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Prove di paura. Barbari, marginali, ribelli

Livio Pepino

Collana: I ricci
Anno edizione: 2015
Pagine: 192 p., Brossura
  • EAN: 9788865790922
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Con questo libro, agile denso e appassionato, la limpida penna di Livio Pepino si interroga sulle questioni di fondo dell'ingegneria istituzionale di una società che voglia essere ordinata, ma anche giusta e rispettosa del principio di uguaglianza. Il diritto odierno, in particolare quello penale, è capace di assicurare un simile risultato oppure, in Italia come altrove, è lo strumento attraverso cui le diseguaglianze si accentuano insieme alle insicurezze collettive? E quanto la paura ‒ spesso fomentata ad arte da media sempre più pervasivi e onnipotenti ‒ determina divisione, esclusione e odio nei confronti dell'altro, creando individualizzazione utile soltanto a chi teme che la solidarietà sociale possa rovesciare quell'assetto di potere che non cessa di accrescere a dismisura le disparità economiche fra le persone? E, d'altronde, il diritto penale di oggi, così come quello di ieri, non è forse alimentato da una paura che a sua volta alimenta, in una spirale crescente di terrore indotto che finisce per accanirsi sempre contro gli stessi, ossia i marginali, pericolosi per definizione? Sono questi gli interrogativi con cui l'autore si misura. La storia che Pepino racconta è quella di un'Italia le cui politiche penali hanno virato per un brevissimo lasso di tempo ‒ coincidente con quel periodo aureo delle riforme sociali che altrove è stato chiamato della "sharing prosperity" ossia della prosperità condivisa ‒ verso un paradigma di inclusione e di rammendo sociale, per essere tosto rimpiazzate da una nuova ondata securitaria di oltreoceanica origine, più intollerante ed escludente che mai, che insieme alla paura per l'altro ha riacceso lacerazioni sociali e diseguaglianze. È un racconto che si dipana attraverso l'uso di materiale d'archivio, quali articoli di testate giornalistiche ormai dimenticate (ma che in un passato assai prossimo hanno rappresentato l'identità politica di intere comunità di persone) come la gloriosa "Gazzetta del Popolo" di Torino; o tramite il ricorso alle memorie personali di chi ha avuto la fortuna di vivere in una Torino guidata da un sindaco illuminato come Diego Novelli, capace per esempio di rifuggire dall'invocazione della pura repressione di fronte a una criminalità giovanile in ascesa. Le strade percorse nel 1976 dal primo cittadino torinese furono infatti strade di recupero collettivo, partecipato, che non soltanto si rivelarono efficaci sotto il profilo della sicurezza, perché i reati commessi dai minorenni diminuirono, ma che soprattutto crearono coesione sociale e una cultura di sostegno dei più vulnerabili. Si trattava di una via assai diversa da quella che di lì a poco gli Stati Uniti ci avrebbero indicato con successo e che in ipotesi analoghe significò in America la condanna all'ergastolo effettivo (ossia davvero a vita) per migliaia di rei bambini (2600 nel 2008), perfino al di sotto dei 14 anni. La breve stagione "dell'assalto al cielo", tentato in Italia negli anni settanta attraverso politiche costituzionalmente ispirate volte a ridurre la forbice delle diseguaglianze economico-sociali, fu infatti spazzata via dal sopravvento di un'ideologia meritocratica, veicolata dai neocons americani, secondo cui la ricchezza è il giusto premio per la capacità e l'intraprendenza individuale. La nuova retorica del trickle down (ovvero dell'ipotizzato sgocciolamento della ricchezza accumulata dai pochi meritevoli verso i tanti poveri senza meriti), spostando a un momento futuro e incerto l'accorciamento delle distanze fra ricchi e poveri, giustifica così per esempio l'attuale insopportabile diseguaglianza economica, che nel 2013 vede le dieci famiglie italiane più ricche possedere di più dei diciotto milioni di italiani più poveri, dopo un balzo in avanti negli ultimi cinque anni di piena crisi economica del 70 per cento della ricchezza delle prime a fronte della caduta del 20 per cento di quella dei secondi. Nuove riforme, di segno opposto rispetto a quelle degli anni settanta, sgretolano ai giorni nostri le tutele allora predisposte nei confronti dei soggetti più deboli, nei settori del lavoro, delle pensioni, della casa o financo dell'assistenza sanitaria e dell'istruzione. La nuova diffusa cultura della disuguaglianza richiede dunque uno strumento penale che sia forte con i deboli e debole con i forti, per spezzare ogni resistenza delle masse impoverite, o in via di impoverimento, nei confronti dell'odierno assetto socio-economico della disparità naturalizzata. Il diritto penale del rammendo sociale, che pur era stato avviato nel segno dell'articolo 27 della Costituzione a partire dagli anni settanta, lascia così il posto a un diritto penale del nemico, elettoralmente fruttuoso, che colpisce pesantemente tutti coloro che l'immaginario collettivo (nutrito dalle abbondanti notizie di cronaca nera dei telegiornali nazionali) si rappresenta come socialmente pericolosi. E mentre la criminalità di strada è ai minimi storici, la paura di scippi, furti e omicidi aumenta e le patrie galere si riempiono come non mai (fino al punto da essere considerate luoghi di tortura dalla Corte europea dei diritti dell'uomo per il loro sovraffollamento) di scarti sociali: migranti, tossicodipendenti e poveri, colpiti da un diritto penale che li criminalizza in quanto tali. La ex-Cirielli, con la sua forte repressione nei confronti dei più vulnerabili che recidivano, la Bossi-Fini con la sua criminalizzazione degli stranieri "diversi per legge", la Fini-Giovanardi, che punisce i tossicodipendenti, anche se utilizzatori di droghe leggere, con pene altissime, danno la stura al nostrano diritto penale dell'inferiorità sociale. Un diritto penale profondamente diseguale, che resta tale anche quando la Corte costituzionale o la Corte europea di giustizia intervengono per ridurre le asprezze di quelle normative, specchio della caccia al più debole. Le tante fattispecie costruite ad arte per punire i più vulnerabili, come per esempio l'alterazione fraudolenta al fine di evitare l'identificazione (in soldoni il caso del migrante che si bruci i polpastrelli per non dover ritornare a patire guerre o fame) o il nuovo reato di scippo, anche di pochi euro, puniti entrambi con una pena da uno a sei anni, prossima a quella prevista per la corruzione miliardaria, ne rappresentano la conferma. D'altronde proprio la corruzione, che ormai sappiamo endemica e di vastissime proporzioni, è fino ad oggi rimasta largamente impunita per la scarsa attenzione prestata dalle autorità del controllo penale a chi in fondo è "sì disonesto, ma non criminale" (Amedeo Cottino, "Disonesto, ma non criminale". La giustizia e i privilegi dei potenti, Carocci, 2005). Il diritto penale della diseguaglianza accentua la marginalità, producendo più povertà e disagio sociale là dove occorrerebbe ridurli. Il diritto penale del nemico non elimina la paura, ma la alimenta, spingendo le persone al consumo di sicurezza privata per difendersi dall'altro da sé, specie se più vulnerabile. Per questo, ci dice con saggezza Pepino, è urgente un cambio di paradigma che possa restituirci una società capace di ascolto e di solidarietà umana; una società certamente ordinata anche attraverso l'uso del diritto penale, ma giusta, in cui gli equivalenti odierni dell'assalto al forno di manzoniana memoria possano finire in maniera diversa da tante condanne per devastazione e saccheggio.   Elisabetta Grande