Quanta stella c'è nel cielo

Edith Bruck

Traduttore: R. Precht
Editore: Garzanti Libri
Anno edizione: 2009
In commercio dal: 15 gennaio 2009
Pagine: 180 p., Rilegato
  • EAN: 9788811683520
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Descrizione

Premio Viareggio Narrativa 2009. «Quanta stella c'è nel cielo» non è un errore, è il primo verso di una ballata amara del giovane Petöfi, il grande poeta ungherese. Quei versi sono tra le poche cose che Anita porta con sé, insieme a molti ricordi laceranti. Anita non ha ancora sedici anni. è una sopravvissuta ai campi. è bella, è sensibile, le prove della vita le hanno tatuato l'anima. Sta fuggendo da un orfanotrofio ungherese per andare a vivere a casa di una zia, Monika. Eli, il giovane cognato di Monika, è venuto a prenderla al confine per accompagnarla nel viaggio in Cecoslovacchia, dove si ritrova clandestina in un mondo ancora in subbuglio. Ma tutto questo a Eli non interessa: lo attira solo il corpo di quella ragazza e già sul treno, affollato di una moltitudine randagia, inizia a insidiarla in un gioco cinico e crudele. Quanta stella c'è nel cielo è un romanzo dai risvolti inattesi. Racconta come si possa tornare dalla morte alla vita. E come, a volte, il cammino per ritrovare la speranza possa seguire trame imprevedibili. Protagonista, intorno ad Anita, è un'umanità dolente, alla ricerca di una nuova esistenza: c'è chi vuole dimenticare e chi vuole ricordare, chi mette radici e chi si imbarca per la terra promessa, chi vuole rifiutare per sempre ogni violenza e chi invece pensa che l'unico dovere è, dopo tutto, imbracciare il fucile per non essere mai più vittima. Edith Bruck offre in queste pagine la storia palpitante di un'epoca cruciale del dopoguerra, quando tutto era in fermento tra mille difficoltà. Un'altissima meditazione sulla speranza, sulla straordinaria forza e fragilità di chi va verso una rinascita. E la grande capacità della Bruck è il risvegliare violente emozioni nel lettore.

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Recensioni dei clienti

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    barbara

    10/01/2014 11:46:16

    perché sentirsi obbligati a giudicare "bello", un romanzo che tocca temi seri e drammatici? è un romanzo modesto, scritto maluccio, noioso, senza spessore. Tutti i personaggi stereotipati, il finale da romanzo d'appendice, la protagonista senza storia. L'unica cosa azzeccata è il titolo, non certo il premio Viareggio!Abbasso la retorica dei buoni sentimenti.

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    M.T.

    13/05/2010 17:55:26

    La purezza, l'innocenza, l'amore per la vita...avrei sorvolato su particolari eccessivamente scabrosi.

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    Flavia

    31/03/2010 11:21:17

    Buon libro, inizialmente un po' noioso, ma poi la narrazione prende tantissimo si fa intensa e commovente.

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    Biagio Mastrangelo

    29/01/2010 11:02:12

    Un romanzo toccante nella sua semplicità. E' la dimostrazione che per raccontare le brutture della storia non occorre molto: cuore e dignità. Consigliato.

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    Luciano Stolfi

    26/01/2010 19:03:07

    Gran bel libro questo di Edith Bruck. Narra la storia di una giovane ragazza ebrea fuggita all'Olocausto e finita nelle grinfie di un suo cugino che la seduce. Quando si accorge che aspetta un bambino il cugino vorrebbe farla abortire, ma lei fa di tutto per tenersi il bambino ed alla fine ci riesce. E' una storia molto edificante, che ci fa capire come alla fine il bene vince sempre. Cimplimenti alla Bruck.

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    Cristiana

    14/11/2009 16:41:37

    Scritto male, noioso e autocelebrativo. Un premio Viareggio imbarazzante.

Vedi tutte le 6 recensioni cliente (dalla più recente) Scrivi una recensione

Anita è un'orfana sopravvissuta ai campi di concentramento. Ha appena quindici anni quando lascia l'Ungheria per andare a stare dai parenti in una Cecoslovacchia fredda e poco accogliente. Nella nuova casa l'attendono Monika, sorella della madre innamorata della propria bellezza, suo marito Aron, spiritoso e bonario ma troppo amante del quieto vivere, il neonato Roby, e soprattutto Eli, giovane che la guerra ha irrimediabilmente indurito. All'interno della nuova famiglia Anita non trova l'affetto e la comprensione sperati: la povertà ha reso avari e la persecuzione desiderosi di dimenticare in fretta l'orrore, la sofferenza, persino le radici ebraiche. E così ogni ricordo della madre morta ad Auschwitz viene stroncato sul nascere, ogni riferimento ai Lager viene accolto con imbarazzo, come la gaffe di una ragazzina che non conosce le buone maniere, ogni tentativo di trovare comprensione eluso con precipitoso fastidio. La stessa indifferenza, la stessa perseveranza nel non vedere ciò che accade sotto il proprio naso porta Aron e Monika a ignorare la relazione sbocciata fin da subito tra Eli e Anita, che si lascia iniziare al piacere con infantile avidità e incoscienza, sognando un sentimento eterno e idilliaco di cui l'arido amante non può essere capace. Malgrado l'intreccio amoroso piuttosto scontato e il fastidioso incensarsi della protagonista, il romanzo riesce a evitare i luoghi comuni che spesso infettano il racconto dell'Europa postbellica e a spiegare, attraverso lo sguardo incerto di un'adolescente assetata di vita, il mito, personale e collettivo allo stesso tempo, della fuga verso la terra promessa.
Ilaria Rizzato