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Il principe Zaleski

Matthew Phipps Shiel

Traduttore: A. Carapezza
Collana: La memoria
Anno edizione: 1986
Pagine: 144 p.
  • EAN: 9788838903571
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scheda di Scatasta, G., L'Indice 1986, n.10

Rodolfo Wilcock ricordava come le opere di Shiel venissero riscoperte in media ogni vent'anni: nel 1928 negli Stati Uniti furono ripubblicati in pochi mesi trenta dei suoi romanzi; nel 1948, un anno dopo la morte di Shiel, buona parte delle sue opere furono ristampate; negli anni Sessanta si ebbe l'ultimo grande revival di Shiel e fu tradotto in italiano "The Purple Cloud" ("La nube purpurea", a cura di Rodolfo Wilcock, Adelphi, Milano 1967, poi ristampato negli Oscar Mondadori e nei Tascabili Bompiani. Un altro romanzo di Shiel tradotto in italiano da Giovanni Pasetti è "L'isola degli inganni", Serra e Riva, Milano 1979). Se questa profezia è esatta, dovrebbe essere già rinato l'interesse per le opere di questo scrittore inglese, unico figlio maschio di un pastore metodista nato il 21 luglio 1865 nell'isola Monserrat, nei Caraibi. Ed infatti Sellerio pubblica ora tre racconti polizieschi che hanno come protagonista il misterioso principe russo Zaleski scritti da Shiel nel 1895, all'inizio della sua carriera letteraria.
A prima vista, il principe Zaleski potrebbe sembrare uno Sherlock Holmes che si è lasciato affascinare dai piaceri della decadenza. Secondo la testimonianza di Watson in "Uno studio in rosso", lo Sherlock Holmes di Conan Doyle conosce perfettamente chimica, diritto britannico, anatomia, botanica, geologia e letteratura sensazionale ed ignora completamente letteratura, filosofia, astronomia e politica. Il principe Zaleski invece sa praticamente tutto, in particolare ciò che per i suoi contemporanei è inutile sapere, e quello che non sa lo indovina: è in grado di raccontare la storia di un'illustre famiglia inglese dal XVI secolo in poi, di leggere geroglifici antichissimi, di comprendere il senso di una misteriosa tavoletta la cui decifrazione richiede la conoscenza del greco, del latino e di altre svariate lingue, nonché della mitologia e della storia greca e conosce perfettamente la gemmologia. Se Sherlock Holmes suona il violino, Zaleski suona l'organo; se Sherlock Holmes fa uso di cocaina, Zaleski, ben più decadente, si inebria di hashish. Se Holmes vive da solo in una prosaica stanza d'affitto in Baker Street 221/b, Zaleski vive insieme al suo servitore negro Ham in un palazzo tenebroso e quasi in rovina, isolato dal resto dell'umanità.
In effetti però, più che di parodia, si dovrebbe parlare di rivalità: Zaleski non ridicolizza Holmes, vuole semplicemente essere qualcos'altro, un detective ascientifico, filosofico, mistico, aristocratico. Quando infatti Shiel sostiene che Zaleski è l'unico figlio legittimo del Dupin di Edgar Allan Poe, mentre Sherlock Holmes ne è solo il figlio illegittimo, egli prende certamente un grosso abbaglio, ma ci fornisce una traccia per comprendere quali sono i veri progenitori di Zaleski. Nelle sue indagini Dupin procede in modo abbastanza simile a Sherlock Holmes: entrambi si basano sui particolari scartati dall'inchiesta ufficiale, osservando con estrema attenzione i dettagli, entrambi con un ferreo ragionamento arrivano alla scoperta del colpevole ed allo scioglimento del mistero. Il metodo di Zaleski è più simile ad una trance ipnotica: procede per folgorazioni, connessioni di idee, ragionamenti stupefacenti e paradossali. Il padre di Zaleski non è Dupin, ma il conte di Montecristo o un altro qualsiasi degli eroi maledetti e fatali che attraversano il romanzo popolare ottocentesco, oppure quei tenebrosi nobili decaduti che incontriamo nei racconti non polizieschi di Poe; la sua casa non è costruita sul modello di quella borghese di Dupin, da cui invece discende direttamente quella di Sherlock Holmes, ma di quella assurda ed infinita del protagonista di "The Assignation*, un altro racconto di Poe, nella quale sono raccolti "alcuni dipinti, dai greci a Cimabue e da Cimabue ai nostri giorni" insieme a sfingi egizie, incensieri arabi, colonne ioniche, tappeti d'oro, sculture classiche o neoclassiche ed ogni sorta di incredibili commistioni. Anche Zaleski è un eccentrico collezionista e nel suo palazzo fatiscente sono ammucchiati l'uno accanto all'altro gemme gnostiche, anfore greco-etrusche, tavolette in alfabeto runico, oggetti preistorici, reliquiari medievali e perfino un'antica mummia di Menfi. Zaleski non è dunque una parodia di Sherlock Holmes, n‚, come voleva Shiel, il vero erede di Dupin ma piuttosto, come scrive giustamente il curatore del volume Attilio Carapezza, un detective tipicamente fin de siécle, un investigatore atipico che indica una delle possibili vie che il racconto poliziesco avrebbe potuto percorrere e che invece non ha mai seguito. Trionferà invece negli anni successivi la linea raziocinante, abduttiva di Dupin e di Sherlock Holmes, n‚ tantomeno ci sarà spazio per un detective alla Zaleski nel giallo americano d'azione (anche se Hammett fu un grande ammiratore di Shiel). I surrealisti, gli unici forse che avrebbero potuto apprezzare ed utilizzare il delirio interpretativo di Zaleski, probabilmente non lo conobbero mai, o gli preferirono personaggi più sfrenatamente visionari, quali Fantomas.
E del resto Shiel, pur se autore di romanzi popolari (fu lui a coniare l'espressione "pericolo giallo" nel suo romanzo "The Yellow Danger" del 1898), non fu mai uno scrittore di successo; colpa probabilmente del suo stile, secondo Wilcock, stracarico, che a tratti raggiunge i confini (...) tra la metafora e il delirio", uno stile che non si cura di aderire alla narrazione ma eccede continuamente, divaga, è curato fino all'ossessione. Ma anche chi non dovesse apprezzare il modo di scrivere di Shiel, non può non rimanere colpito dalle trame dei suoi racconti: a parte "La nube purpurea", che ha come sfondo la fine del mondo e la sua rinascita, in altri racconti di Shiel si parla, come riferisce Wilcock, "di un operaio che viene stuprato la sera delle nozze dalla cognata morta, di un cadavere imbalsamato che si trasforma in un gigantesco gatto coperto di piume rosse" oppure, come in uno di questi racconti del principe Zaleski scritti nel 1895, di una misteriosa setta chiamata SS che ha come scopo la purificazione del mondo. O comunque non si può non essere incuriositi dalla vita di questo eccentrico personaggio che il padre elesse a quindici anni re di Redonda, un'isoletta dei Caraibi mai reclamata da nessuno stato, e che trascorse i suoi ultimi anni a porre le basi di una nuova religione che avrebbe dovuto sostituire il cristianesimo ed a scrivere una biografia su Gesù in cui fra l'altro si dimostrava che l'apostolo Paolo non era altri che Lazzaro.

Perfetto decadente fin de siècle, il principe Zaleski scioglie trame misteriose col cervello e un po' di magia, annoiandosi molto.

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    aristide

    15/10/2013 15.30.46

    Nato dalle suggestioni offerte dalla figura di Sherlock Holmes, verso cui in qualche modo si pone come "concorrente" e incastonato in una struttura narrativa che omaggia l'arte del dénoument del maestro E.A. Poe, il personaggio di Zaleski risponde all'immaginario del "detective decadente": solitario e misterioso, esteta raffinato e erudito, dissoluto nei costumi ma lucido e infallibile nella risoluzione degli enigmi. Come vuole la retorica del genere, Zaleski si trova alle prese con avvenimenti e delitti all'apparenza del tutto inspiegabili: l'assassinio di un nobile sbrigativamente accantonato dalla polizia, i misteri di una rara pietra "magica" e un eccidio internazionale di innocenti. Ad affiancarlo nelle indagini c'è lo stesso Shiel che si introduce nelle vicende come una sorta di "Watson" affascinato dal misticheggiante indagatore e, insieme, come narratore in prima persona degli eventi. Zaleski accetta i singoli casi con la freddezza del risolutore di rompicapi: partendo dai pochi indizi tratti dalla cronaca e dai reperti in possesso del fido Shiel, il detective ricompone ogni volta il puzzle affiancando uno dopo l'altro i pezzi che al suo collaboratore appaiono privi di qualunque connessione che non sia l'assurdo. Se c'è una nota negativa è che ciascun racconto ha spesso l'aria dell'esercizio di stile. Shiel se ne rende conto e così, vicino alle raziocinanti descrizioni dei fatti, giustappone gli iperbolici discorsi del principe, diversivo utilizzato per divagare dal prestabilito svolgimento della narrazione. E, come a voler controbilanciare la ferrea razionalità con cui opera Zaleski, l'autore riporta i vaneggianti proclami del veggente indagatore anche per suggerirci che la compita razionalità con cui si svela un arcano non è altrettanto utile per sopperire alla tragicità della condizione umana."L'individuo procede con dolore. Spreca le sue energie nella lotta per la qualità, per il potere, per l'aria, e tuttavia non riesce a sfuggire all'asfissia".

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