Quando viaggiare era un'arte. Il romanzo del Grand tour - Attilio Brilli - copertina

Quando viaggiare era un'arte. Il romanzo del Grand tour

Attilio Brilli

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Editore: Il Mulino
Collana: Intersezioni
Anno edizione: 1995
In commercio dal: 9 marzo 1995
Pagine: 192 p.
  • EAN: 9788815048486
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Il viaggiare acquistò i connotati di una vera consuetudine didattica nel XVIII secolo. L'età dei viaggiatori oscillava tra i 16 e i 22 anni e il viaggio era completamento di una buona educazione. Ci si aspettava che dall'esperienza il giovane ne acquisisse intraprendenza, coraggio, attitudine al comando, conoscenza di costumi, galatei e lingue straniere, conoscenze necessarie alla futura classe dirigente. Al viaggio si accompagna la produzione di diari, epistolari, guide, relazioni cui l'autore attinge a piene mani per il suo volume. Illustra itinerari, stagioni e luoghi di sosta; descrive i dettagli del viaggio materiale con il suo corredo di carte, passaporti, bauli, guardaroba e armi; descrive la vita in carrozza e i suoi protagonisti, le camere, le locande.
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    ina bici

    10/01/2009 22:50:02

    bell libro l'ho letto e mi e piaccuto


recensione di Giovannone, G., L'Indice 1995, n. 7

Nonostante la sua diffusione, nel periodo Vittoriano il viaggio all'estero, soprattutto il viaggio verso il sud dell'Europa, era visto con sospetto e diffidenza. Pellegrinaggio, cultura, salute erano le "scuse" più frequenti (si veda a questo proposito "The Mediterranean Passion* di John Pemble, Oxford University Press). Ma il viaggio moderno, così come inizia a configurarsi alla fine del XVI secolo, fin dal principio ha avuto bisogno di giustificazioni perché aveva sempre meno a che fare con i lunghi soggiorni nelle università italiane, con la pietas dei pellegrini o con i traffici dei mercanti. Non manca, come ricorda Brilli, un'ampia trattatistica contro la "moda" del viaggio che coinvolge ad esempio Roger Ascham, Adam Smith, Pope, Steele, Goldsmith e altri. Naturalmente ciò non impedì che per tutto il Seicento si diffondesse un nuovo tipo di viaggio, all'insegna della curiosità e dell'evasione "sensibile al richiamo della cultura classica... sorretta dallo spirito d'osservazione della 'nuova scienza' "baconiana".
Sarà il Settecento a sancire definitivamente la dignità culturale di quello che nel 1697 Richard Lassels chiamò per la prima volta Grand Tour e che comprendeva come mete fondamentali la Francia e soprattutto l'Italia. Il Grand Tour divenne un 'must' per intere generazioni di aristocratici e borghesi europei al momento di passare dall'età adolescenziale a quella adulta, il mezzo per acquisire le doti e le conoscenze necessarie ai membri di una nuova classe dirigente. Il Grand Tour doveva costituire il coronamento dell'educazione se non addirittura, come suggerisce Christopher Hibbert ("The Grand Tour", Methuen) una parte integrante dell'istruzione del gentleman, visto anche il discredito in cui nel Settecento erano cadute le università inglesi.
Brilli non accenna a mutamenti importanti tra l'ottica del viaggiatore seicentesco e quello del secolo successivo. Quello che sembra contraddistinguere quest'ultimo è comunque un'ideologia o meglio un'"estetica dell'uniforme", retaggio evidente delle concezioni del secolo dei lumi secondo cui pur nella diversità e varietà dei costumi, delle leggi, delle maniere e delle lingue soggiace un fondamentale e identico muoversi delle passioni e la percezione di una morale comune e naturale. Ciò costituiva una vera e propria "grammatica della percezione" che condizionava fortemente la visione e di cui recano testimonianza i libri di viaggio dell'epoca, tesi a mettere in rilievo il generale più che l'individuale, gli aspetti piacevoli e ricorrenti della natura su quelli grotteschi e stravaganti. Uno dei luoghi comuni che presto entrarono a far parte del canone dei viaggiatori inglesi in Italia da Addison a Ruskin era quello per cui l'Italia era un'enorme riserva culturale abitata da "musi di scimmia" che non si curavano delle vestigia classiche e non erano all'altezza del loro glorioso passato. Solo nell'Ottocento cominciò a farsi strada un altro atteggiamento, basato sulla dicotomia latino/nordico in cui il primo termine acquista una connotazione positiva in quanto sinonimo di umanità, spontaneità, sensibilità (molto utile, in questo senso, "Italy and English literature 1764-1930", di Kenneth Churchill, London 1980).
Brilli sostiene, a ragione, che il "Sentimental Journey" di Laurence Sterne (1768), pur muovendo dalla stessa ottica illuministica, in realtà la stravolga, spostando l'indagine dall'esterno dell'uomo al suo interno, mettendo al centro il viaggiatore e le sue reazioni, anticipando la voga del pittoresco nel mettere in primo piano "l'aneddoto, la scenetta fortuita, l'incontro casuale". L'estetica del pittoresco riveste un ruolo importante nella trattazione di Brilli perché, anche se nell'inquadrare la natura attraverso il filtro dell'artificio denuncia le sue radici illuministiche, essa costituisce la premessa e, fino a un certo punto, l'essenza dell'ottica romantica. "È sintomatico - scrive Brilli, parlando di William Gilpin - che il 'picturesque traveller' sia condotto ad un certo punto a percorrere un cammino inverso che lo porta dalle raffinatezze compiute dell'arte all'indefinito della natura".
Cambia lo sguardo sulla natura, si cerca sempre meno di integrare il vario e il diverso in un disegno armonico e uniforme, ciò che prima era marginale o sullo sfondo viene posto in primo piano. Emergono nuovi soggetti: distese incolte e selvagge, le rovine architettoniche, l'architettura gotica, castelli e abbazie in rovina, specchi d'acqua al crepuscolo, e ancora zingari, mendicanti, villici ecc. "A differenza dei viaggiatori del secolo dei lumi i romantici sono attratti proprio dalle differenze", ne fanno motivo di canto e di esaltazione.
Questa, riassunta per sommi capi, la storia e l'ideologia del Grand Tour, che occupa un terzo circa del libro di Brilli. Ma il resto del libro, dedicato agli itinerari e ai luoghi di sosta, agli aspetti materiali del viaggio (arredi e corredi, le ore in carrozza, stazioni postali, locande e ostelli) non si può riassumere, sia perché troppo vario, sia per lasciare al lettore tutta "la seduzione dei viaggi narrati, il fantasioso diletto del viaggiatore sedentario confinato nella propria gremita solitudine".
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