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Prove per un incendio

Shalom Auslander

Traduttore: E. Caporello
Editore: Guanda
Collana: Le Fenici
Anno edizione: 2013
Pagine: 319 p., Brossura
  • EAN: 9788823502499
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"Brutalizzata dai nazisti, cacciata da un ebreo: la tragica storia di una superstite". Così Solomon Kugel immagina l'ipotetico titolo della vicenda paradossale che lo vede protagonista. Kugel è un ebreo che da New York si trasferisce in una fattoria a Stockton, anonimo paese nel pieno della provincia americana, insieme alla moglie Bree e al figlio Jonah. Insieme a loro, anche la madre di Kugel, che minaccia di morire da tempo, ma che purtroppo non si è ancora risolta a farlo. La casa appena acquistata, però, cela una sorpresa sbalorditiva, una sorpresa che costituisce una fra le trovate narrative più geniali degli ultimi anni: il cattivo odore che emana dalla soffitta e i rumori che di lì provengono non sono prodotti dai topi, come in un primo momento si pensa, ma da un essere umano, una vecchia disgustosa e insopportabile di cui chiunque non esiterebbe a liberarsi. Se non fosse che il suo nome è Anne Frank. E se non fosse che a un ebreo il fatto di denunciare o sfrattare da casa propria o, peggio, volere morta una superstite che è l'immagine stessa dell'Olocausto, potrebbe porre qualche problema. Miracolosamente scampata alla persecuzione nazista, Anne Frank riferisce di essere vissuta nell'anonimato per interi decenni, convinta dal proprio editore del fatto che il successo del suo Diario derivava proprio dall'essere ritenuta una martire, la "Miss Olocausto 1945", e che un lieto finale non avrebbe fatto altro che sconfessare un best seller. Ed ecco che questa indesiderata epifania provoca dialoghi e riflessioni all'insegna di una comicità feroce, storicamente e religiosamente scorretta. Ad esempio: "'Io non so chi sei' disse lui, 'né so come sei arrivata quassù. Ma ti dico quello che so: so che Anne Frank è morta ad Auschwitz. (…) E so che sminuire la cosa, dichiarando di essere Anne Frank, non solo non è divertente, non solo è disgustoso, è anche un insulto alla memoria dei milioni di vittime dell'orrore nazista'. 'Era Begen-Belsen, deficiente' disse lei". Oppure: "'Mio figlio' avrebbe detto mamma 'che denuncia Anne Frank'. 'Dovevi proprio chiamare la polizia?' avrebbe aggiunto. 'Come mai, non avevi il numero del dottor Mengele? Non fa visite a domicilio?'". Proprio quella comicità cui Shalom Auslander ha abituato il suo pubblico con un suo libro precedente, Il lamento del prepuzio (Guanda, 2009), in cui l'autore descrive i suoi disperati tentativi di scrollarsi di dosso le proprie radici culturali, quelle di una comunità ebrea ortodossa dello stato di New York. Proprio come nel suo libro autobiografico, anche in Prove per un incendio è la figura materna a rappresentare un attaccamento alla religione dei padri che è così ossessivo al punto da farle rileggere integralmente la propria storia e da renderla protagonista delle scene più dissacratorie. La signora Kugel, infatti, è nata in America, nel 1946, eppure ritiene di aver sperimentato sulla propria pelle l'orrore nazista. Costruisce esagerazioni, invenzioni, miti, si sveglia urlando tutte le mattine, come pare facessero i prigionieri dei campi di concentramento, e tiene sempre pronte le valigie, nel caso di una prossima persecuzione. Perché "non si sa mai…". La traduzione di Elettra Caporello rende bene la comicità di Auslander. Unica scelta editoriale non condivisibile, forse, l'allontanamento dal titolo originale, Hope: A Tragedy, decisamente più denso di significato.   Silvia Ceriani  

Recensioni dei clienti

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    Fra

    31/07/2014 21.45.17

    Se vi piacciono gli autori intelligenti, sottili, irriverenti e divertenti, come solo alcuni autori ebreo-americani sanno essere, NON PERDETEVI QUESTO LIBRO. È un libro che non passa e se ne va dopo avervi fatto ridere, resta e con lui restano alcune battute e spunti memorabili.

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    claudio

    18/10/2012 08.36.27

    Ho ascoltato all'ultimo Festival della Letteratura di Mantova Shalom Auslander: già dalla capigliatura e dalla sua presentazione, capisci che non è poi uno come la maggior parte degli scrittori si pensa che sia. Irriverente è dir poco: qui riesce a prendersi gioco di un mito della Shoah come Anne Frank, mettendola -vecchia e malata- nella soffitta di una casa di campagna che vene acquistata da Solomon Klugel, in fuga dalla città. Kugel è oppresso dalla madre, sopravvissuta all'Olocausto immaginaria, che ha preso con sè in casa, assieme alla moglie e a Jonah, figlio di tre anni. Kugel, fra le varie bizzarrie, ne ha una particolare: riporta su un quadernetto le ultime frasi prima della morte di personaggi famosi. Nella soffitta di questa casa Kugel scopre niente meno che Anne Frank, che non è mai morta a Bergen Belsen, ma si è salvata: ora è vecchia e malata, ma vuole ancora scrivere un secondo libro dopo il suo famoso diario. E qui cominciano le disgrazie per Kugel, in un susseguirsi che partono da un sassolino e si trasformano in valanga. Tutto surreale, ma scritto bene, nella scia dei grandi scrittori ebrei americani.

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    Libetta

    16/03/2012 22.13.00

    Ogni romanzo che tratti la scoperta della vita da parte di un ragazzo viene rimandato a Salinger, qualsiasi storia con più di quattro parenti ed a finale triste aspira ad un paragone con l'unicità della infelicità familiare, se una protagonista giapponese si ribella probabile si rimandi alle Memorie di una geisha, qui Auslander consapevole di non potersi tirar fuori dall'essere considerato su fascette e recensioni un nipote di Philip Roth ed emulo di Woody Allen nel genere ironico/giudaico autodenigratorio, omaggia il primo citandolo in un paio di conversazioni circa Brooklyn. Assolutamente disperato ed allo stesso tempo di umorismo brillante, in costante alternarsi tra piccole tragedie di famiglia ed enormi drammi collettivi, ci ricorda come alle volte le cose di casa si trasformino fino a proporzioni ingestibili concedendosi viceversa, con talento, di barzellettare sui conclamati orrori della storia.

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