchio, nonostante non sia un amante del giallo in tribunale. Credo che Turow sia stato in grado di avvicinare il lettore al mondo dei procedimenti penali con maestria, non rendendo mai noioso il romanzo e lasciando il dubbio su chi possa essere il vero assassino sino alla fine.

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(recensione pubblicata per l'edizione del 1987)
recensione di Gianaria, F. - Mittone, A, L'Indice 1987, n. 9

Annunciato come il best-seller dell'anno, accompagnato da voci entusiastiche, anche in Italia "Presunto innocente" di Scott Turow sbanca le classifiche. Il romanzo poliziesco, pur se saccheggiato, non sente l'usura del tempo. La sua formula, incardinata sul delitto e sull'inchiesta per scoprirlo, ancora una volta vince.
Non basta però la schiera dei fedelissimi per tributare un successo così strepitoso. Perché questo romanzo di uno sconosciuto ha mobilitato tante curiosità? È risposta sufficiente il ritmo serrato di narrazione che impone al lettore tempi accelerati di lettura? A noi pare troppo poco, di fronte a gialli strepitosi rimasti nelle gioie private dei cultori e a pezzi da antologia a nessuno noti. La struttura di "Presunto innocente", del resto, non ha nulla di innovativo, anzi con sapienza sono stati mescolati gli ingredienti nei vari stereotipi.
Innegabile è il tributo alle radici americane, cioè al giallo di azione. I personaggi sono calati nel quadro di ambiente, che dà spessore ed emozione all'atmosfera. Il linguaggio è crudo, talora spietato, la pittura di sesso, sangue e dolori carcerari ha i contorni marcati. La parte centrale del racconto, imperniata sullo svelamento dell'enigma, muta registro. Disseminate le tracce, il dibattimento è l'occasione per analizzarle, ricomporle, smembrarle, sezionarle. L'udienza termina con la conclusione giudiziaria del processo, cioè con la ricomposizione critica degli indizi. Né quest'opera di analisi storica è priva di aspetti psicologici: si potrebbe dire, con A. Christie, che sono le cellule grigie a dirigere gli attori della scena giudiziaria. Ma quante volte l'abbiamo visto nei telefilm di Perry Mason? Anche nel modo di narrare, il romanzo si allinea alla tradizione. Le due tipiche storie del poliziesco, di cui parla Todorov, quella del delitto e quella dell'inchiesta, sono rispettate. Esse si intrecciano con abilità, tinteggiate da flash-back sui rapporti privati tra il protagonista Rusty, vice procuratore distrettuale (cioè il nostro procuratore della repubblica) e l'uccisa, sua collega d'ufficio. Lo stesso Rusty viene incaricato delle indagini, ma presto ne sarà esautorato perché accusato egli stesso dell'omicidio.
I modelli consueti, a ben vedere, dopo le prime battute mostrano qualche incrinatura. L'investigatore iniziale diviene investigato e non ha successori per quel compito. Svanisce così la figura del leader dell'inchiesta, che rappresenta uno dei fondamentali archetipi del poliziesco. Nella parte centrale, dedicata allo svolgimento dell'udienza, il romanzo è corale, le voci da ascoltare si frantumano e nessuna assume funzioni trainanti. Nessuna passività intellettuale verso il protagonista-eroe, unico in grado di scoprire i misteri. Il lettore-spalla, per dirla con Sciascia, viene lasciato solo a decifrare la matassa.
Se davvero dobbiamo cercare una novità che spieghi il successo di vendite e di critica la troviamo nel quadro di ambiente. I riflettori infatti sono accesi dall'autore sul mondo giudiziario, e specificamente sul mondo dei procuratori distrettuali. L'omicidio matura tra giudici, l'imputato è un giudice, l'uccisa è un giudice, il vissuto privato dei giudici è alla ribalta come sfondo del delitto. La secolarizzazione si diffonde anche nelle zone più incontaminate della giustizia (viene a perdere gli ultimi angoli di rispetto e di incontaminazione) che diviene laica fino in fondo. Le maschere sono cadute, gli eroi dimenticati, i buoni assenti, i cattivi abbandonati. Tutti sono uomini, con vizi e virtù, nessuno migliore dell'altro, tutti mediocri, qualunque funzione esercitino. Del resto Turow sottolinea che l'esercizio della giustizia è un dovere che bisogna adempiere, e il giudice "è un burocrate del bene e del male".
Viene così spinto all'estrema conseguenza lo sfondamento compiuto in passato da molti autori, riconoscendo che anche la magistratura ha le sue pecche, non è immune da illeciti, può subire inquinamenti. Il filone da Hammet e Chandler in poi è stato ricco di spunti, ma in "Presunto innocente" si superano i confini: il delitto è comune (omicidio) tra persone (giudici) che sono in ogni caso comuni per debolezza o virtù. E la teorizzazione del disincanto: ancora una volta il giallo è metafora dell'oggi, con i principi in crisi e le persone costrette dalla mediocrità della vita. È corretto quindi che manchi l'investigatore-leader, perché nessuno può impersonarlo.
Carolyn Polhemus è un magistrato intelligente e diligente, una donna che conquista emancipazione in territori non suoi, e forse per questo perde la vita. Nel contempo è ricca di gioielli tintinnanti, di profumo leggero, di camicette di seta, di rossetti scarlatti, di unghie laccate, di seno ampio e di gambe lunghe, e sgomita, arraffa, fa carriera. Larren è il giudice dai capelli bianchi e dalla pelle nera, sorridente e rassicurante, attento ai diritti del cittadino inquisito, duro con le arroganze dell'accusa, ma si vengono a sapere particolari, sul suo passato, poco edificanti. L'avvocato Stern desta ammirazione per la razionalità dell'impegno. La fatica di cercar precedenti utili in grandi biblioteche, il coraggio in udienza, sono doverosamente ricompensati con 25.000 dollari di anticipo; molta eleganza e poco calore, solo molta professionalità. E così via con i poliziotti e i giornalisti. Il narratore-protagonista conosce la realtà e la descrive senza illusioni: troppi reati, nessun sistema sensato per fronteggiarli, brutalità e compromessi, favori politici da ricevere e restituire.
Il romanzo non si esaurisce però in una visione pessimistica del mondo e degli uomini. È sicuramente inquietante e provoca inquietudine perché diffonde anche in uno degli ultimi territori immuni, la giustizia, l'acido crudele del suo realismo. Nel contempo offre, tra le righe, riferimenti rassicuranti. Di fronte alle malattie dei singoli, il sistema politico-sociale, genericamente inteso, resiste. Turow più volte ha ribadito: "Vedo la realtà esattamente come la vede la legge". Ed allora colpe e miserie individuali perdono significato di fronte alla forza della legge. I meccanismi tengono, anche se sono imbrattate le mani che li muovono. Bisogna giudicare, anche se chi giudica è un indegno; se si deve accusare un uomo lo si farà anche se è stato un buon magistrato, se si deve assolvere un imputato lo si farà anche se si libera un colpevole. Il mondo della giustizia e quello della verità sono spesso estranei, ma ciò che conta è rispettare le regole del primo piuttosto che inseguire gli ambigui risvolti del secondo. Anche se il romanzo scorre veloce tra sangue, sesso, piccoli e grandi vizi, raffinate indagini dai risultati incerti e ambiguità irrisolte, esiste e resiste un punto di riferimento: il senso della legalità. Lì il sistema si esalta e produce rifugi a protagonisti e lettori. L'ufficio della Procura è un groviglio di vipere, ma la solidarietà corporativa si spezza non appena su uno dei suoi membri vengono a gravare indizi seri. Rusty diventa un imputato eccellente, i media e interessi particolari lo fanno diventare un capro espiatorio, ma il senso della legalità arresta la spirale.
Al laico sfuggono i dettagli del rito, ma Turow, uomo di legge prima come procuratore ed ora come avvocato, li cita e li scandisce con orgoglio. Balza alla ribalta, con suggestioni e lacune, il metodo accusatorio anglosassone cui la giustizia italiana prossimamente dovrebbe adeguarsi. La lettura del romanzo riserva a questo proposito buoni contributi didattici. E così si nota che l'ufficio dell'accusa è elettivo, che il suo titolare si affatica in campagne elettorali ed in impegni processuali che dovrebbero portarlo alla rielezione. D'altro canto l'azione penale non è obbligatoria, ma facoltativa; per cui il corso dei fascicoli può essere accelerato, rallentato, frenato salvo renderne conto a chi esercita il controllo, e cioè all'elettore.
La fase iniziale dell'inchiesta (quella del procuratore distrettuale) è brevissima e così in pochi mesi il nostro incolpato viene portato al processo. Né l'autore riporta con particolare soddisfazione la celere udienza, perché questa è la regola. Inoltre, e non è senza significato, l'imputato è libero, nonostante l'accusa gravissima di omicidio, in quanto non vi sarebbero ragioni se non punitive per incarcerarlo prima della sentenza. Egli è "presunto innocente", e sempre in questo clima si svolge il processo. Nessuna pressione per pilotare la scelta del giudice dell'udienza, tanto che viene estratto a sorte tra tutti i nominativi disponibili. Le possibili pecche dell'istruttoria hanno la naturale verifica nel dibattimento che è pubblico e tempestivo, ed in cui le parti si trovano su un piano di perfetta parità.
La fase degli interrogatori rappresenta il piatto forte della tradizione: il giudice assiste e calibra le domande delle parti. Queste sottostanno a precise norme, l'inosservanza può condurre alla loro esclusione. Il dibattito è schermaglia, abilità, studio, psicologia, ma soprattutto rispetto delle regole su cui il giudice sorveglia. La capacità sua di controllo è tanto più acuta e smaliziata in quanto ben può provenire dall'avvocatura e conoscere quindi le ragioni interne della difesa. Così come può accadere l'inverso, e il caso dell'autore insegna.
Questo è il patrimonio che sovrasta la volgarità dei fatti oggetto di giudizio e quelli dei protagonisti. Alla fiducia incrollabile per le regole ed il rito si accompagna l'indifferenza per i suoi risultati. L'interesse è accertare se Rusty è colpevole o no, non quello di conoscere chi ha ucciso. E qui nasce l'originale anomalia di questo gran bel romanzo giallo: la giustizia può anche uscire sconfitta perché non scopre il colpevole. Lo scopriranno solo i lettori. Forse.