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Andrea Molesini

Collana: La memoria
Anno edizione: 2013
Pagine: 295 p. , Brossura
  • EAN: 9788838930546

Recensioni dei clienti

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    Carlo

    23/05/2015 08.37.30

    Insopportabile ed è già un eufemismo. 300 pagine di "birignao" falso-fanciullesco. Una storia che, pur partendo da uno spunto narrativo interessante, non riesce in alcun modo a svilupparne la trama. Infinitamente peggiore della precedente opera di Molesini "Non tutti i bastardi sono di Vienna".

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    Massimo F.

    07/01/2014 00.32.36

    Mi ha ricordato 'La bambina che salvava i libri' capolavoro di Markus Zusak: a differenza di quest'ultimo, tuttavia, il lavoro di Molesini - pur apprezzabile - non arriva al cuore, non emoziona. Riflessioni poetiche e profonde affidate al linguaggio semplice di un bambino, per esorcizzare la violenza di un terribile finale di guerra: vere e proprie "perle" incastonate però in una storia debole (tanto nello sviluppo narrativo, quanto nei personaggi) e dai risvolti non sempre chiari per il lettore.

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    Giovanni Galeone

    08/10/2013 20.51.21

    Il libro si fa leggere, nelle 2 voci narranti quella della donna sembra più concreta e incisiva, quella del bambino più creativa. Buona l'atmosfera, la storia però non convince sino in fondo come nel precedente romanzo del Campiello, la figura di Karl non è ben definita, questo suo vagare, questi suoi segreti non ben chiari, questa Mercedes che segue i fuggitivi, un pò troppo romanzato e una conclusione debole.

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    Emanuele

    23/09/2013 21.37.49

    non si puo' dire che sia brutto, anzi.Un libro scritto con gli occhi di un bambino è affascinante ed incuriosisce, gia' dalle prime pagg. La trama forse e' un po' troppo romanzata, e a tratti poco plausibile. Quattro stelle sono francamente troppe. L'autore ci sorprendera' ancora, non ne dubito.La sua scrittura è originale e il lettore si immedesima con i personaggi. Osservo solo che si abusa della parola "puzza".

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    MARA REGONASCHI

    02/09/2013 14.48.38

    Splendido libro che racconta dall'anima di un bimbo, Pietro, e da quella di una falsa suora, costretti alla fuga dai nazisti, le impressioni della guerra e i personaggi che si affiancano loro, come Dario, che non parla mai, perché pensa che le parole sia meglio tenerle dentro lo stomaco dove stanno calde e non fanno danno, o Ernesto, frate originale e incredibilmente buono. E fra le asperità e le inquetudini della fuga molte sono le riflessioni (stupende) sulla vita e sulla morte, e sull'esistenza di Dio. Pietro ha 10 anni e sa già di non credere a Dio (ritiene che i frati siano un po' tocchi e dicano le preghiere anche di notte perché credono che Dio di notte abbia meno da fare e allora ci senta meglio. E poi ritiene che non ci voglia molto ad essere più bella della Madonna, che ha la faccia che sembra che le è appena caduto un uovo fresco per terra e non trova lo straccio per pulire). Pietro si chiede se Dio ha mai avuto fame. Pietro pensa che sia bello fare il prete, perchè quando succede qualcosa da raccontare puoi dire una scemenza e nessuno pensa che sei scemo! Anche la giovane ragazza non crede, ma cerca l'immagine di Dio per cercare il senso di ogni cosa, di ogni gesto o essere umano, perché la banalità minaccia di affondare le sue invisibili e letali radici. Anche se alla fine tutto si riduce alla piccola o grande porzione di grazia e coraggio che ci viene donata dalla sorte. La grazia e il coraggio: due cose che uno non se le può dare. Due cose di cui è intriso questo libro.

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    marcello

    29/07/2013 12.56.49

    Un piccolo-grande gioiello da leggere sommessamente e da gustare riga per riga assieme all'innocenza che si misura con le ultime tre parole.

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    gianni

    28/07/2013 20.34.12

    Ho amato moltissimo il primo romanzo di Molesini. Questa seconda prova, a parte la geniale ingenuitá di Pietro, mi sembra un libro incompiuto: mancano frammenti, passaggi, persino chiarimenti. La acutezza delle intuizioni naïf di Pietro valgono tutto il romanzo, che, alla fine, al netto dell'intreccio abbastanza povero, sembra piú una raccolta di pensieri decisamente saggi di un decenne filosofo e gioiosamente impertinente.

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    Alberto

    12/07/2013 15.09.23

    Il mio voto - 4 su 5 - è dovuto alla trama che è molto fragile, basata su questo errare dei protagonisti condotti da Karl in modo vago ed estemporaneo, senza che alla fine il segreto di Karl sia poi non dico svelato ma almeno fatto intuire. Voto 4 e non 5, ma senza le pecche di cui sopra sarebbe stato voto pieno. I capitoli narrati da Pietro sono pura poesia, come ha fatto Molesini a calarsi nei panni di un decenne?

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    claudio

    01/07/2013 14.33.50

    Forse mi è piaciuto di più il primo libro di Molesini, ma anche questo è un vero gioiello. Le due voci narranti ci portano in una corsa contro il tempo e contro gli uomini per salvare la vita negli ultimi giorni della guerra, fra le isole del veneziano e la pianura padana, con l'arrivo infine in val di Non, nel Trentino. E la voce narrante di Pietro è semplicemente eccezionale, la voce di un bambino di 10 anni, orfano di padre e di madre, che commenta questa sua grande avventura a fianco di un coetaneo ebreo, di due sorelle sempre ebree ormai anziane che sembra un tutt'uno fra di loro, di una suora che non è suora, di un frate dal cuore grande, di personaggi "strani" della Venezia minore per arrivare infine alla figura di questo tedesco disertore che scompaginerà la vita di tutti loro.

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    Renzo Montagnoli

    06/06/2013 10.16.39

    La primavera del lupo presenta alcune analogie con il precedente Non tutti i bastardi sono di Vienna (si svolge durante una guerra, non la prima guerra mondiale, bensì la seconda, e anche qui c'è un'occupazione, non quella dell'impero austriaco, ma quella senz'altro più dura e crudele del terzo Reich). Queste le analogie, poi, per il resto, è completamente diverso perfino come impostazione e struttura. La vicenda di un piccolo gruppo in fuga dai nazisti (si tratta di due bimbi, di cui uno ebreo, di due anziane sorelle, pure esse ebree, di una finta suora, a cui poi si aggregherà in circostanze drammatiche un enigmatico disertore tedesco) potrebbe fare pensare al classico romanzo d'azione, ma non è così. Infatti l'io narrante, di volta in volta, è Pietro, un bambino di dieci anni, ed Elvira, la finta suora, un'alternanza che, oltre a non stancare, dato l'inevitabile diverso modo di esprimersi, presenta i punti vista dell'infante e dell'adulto che non sono mai coincidenti. Il primo riesce istintivamente a vedere ciò che più si avvicina alla realtà, il secondo, ormai prigioniero della sua stessa logica, ha un approccio ben diverso, frutto di più di un ragionamento che lo porta ad avere una visione personale. Ma la forza straordinaria di questo romanzo sta nel linguaggio del bambino, nelle sue osservazioni che, ad differenza dell'adulto, non sono frutto di laboriose riflessioni, ma che risultano istintive, perfino nei suoi giudizi dei grandi. Scoppiettante, con frequenti colpi di scena, con un ritmo sostenuto e diverso a seconda dell'io narrante, per dirla con l'autore se Non tutti i bastardi sono di Vienna è paragonabile a un'opera di musica classica, La primavera del lupo è invece vero e proprio jazz, ma mai stridente e perfettamente raccordato in un equilibrio armonico di rara efficacia. Credo che non sia necessario aggiungere altro, perché quando un'opera parla da sé, con le sue qualità, è solo opportuno evidenziarne gli aspetti salienti. .

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    eugenio villanova

    24/05/2013 10.18.21

    Due voci narranti si alternano nel romanzo, quella di un decenne, Pietro, ragazzo che non vuole il diminutivo ino , e una donna , che fuggono dai tedeschi mentre la guerra finisce anche nel nord Italia. La prima è una voce poetica, con toni bizzarri e visioni particolari della realtà, molto icastiche , la voce dello scrittore narrante che non si vuole però identificare del tutto. E' anche la parte più ampia e la parte migliore, a mio giudizio. La seconda, quella della donna, racconta i fatti in modo più realistico e comprensibile. Attorno a loro i fatti crudeli della guerra, persone che muoiono ammazzate, e due personaggi collaterali, Dario, amico di Pietro, e Franz , un tedesco disperso, forse disertore, al quale i bombardamenti americani hanno distrutto la famiglia e la casa. Molto bello

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