Traduttore: M. Nicola
Collana: Il castello
Anno edizione: 1997
In commercio dal: 2 ottobre 1997
Pagine: 168 p.
  • EAN: 9788838913532
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recensione di Martinetto, V., L'Indice 1998, n. 4

La letteratura spagnola è fra quelle di cui, in Italia, si pubblicano recenti autori di grido - penso ad esempio all'interesse per Manuel Vázquez Montalbán - e rimangono negletti alcuni classici contemporanei di grande importanza. È il caso di Ana María Matute, autrice di una trentina di opere narrative, di cui la casa editrice Sellerio ha saggiamente avviato il recupero, iniziando con uno dei romanzi più belli: "Prima memoria", uscito in Spagna nel 1959 e già una volta in Italia nel 1972 presso la casa editrice Sei (un'altra opera della Matute pubblicata in Italia risale al 1961, "Festa al Nordovest, "pubblicato da Einaudi).
Ana María Matute (nata nel 1926) appartiene a quella generazione di scrittori - fra cui Juan Goytisolo, Luís Martín Santos e Rafael Sánchez Ferlosio, anch'essi quasi sconosciuti in Italia - che si manifesta dagli anni cinquanta in poi, una volta cessato l'isolamento imposto dalla guerra civile e dalla seconda guerra mondiale. Si tratta di narratori che hanno vissuto gli anni della loro infanzia e adolescenza in pieno conflitto o durante l'atroce dopoguerra. In modo spesso traslato, a causa della censura franchista, questi autori, sebbene molto diversi fra loro, hanno rappresentato tale vissuto e messo in discussione i valori instaurati dal nuovo assetto politico del paese. Quanto ad Ana María Matute, il tema della guerra civile compare in quasi tutte le sue opere, sebbene trasfigurato allegoricamente o come telone di fondo delle vicende narrate. E così, a parte il caso di un testo del '55 - "En esta tierra" - maltrattato a tal punto dalla censura che l'autrice preferì ritirarlo, il lustro dato al paese dalla sua produzione letteraria le ha permesso di continuare a lavorare indisturbata durante tutto il regime. Fin dai precoci inizi Ana María Matute ha goduto di enorme successo ricevendo tutti i più prestigiosi premi letterari di Spagna, la massima onorificenza costituita dall'ingresso alla Real Academia Española, nonché tre candidature al premio Nobel. Curiosamente, proprio a partire dalla metà degli anni settanta - momento della fine del franchismo -, la scrittrice sembra entrare in un periodo di afasia, che è durato vent'anni fino alla clamorosa uscita, l'anno scorso, di un lungo romanzo storico dal titolo "Olvidado rey Gudú."
Oltre alla guerra, ma con la guerra variamente intrecciato, un tema costante della narrativa di Ana María Matute è quello dell'infanzia come paradiso perduto. "Prima memoria" è infatti la storia, narrata in prima persona dalla quattordicenne Matía, della perdita dell'innocenza infantile e della transizione all'età adulta vissuta come un'irreversibile iniziazione al male. Orfana di madre e abbandonata dal padre esiliatosi per ragioni politiche, la protagonista rimane sotto la tutela della nonna esigente e dispotica ed è costretta a compiere l'apprendistato alla vita in solitudine. Di temperamento sensibile e sognatore, Matía deve celare la sua tenerezza e il bisogno di affetto e protezione dietro la maschera dell'autosufficienza per sfuggire allo sguardo e al disprezzo del cugino Borja, essere arrogante e malevolo, e tuttavia suo inseparabile compagno di giochi. La vicenda è ambientata in un'isola, probabilmente Maiorca, durante la guerra, dove dei combattimenti giunge soltanto un'eco, quasi onirica, attraverso i giornali, ma in qualche modo, come un campione sotto vetro, vi si riproduce la stessa opposizione di forze nelle bande nemiche di ragazzini e comunque, simbolicamente, nella topografia piramidale che evoca quella di un regime totalitario.
Come aveva sottolineato Cesare Acutis nell'introduzione all'edizione del '72, è impossibile non leggere una valenza allegorica nella distribuzione degli spazi: in alto sorge la casa di doña Práxedes, la nonna, onniveggente - scruta l'isola con un binocolo da teatro - e onnipotente come un "caudillo." Sotto questa si estende il pendio abitato dagli uomini-sudditi, da lei controllati come marionette, disturbato dall'unica "macchia" di un appezzamento di terreno che non le appartiene. Qui si trova la casa degli emarginati dell'isola: José Taronjí, Malene e il loro figlio Manuel, che hanno fama di "rossi" e la cui ribellione passiva verrà stroncata alla fine del romanzo. José Taronjí assassinato, la moglie rapata dalle donne del villaggio e Manuel accusato ingiustamente di furto - per un inganno tramato da Borja, ma indirettamente assecondato da Matía - e rinchiuso in un riformatorio. A provocare la gelosia, ma anche l'invidia, del cugino, era stato il rapporto idilliaco di amicizia venutosi a creare fra Matía e Manuel il quale, sedicenne già provato dalla vita grama, è avvolto da un'aura di maturità rassicurante, ben diversa da quella torbida e inquietante di un mondo adulto che Matía rifiuta. Manuel rappresenta la possibilità offerta a Matía di negarsi a un'esistenza ipocrita e borghese, spezzando una coazione a ripetere per cui anche diventare donna - ne è esempio la languida e inetta zia Emilia, madre di Borja - significa la necessaria accettazione di una vita di sottomissione alla quale la nonna Práxedes vorrebbe educarla. Un'immancabile vena di pessimismo permea la voce narrante nel ricordare come l'entusiasmo della ribellione adolescenziale sia destinato al naufragio. In esplicito parallelismo con l'esito della guerra, Matía non riuscirà a cambiare strada evitando un destino che per un attimo aveva creduto di poter evadere. Il necessario scioglimento sarà rappresentato dall'amara consolazione della consapevolezza e dall'evocazione dei paradisi perduti.
Come sempre, la vicenda in se stessa potrebbe non costituire un'attrazione se non fosse per la qualità della scrittura, e l'ottima traduzione di Maria Nicola - che ha reso giustizia al romanzo, mentre quella precedente lasciava molto a desiderare - ce ne restituisce appieno il sapore. La prosa di Ana María Matute, immaginifica e suggestiva, eppure limpida ed essenziale, tesa sul filo di frasi brevi, è giocata sui tentennamenti di uno straniamento in procinto di corrompersi che si attaglia alla tormentata e contraddittoria mentalità adolescenziale rivisitata dalla voce narrante. È bene sottolineare che tutta la narrativa di Ana María Matute e "Prima memoria" in particolare, malgrado la frettolosa classificazione compiuta da qualche manuale, non è realista: i tratti del reale sono qui deformati dalla lente del punto di vista per il quale perfino gli oggetti inanimati acquistano vita diventando di volta in volta minacciosi o consolatori. Basti pensare al trattamento ultraespressivo dato agli elementi naturali - il sole, gli insetti, il mare -, agli oggetti - i brillanti sporchi che ballano al dito della nonna, il pupazzo Gorogó, l'atlante -, al piazzale dove, anni addietro, si bruciavano vivi gli ebrei, e infine al giardino che circonda la misteriosa casa sulla scogliera di Son Major, lontano parente della nonna e avventuriero "in pensione", che nell'immaginario degli adolescenti dell'isola è una figura anarchica e favolosa finché, con il venir meno dei sogni e di uno sguardo innocente, si rivela in tutta la sua imperfetta complessità umana.
Ineccepibile la maestria con cui Ana María Matute ritrae con poche incisive pennellate i protagonisti del romanzo dotandoli di valenze allegoriche così emblematiche da permetterne svariate letture. Alla nonna, anche definita dai nipoti "la bestia", sono spesso associate connotazioni animali: i suoi occhi sono "pesci tentacolari" che non guardano, ma "perlustrano" e "sferzano", o sono "due formiche che percorrono le iridi" di Matía torturandole, e le sue mani sono "artigli voraci" quando fanno crepitare i bollettini che recano notizie della guerra. La zia Emilia, con le sue "larghe mascelle di velluto bianco" e il suo "gran ventre molle", ci viene di continuo ritratta come una creatura vagamente oscena "in triste colloquio con il bicchiere color rubino" nell'abulica attesa del marito impegnato sul fronte franchista. Del "feroce zio Álvaro", con "la faccia affilata come un coltello e la bocca torta da una cicatrice", nel romanzo compaiono solo gli oggetti virili e aggressivi sparsi per casa e un palese riflesso nel figlio: "Il profilo di Borja, sottile come il filo di una daga. Borja sollevava il labbro superiore in un modo particolare, e i lunghi canini aguzzi, come bianchissimi pinoli sbucciati, gli davano un'aria feroce". Poi ci sono i fratelli Taronjí, sorta di giustizieri locali, "con i loro stivali alti, le giubbe mezze sbottonate, biondi e pallidi, con i loro rotondi occhi azzurri, da bebè mostruosi, e i grandi nasi ebraici"; c'è Lauro il Cinese, ex seminarista precettore di Borja e Matía, "senza età, sprofondato com'era in se stesso, quasi a divorarsi"; c'è Sanamo, l'anziano esotico servitore di Son Major; Sa Malene, la madre di Manuel, dai capelli rossi così fiammeggianti da bruciare gli sguardi degli uomini; l'elegantissimo e prestante Don Mayol, parroco del paese, alleato della nonna, e molte altre figure, talvolta solo sfiorate, accennate, ma immediatamente palpabili nella lettura.


recensione di Morino, A., L'Indice 1998, n. 4

In Italia, di Ana María Matute, apparve nel 1961 - presso Einaudi - "Festa al Nordovest", a otto anni dalla comparsa dell'edizione in lingua originale e quando la scrittrice spagnola aveva nel frattempo pubblicato diversi romanzi in patria molto letti e spesso premiati, come "Pequeño teatro" (1954), "Los hijos muertos" (1958) e "Primera memoria" (1959). Poi, per un buon decennio, il nome di Ana María Matute scomparve dalle nostre librerie, mentre in quelle del suo paese, proprio nello stesso periodo, nuovi titoli si susseguivano regolarmente: "Los soldados lloran de noche" (1964), "La trampa" (1969) e "La torre vigía" (1971). Da noi si aspetta per un buon decennio, fino al 1972, quando - presso la Sei - compare finalmente "Prima memoria", uno dei romanzi più belli, purtroppo dato a leggere in una traduzione che non rendeva piena giustizia alla sua prosa. Ma quella pressoché inosservata comparsa di "Prima memoria" era accompagnata da una presentazione di Cesare Acutis, il quale, l'anno prima, aveva pubblicato - presso la casa editrice universitaria Giappichelli - uno studio intitolato "Due romanzi spagnoli ("Mrs. Caldwell habla con su hijo" di C. J. Cela e "Fiesta al Nordeste" di A. M. Matute)".
All'epoca, Cesare Acutis era un giovane e brillante ispanista che si stava avvicinando alla narrativa in lingua spagnola del Novecento e, al contempo, muoveva i primi passi nell'ambito della critica strutturalista, ma sensibile soprattutto alle lezioni del formalismo russo. Infatti, nella presentazione di "Prima memoria", lì dove il romanzo viene schematizzato in una sequenza narrativa - aperta da "situazione iniziale" seguita da "tentazione", "ribellione", "tranello" e "sconfitta" -, gli insegnamenti di Propp e della sua "Morfologia della fiaba" sono implicito punto di riferimento. Tuttavia, malgrado fossero anni in cui si preferiva tenere lontano il referente dal testo analizzato, già in queste pagine critiche si dava mostra di voler - e di saper - coniugare storia e strutture, secondo una personale ottica che non sarebbe mai stata abbandonata.
Così, il romanzo di Ana María Matute veniva messo in posizione di rottura all'interno del panorama spagnolo in cui si ritrovava inserito al momento della sua pubblicazione. E, più specificamente, Cesare Acutis scriveva: "Il realismo, sotto la cui etichetta si pretende talvolta di caratterizzare in blocco, secondo un inveterato pregiudizio, la letteratura spagnola, è in verità il comune denominatore della narrativa precedente e posteriore alla guerra civile, dal romanzo sociale di anteguerra fino a tutte le manifestazioni successive al conflitto, compresa quella cui viene generalmente associata la scrittrice". In questo modo, dopo aver negato l'appartenenza di Ana María Matute al genere realista, si sottolineava la spiccata liricità - gli squarci di sole feroce sul panorama di Maiorca, i fiori divampanti di rosso acceso, il senso di mistero crudele sparso a opprimere l'isola - che contraddistingue la prosa di "Prima memoria": quel suo avvicinarsi "alla realtà deformandone i tratti fino a restituirli in una visione che sotto molti aspetti si potrebbe qualificare surrealista".
A queste premesse seguiva poi una felice esplorazione dell'intreccio, schematizzato al fine di meglio individuarvi "un rapporto tra la finzione del romanzo e una precisa realtà politica", che non sembrava "tanto quella della Spagna negli anni della guerra civile, quanto quella successiva". L'obiettivo era, naturalmente, indicare nel romanzo di Ana María Matute - anziché un ennesimo esempio di realismo - un disegno allegorico e, di qui, la "rappresentazione obliqua di una realtà che si è impediti di riprodurre direttamente".
Tuttavia "Prima memoria" non si consumava in un'allegoria attraverso cui leggere la condanna degli anni del franchismo, allorché gli interventi della censura di regime impedivano di esprimere ogni forma di dissenso. Al di là del rinvio alla particolare situazione politica in cui la Spagna versava nel '59 - quando Ana María Matute proponeva ai lettori il suo romanzo - come ancora nel '72 - quando quello stesso romanzo veniva presentato ai lettori italiani -, Cesare Acutis era consapevole di trovarsi dinanzi a un testo assai complesso. È il motivo per cui, dopo aver chiarito il funzionamento di "Prima memoria" all'interno del contesto dove era emerso, non esitava a individuarvi valenze più universali e, quindi, a definirlo "una rappresentazione emblematica della condizione umana". La sconfitta dell'eroe adolescente, l'iniziazione al male che ne segna il passaggio al mondo degli adulti, il desiderio sempre frustrato di sottrarsi alla solitudine: erano questi gli elementi individuati con maggiore spicco, i quali inducevano a osservare che "uno degli aspetti più affascinanti di "Primera memoria" consiste appunto nel suo offrirsi a varie e differenti letture".
Prima della pubblicazione di questo scritto - e di quello, più lungo e immediatamente anteriore, dedicato a Camilo José Cela e alla stessa Matute -, Cesare Acutis aveva esordito con lavori soprattutto a carattere compilativo, che, se attestano la serietà dei primi passi mossi ai confini dell'ispanismo italiano, non si traducono in un'autentica riflessione critica. Questa riflessione, che in Italia si sarebbe rivelata tra le più proficue nell'ambito della letteratura di lingua spagnola, prende l'avvio al momento dell'incontro con titoli come "Festa al Nordovest" e "Prima memoria".
A ventisei anni dalla comparsa delle pagine qui ripercorse - e a undici dalla scomparsa di chi le scrisse -, la presentazione del romanzo di Ana María Matute conserva, intatto, il suo valore introduttivo, senza che ci sia bisogno di ricorrere ad aggiornamenti o a rettifiche. E, al contempo, dà testimonianza su come fin da allora ci fosse stata da parte di Acutis la consapevolezza di avere a che fare con un'opera delle più significative fra quante la letteratura spagnola del Novecento ha saputo produrre.