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Jacques Sémelin

Traduttore: V. Zini
Editore: Einaudi
Anno edizione: 2007
Pagine: XXIV-511 p. , Brossura
  • EAN: 9788806184117

Dopo un lungo silenzio attorno al tema dei genocidi e dei massacri di massa, negli ultimi anni si è avuto uno sviluppo assolutamente impensabile ed estremamente rilevante degli studi dedicati a questi temi. Già il numero delle pubblicazioni è significativo dell'attenzione che le forme estreme di violenza collettiva hanno suscitato nell'ambito degli studi storico-sociali, fino adesso meno inclini di altre discipline (il diritto e la psicologia, ad esempio) a occuparsi di questi temi, se non nelle forme di singoli eventi storici o di metodologie e modelli di ricerca abbastanza astratti. Ma ancora più importante è sottolineare la qualità di questi contributi, di cui quello di Jacques Sémelin che viene ora pubblicato da Einaudi si colloca nella scia dei più recenti testi di Michael Mann (cfr. "L'Indice", 2006, n. 1), Bernard Bruneteau (cfr. "L'Indice", 2006, n. 6), Robert Gellately e Ben Kiernan (cfr. "L'Indice", 2006, n. 9), che sono stati tradotti nel corso degli ultimi due anni.
Una caratteristica comune a questi testi è il tentativo di intrecciare un discorso multidisciplinare in cui la ricostruzione storica faccia da contraltare a considerazioni di carattere teorico e metodologico e ne costituisca, al tempo stesso, la possibile verifica. Da questo punto di vista il libro di Sémelin è quello forse meglio riuscito, per ricchezza, articolazione, profondità, cui si aggiunge un tipo di scrittura che non esita a dialogare con il lettore in modo schietto e diretto, ma non semplice e riduttivo, aggiungendo interrogativo a interrogativo e non rifiutandosi di affrontare il tema, cruciale e difficile, del ruolo che la morale ha e deve avere nelle argomentazioni e riflessioni di carattere scientifico attorno a temi come i genocidi e i massacri di massa.
Sémelin si muove con estrema abilità e continuità sui terreni congiunti della comparazione e dell'interdisciplinarietà, cui porta la propria competenza di storico e scienziato politico, ma anche di psicologo, affrontando, accanto ai temi più generali e alle rilevanze teoriche di maggiore spessore, i casi storicamente circoscritti della Shoah, del Rwanda e delle guerre nell'ex Jugoslavia. E lo fa con la consapevolezza che ragionare attorno a un termine – genocidio – al tempo stesso banalizzato, strumentalizzato, politicizzato, manipolato a volte a fin di bene o per offrire alle vittime una sofferenza identitaria che permetta di superare il trauma collettivo, non può ridursi alla mera ricostruzione storica e alla comparazione tra le diverse dinamiche, cause, risultanze e modalità che ha assunto la violenza nelle differenti esperienze. Sémelin pone del resto molta attenzione al fatto che in queste violenze di massa, che riassume come "azione collettiva per la distruzione di non-combattenti", la sofferenza del corpo gioca un ruolo particolare, non solo sul piano della brutalità materiale, ma anche del risvolto simbolico e spettacolare che essa porta con sé. Ed è costante, infatti, il richiamo a una volontà di "purificazione" o a retoriche legate alla sacralità da parte di coloro che praticano queste diverse e simili pratiche di distruzione su corpi sociali differenti.
Cercando di evitare di privilegiare un fattore rispetto ad altri (l'economia, la politica, la cultura, l'aspetto militare, l'ideologia) e di respingere con forza le posizioni di tipo monocausale e riduzionista che si sono sviluppate negli anni scorsi e hanno spesso ottenuto particolare rilievo nei media per le loro posizioni facilmente riassumibili e improntate a una visione binaria e manichea di come la morale s'incarna nella storia, Sémelin mostra come il processo che conduce al massacro nasce proprio da un accumularsi di cause, che costituiscono il terreno "oggettivo" su cui gli interventi "soggettivi" creeranno le condizioni perché si giunga in modo quasi ineluttabile alla violenza e al massacro. Lo studioso francese è poi particolarmente attento a quegli aspetti che sono spesso i più sfuggenti alla ricostruzione storica e all'evidenza documentaria di tipo archivistico: e cioè alla dimensione dell'immaginario sociale, di cui ripercorre la pericolosità quando contribuisce a creare un'angoscia collettiva e trasformarla in paura nei confronti di un nemico che occorre comunque identificare e dipingere con i tratti dell'alterità e della mostruosità. Questo immaginario, di cui Sémelin interroga gli archetipi più arcaici utilizzando con parsimonia ma efficacia gli strumenti della psicoanalisi, crea insieme alla realtà (una realtà di crisi e di conflitti) un cortocircuito alimentato dall'ideologia e strumentalizzato e volto ai fini della violenza dal potere politico, o comunque da un attore politico riconoscibile. È nell'uso ambiguo e consapevolmente contraddittorio del richiamo all'ethnos e al demos – è cioè alla comunità costruita sull'immaginario etnico e a quella del popolo normale unito nella cittadinanza – che il potere politico costruisce una concezione organica dello stato e della nazione, pur basandola sul primato di obiettivi diversi (la purezza razziale, l'uniformità sociale, l'esaltazione dello stato, ecc).
Anche se è il nazionalismo, nelle sue varie espressioni, la base ideologica centrale su cui si sviluppa la violenza di massa, Sémelin attribuisce "un ruolo determinante allo scontro politico preliminare che si svolge in seno al 'noi': dall'esito di questo dipendono infatti gli eventi che seguiranno, vale a dire la radicalizzazione o meno del processo identitario". La pulizia interna, nei confronti dei presunti traditori e collaboratori del nemico, mostra il carattere preminentemente politico del processo di violenza di massa e il suo connotato quasi esclusivamente statuale, anche se commesso utilizzando spesso organizzazioni paramilitari non direttamente inquadrate; insieme all'importanza di una strategia di comunicazione e di ottenimento del consenso che favorisce i detentori del potere e facilita loro il compito. Proprio a partire dal "discorso incendiario" che alimenta con l'uso dei media la paura e il risentimento, Sémelin ci guida attraverso i diversi ambiti che concorrono a rendere inevitabile – alla fine – il ricorso alla violenza. Il contesto internazionale, soprattutto in situazioni di slittamento verso un conflitto (tra stati o civile all'interno di uno stato), politicizza e ideologizza la violenza "normale" e "legittima" di guerra, creando le condizioni delle dinamiche di massacro che vengono create per sottomettere o per sradicare i gruppi identificati come pericolosi e nemici.
Il confronto continuo e serrato tra le tre esperienze storiche utilizzate – la Shoah come modello anche concettuale dell'idea stessa di genocidio, e due recenti esperienze avvenute sotto gli occhi dell'opinione pubblica europea e mondiale (appunto ex Jugoslavia e Rwanda) – permette di comprendere meglio i processi di decisione, l'organizzazione creata, i responsabili e gli autori dei massacri, il ruolo dell'indifferenza, della passività, ma a volte anche della partecipazione popolare, alle forme più estreme di violenza collettiva. Sémelin non si ferma tuttavia alla ricostruzione storica e alla comprensione concettuale del fenomeno; s'interroga anche sulle possibilità di prevenzione e sull'etica della responsabilità che dovrebbe consentire la prevenzione stessa, cercando di fare i conti con l'uso necessariamente ambiguo di un termine – il genocidio – che il diritto, la storia, la politica e le scienze sociali non permettono ancora di affrontare in modo unitario e coerente, lasciando spesso la sensazione di un'impotenza concettuale che si riverbera necessariamente su quella della politica internazionale. Il suo uso della comparazione, come emerge nella stessa appendice, costituisce uno strumento indispensabile per una comprensione più approfondita tanto della concettualizzazione (la spinta propria dello studioso di scienze sociali) quanto dell'individualizzazione (il percorso tipico dello storico). Installato nella logica che si propone di "problematizzare per differenziare", Sémelin mostra infine come il vantaggio della comparazione sia proprio di evitare una facile semplificazione e riduzione degli eventi storici. Genocidi e massacri di massa hanno tutti un'insopprimibile individualità e originalità: che non impedisce tuttavia, anzi favorisce, una riflessione su comportamenti umani comuni, su strategie politiche simili, su contesti costruiti per accumulazione storica, su manifestazioni emotive collettive che non si possono semplicemente archiviare sotto la voce dell'irrazionalità.
Un libro importante, questo, come non accade di frequente: un libro, tuttavia, che con difficoltà potrà essere usato nel nostro insegnamento universitario, dedito pervicacemente a combattere e scoraggiare ogni forma di interdisciplinarietà e comparazione tra ambiti diversi.
  Marcello Flores

Recensioni dei clienti

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    luca bidoli

    05/11/2007 14.21.01

    Uno dei libri piu' "necessari" che abbia letto in questo periodo. Assolutamente da leggere e consigliare. ( Un' unica nota negativa: incredibilmente si scrive che a Sarajevo fu assassinato l'imperatore Francesco Giuseppe. Possibile che all'Einaudi nessuno se ne sia accorto e abbia preso provvedimenti, prima di mandarlo alle stampe?)

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    giuseppe

    09/06/2007 12.32.45

    Opera monumentale

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