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Denis Lindon

Traduttore: M. Giovannini
Editore: Dedalo
Anno edizione: 1998
Pagine: 336 p. , ill.
  • EAN: 9788822062109
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recensioni di Malaspina, E. L'Indice del 1999, n. 09

La quarta di copertina recita che Denis Lindon, "dopo aver creato e diretto un noto istituto di ricerche demoscopiche" in Francia, è diventato professore di gestione d’impresa all’École des Hautes Études Commercielles. Un non specialista, dunque, messosi a scrivere "raccontando ai suoi sei figli i miti classici", il modo migliore, in teoria, per mettere alla prova sin dal nascere un testo di narrativa per ragazzi. L’incoraggiante presentazione culmina con la rassicurazione che il libro è "erudito e ironico", ma a me non è sembrato né l’uno né l’altro: esso presenta nelle prime pagine un elenco di nomi greci di dèi con i corrispondenti latini, dalle prime voci del quale si apprende che al greco Apollo corrisponde in latino... Apollo, tautologia seguita da uno svarione poco "erudito" (ma forse sarà "ironico"), cioè che il corrispettivo di Dionisio (sic) è Bacco (di Liber nessuna traccia). I miti sono in tutto 43, esposti nella lunghezza giusta per una favola della buonanotte, e appaiono divisi in quattro parti, apparentemente tradizionali (L’Olimpo; I destini incrociati di Teseo e di Ercole; La guerra di Troia; Il ritorno degli eroi). Lindon, però, nelle intenzioni epigono di Ovidio, presenta i personaggi tradizionali, ma adultera i racconti con contaminazioni che lasciano sconcertati, perché inducono il piccolo lettore a scambiare simili superfetazioni per veri miti greci, con tutte le immaginabili conseguenze. Un esempio solo sarà più che sufficiente.Il cap. 26 (Le imprese notturne di Diomede e Ulisse) indirizza l’orizzonte delle attese del lettore colto al libro X dell’Iliade con la cosiddetta Dolonea, conclusa con il furto dei cavalli di Reso. Lindon fonde invece spunti omerici con la notizia, nota da fonti tarde, secondo cui Ulisse e Diomede avrebbero sottratto il Palladio da Troia, e combina una trama sgangherata: i due, cosparsi di fuliggine, incrociano nel buio due Troiani, ai quali estorcono la parola d’ordine per passare il controllo alle porte della città. Detto fatto vi entrano, ma vi si perdono, sinché nel buio non incrociano per strada Elena (proprio lei) con cui intavolano un surreale dialogo. I Greci rubano il Palladio, ma visto che la statua è troppo pesante, rubano anche due dei cavalli di Reso e un carro, su cui pongono la statua, uscendo indisturbati dalle mura. Proprio così. Quanto all’ironia, l’intenzione sarebbe stata quella di un’attualizzazione arguta (sulla linea del nostro De Crescenzo, per intenderci), ma il risultato è greve per gli adulti e incomprensibile per i bambini. Anche qui basta un esempio, tratto da pagina 14: "come alcuni intellettuali dei nostri giorni, che firmano continuamente petizioni in difesa dei diritti dell’Uomo, Prometeo protestava di frequente contro gli abusi di potere e le crudeltà di Saturno". Insomma, come introduzione alla mitologia classica il libro è fuorviante, come rivisitazione personale non merita maggior conto, ma per lo meno rassicura che il fascino di Omero è più grande di ogni maldestro tentativo di offuscarlo: la lettura parziale e molto filtrata del libro, infatti, nonostante tutto, ha suscitato in mio figlio di tre anni un interesse autentico e duraturo ("mi racconti ancora di Troia?") – certo dovuto anche alle vivaci vignette in bianco e nero –, per soddisfare il quale si è reso necessario il passaggio alla lettura, antologica sin che si vuole, dei poemi omerici in traduzione, che consiglio a tutti in vece del libro di Lindon, del cui "erudito" tentativo Omero, di lassù, non può far altro che sorridere, con "ironia" vera.

Ermanno Malaspina