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Un libro di racconti è un libro di racconti, e se i racconti sono magnifici, è un magnifico libro di racconti. Una tautologia che potrebbe essere recensione sufficiente. Per dar modo a chi scrive di indugiare sulla veste del libro e sul suo autore, Saadat Hasan Manto (Punjab-India 1912 - Punjab-Pakistan 1955). Solo in apparenza modesti, il formato, la grafica, l'illustrazione di copertina e quella speculare della quarta di copertina rivelano un'attentissima cura e rimandano al subcontinente senza alcun esotismo. Poi, oltre il sobrio frontespizio, il ritratto di Manto, un volto stralunato che ricorda in modo impressionante quello di Roberto Bolaño: del resto furono entrambi scrittori "selvaggi", indifferenti alle mode, surreali e ossessivamente ispirati, scomodi e solo post mortem (la stessa morte, per cirrosi epatica) riconosciuti grandi.
Giornalista e traduttore (di Victor Hugo e Oscar Wilde tra gli altri), nel 1936 Manto lascia il Punjab natale e fino al 1948 si muoverà tra Bombay e Delhi, tra Bollywood e All India Radio, scrivendo sceneggiature cinematografiche, drammi radiofonici, e racconti in urdu. Nelle date e nei luoghi che ne racchiudono la breve vita sta la tragedia di Manto. E il principale motivo ispiratore della sua opera narrativa. Dopo la Partizione che sancì l'indipendenza dal Raj britannico (1947), Manto torna a vivere in quel Punjab dov'era nato, e che apparteneva ormai in buona parte a un paese nuovo sulla mappa del subcontinente, il Pakistan. Un'inedita "terra dei puri" per un agnostico dissacratore, per uno sperimentatore dell'esistenza che sospettava di ogni religione e ideologia e ne narrava incredulo le conseguenze mortifere. "La divisione del paese divenne l'ossessione di Manto", nota il curatore nell'introduzione. E se le storie di vita che aveva scritto per il cinema e la radio avevano avuto successo, i suoi racconti ora appaiono disturbanti: non gli si perdona la denuncia implacabile della stupidità dei nazionalismi, delle crudeltà, delle violenze e dei massacri gratuiti. Né si tollera lo sguardo cristallino con cui mette in scena pregiudizi e fanatismi religiosi. Letto a distanza di vari decenni – grazie alla davvero meritoria iniziativa delle neonate edizioni Fuorilinea – Manto assume una dimensione inquietante. Non è infatti solo un lucido testimone del suo tempo, ma un precursore che ci inchioda al nostro, altrettanto denso di pregiudizi, fanatismi e tradizioni inventate.
Non sono anime morte, i personaggi di Manto, piuttosto anime divise, disperate o grottescamente sole, anime matte – fatte impazzire dalla storia – ma ha ragione Anita Desai quando scrive che "l'ironia e l'umanità di Manto lo innalzano allo stesso livello di Gogol". In questi racconti, tesi fra sottigliezza tragica e comico ardire, c'è una franchezza intellettuale che diventa grande scrittura, quell'io che ogni volta si mette in gioco e ci spiazza tanto più nella distanza temporale, perché a chi legge vien fatto di pensare: ma questo è oggi, sta parlando di noi.
Leggendo quello che è giustamente considerato un capolavoro, Toba Tek Singh, cronaca di uno scambio di matti tra India e Pakistan dopo la Partizione, si resta senza parole. Abbiamo letto pagine indimenticabili su quel non troppo lontano olocausto (Kushwant Sing, Anita Desai, Salman Rushdie, Amitav Ghosh, Bapsi Sidhwa), eppure qui si ha la sensazione di trovarsi all'origine non di una storia ma della sua stessa narrabilità. Con la vena incalzante dell'uomo di cinema, Manto ci trascina nel luogo stesso dell'assurdo, sul terreno irreale dei confini inventati, nella terra di nessuno che giace in mezzo a due fili spinati: "I secondini cercarono di usare la forza, ma Bishan Singh piantò le sue gambe gonfie sulla linea divisoria con tale fermezza che nessuno riuscì a spostarlo".
Su quei confini, fra trincee e fili spinati, Manto ambienta molti dei suoi racconti, uno stillicidio narrativo che non dà tregua, tiene viva la memoria, sollecita esami di coscienza civile: "L'anno scorso, quando il mondo si è capovolto, subito dopo la Partizione…", "Il treno speciale era partito da Amristar alle due del pomeriggio (…). L'attacco… il fuoco… la fuga… la stazione ferroviaria… gli spari… la notte…». Ma l'immaginazione narrativa di Manto – per Rushdie e Chandra un maestro del racconto moderno – va oltre, dipinge le lacerazioni e il degrado che i confini arbitrari provocano fin dentro una quotidianità che si vorrebbe integra, e si pretende distante. Scava Manto tra i riflessi delle trincee: "Fino a un paio di anni prima quel posto [Calcutta] era favoloso, pieno di gente allegra e spensierata, mentre adesso era tutto andato in malora. Quel viale frequentato da uomini e donne eleganti era il regno di delinquenti e vagabondi. (…) La violenza aveva lasciato ovunque le sue indelebili tracce. Aveva sentito dire di donne spogliate e fatte sfilare nude mentre infuriavano le sommosse, con i seni mozzati… Non era strano che tutto sembrasse così nudo e devastato, privato della sua giovinezza". Un'immagine efficacissima e poetica. Ce ne sono molte, in queste pagine di ellittica densità. Non c'è nulla da aggiungere al breve racconto, Apri! per dire di un'umanità sconfitta, di giovinezza e gioia smarrite per sempre, sui due versanti di un paese spezzato. Manto anticipa di oltre mezzo secolo l'urlo ferino e l'esattezza autentica della poesia che Arundhati Roy considera il solo vero antidoto alla violenza manipolatoria del potere.
Anna Nadotti