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Giovanni Giudici

Editore: Garzanti Libri
Anno edizione: 1993
Pagine: 112 p.
  • EAN: 9788811634102

recensione di Scarpa, D., L'Indice 1994, n. 5

Chi legge le poesie di Giovanni Giudici è indotto continuamente a porsi una domanda: che cosa questo autore vuole che si pensi di lui? A cosa cospirano quegli artifici stilistici e psicologici che di lui danno, a prima vista, un'immagine di dimesso 'poseur'? È un fatto che, in settant'anni di vita e in quaranta di attività poetica, Giudici ha rimesso in onore, per quel personaggio-poeta che dice "io" nel suo canzoniere, la "Leggenda di Ognuno". Giudici si è costantemente dipinto, tra serietà e ironia, come un Everyman aspirante a una media mediocritas, ogni volta deluso dalla propria irrimediabile unicità e insieme compiaciuto di essa, segretamente ma non troppo. Nella scrittura poi il suo essere Ognuno ha coinciso con la sua stupefacente duttilità stilistica: Everyman è semplicemente il poeta in grado di padroneggiare ogni linguaggio e renderlo plausibile, dalla conversazione in cucina su cosa farne degli avanzi del brodo di pollo su su fino allo pseudoprovenzale di "Salutz".
Timore e attrazione di Giudici verso la mediocrità sono dunque tra le sue massime muse. Vediamo la prima quartina di "Sonnet noir": "Questa mitezza mia che non disvuota / Il mare dell'insania che mi sfida / A navigarti balba lingua ignota / Accarezzando il sogno che mi uccida". Il conflitto è tra mitezza e ispirazione, tra mediocrità e follia. Dalla lotta tra questi opposti princìpi viene fuori il gusto delle antitesi che è il segno di questo poeta (e spesso la sua maniera). Dallo stesso sonetto, infatti: "Al sempre disperando disperare / Essere purgatorio dov'è inferno / Essere mutato quel che torna uguale".
Questo libro di Giudici è, fin dal titolo, il libro di un uomo che ha visto passare la propria vita; ma paradossalmente pare non importargliene nulla: "guardo da questo aldilà del presente". Eppure una spia ben nascosta della sua ansia è forse nell'abitudine, da "Fortezza" (1990) in poi, a datare puntigliosamente la maggior parte delle poesie, accentuando l'aspetto intermittente e diaristico delle raccolte, il senso di brandelli di tempo strappati alla vita in fuga. Nemmeno l'esperienza - l'accumularsi del tempo e degli accadimenti, la sola conquista certa di una lunga vita - è stata apportatrice di conoscenza o verità. È un circolo l'esperienza, ma una volta tornati al punto di partenza è al nulla di fatto che si perviene, o a una vana vittoria su se stessi. Nella poesia che dà il titolo al volume, l'acquisto e l'allestimento di quella che Giudici definisce "Casa estrema" ("Mettere su una casa / Alla sua età - quanto spera di campare Giovanni") approda a questa conclusione: "A ogni scoperta tu sai / Ride e fa festa l'infante rassicurato / Passo a passo movendo al suo adempiersi - / Si distrugge così nel costruire / L'animale adulto / Che mai più ricomincia: / Io invento questo inizio al mio finire".
È bello e singolare che un libro incentrato sulla propria privata senilità incominci con una sezione dedicata alla decrepitezza del nostro Occidente. Essa accoglie il poemetto "Da Jalta in poi" e perfino - scritti d'occasione per "Cuore" - dei "Distici bosniaci" con tanto di data (Bologna, 11 marzo 1993): niente male l''instant poem'. Qui Giudici coglie una sindrome d'irrealtà tipica del nostro costume: tutti noi tendiamo a sentire remote e implausibili le tragedie e gli eventi che si consumano a un passo da noi e che la televisione ci mostra ogni giorno (vedi la ex Jugoslavia) mentre consideriamo reali e vicini - quasi nel ricordi personali tra i più cari - avvenimenti del passato, come Jalta, di cui appena pochi fotogrammi ci giunsero con i cinegiornali Luce. Infatti le poesie civili di Giudici sono raggelanti e spassionati referti. Sono pronunciate da una voce priva di commozione, una voce innaturale e metallica di segreteria telefonica, efficacissima a descrivere il nostro atteggiamento al cospetto dell'orrore. La passione è riservata al prima, agli anni di Jalta, a quelle smisurate figure dell'immaginazione collettiva che furono Roosevelt e Stalin, alla guerra, a ciò che parve l'estrema deflagrazione dell'Europa ed era invece anche l'incubatrice del nostro lento sfacelo.
In questo culto contraddittorio del passato trovano posto le poesie dedicate ad amici e maestri. In "Un tardo colloquio", dedicata a Vittorio Sereni, c'è questo verso che è riassunto dell'intera opera dell'amico: "Tutta baci riparte la vita senza di noi". (Addirittura si direbbe che in questi ultimi anni Giudici abbia scritto, a modo suo naturalmente, qualcuna delle poesie che Sereni, morto nell'83, non ha fatto in tempo a scrivere: proprio il poemetto su Jalta potrebbe esserne una). A Sereni e alla sua lotta con l'Altro, un antagonista che il poeta scopre essere se stesso, si può ricondurre anche l'omaggio poetico a Saba: "Il ritratto", una delle cose più belle del libro. Mentre è puro Giacomo Noventa l'incipit della poesia "Rissi", scritta nel dialetto ligure delle Grazie, "mio paese nativo": "Paolo / Ne statte a spassion… / Conténtete / De quélo che te vén fin ch' 'a te dua".
Ma tra tutti questi temi così divaricati tra pubblico e privato, come si concilia la contraddizione tra la (sedicente) mediocrità rivendicata dal poeta e il suo linguaggio? Come la sua figura è 'mundane', così la sua lingua è di un'elasticità e duttilità tali che può prendere sul serio o irridere ogni registro, celestiale o infimo che sia. Non esiste in Italia un'altra poesia così nettamente scissa tra il colloquiale e il sapienziale, e che sappia passare con tale naturalezza dall'uno all'altro. Anche le poche varianti che ho potuto confrontare sono tutte orientate nel senso di eliminare nessi logici, di slogare la sintassi, di rendere più repentino lo scatto di ogni verso da quello che lo precede: Giudici è maestro nell'ordire enjambements psichici, vuoti d'aria a mozzare il respiro tra un'idea e l'altra.
Più di una volta Giudici ha affermato che la sua suprema aspirazione, quando scrive, è "servire la lingua". Credo che proprio qui si possa finalmente ritrovare la conciliazione tra il Giudici poeta e il Giudici personaggio della propria poesia. Quest'ultimo viene dipinto, e addirittura rivendicato orgogliosamente, come grigio "uomo impiegatizio", come piccolo borghese catapultato nell'Italia appena appena affluente dei primi anni sessanta. La poesia eroicomica di Giudici nasce dal contrasto tra l'esiguo retroterra del suo personaggio e il confuso orizzonte in continuo allargamento sul quale la sua vicenda è proiettata. Si sa che, in quell'Italia, la prima promozione sociale sognata dal ragazzina di famiglia piccolo borghese e cattolica era proprio fare il chierichetto, indossare la tunica bianca per servire messa. Allo stesso modo, qualche lustro più tardi, il traguardo del poeta sarà "servire la lingua", conservando però quell'attitudine irriverente per cui dopo la messa un chierichetto non abbandonerà mai la sacrestia senza bere un sorso del vino consacrato.
Ciò che può dire chi scrive è che, rispetto a poesie dalla scaltrita naturalezza, di elegante e tornita fattura (qua e là ricompare perfino la dieresi sulla i, a prescrivere al lettore l'esatta scansione del verso) fanno premio le poesie meno recitate, più abbandonate, più "ovvie". Come "Sotto il Vòlto", dove si leggono versi di semplicità disarmante e disarmata: "Un uomo vecchio non è che una misera cosa", "Misero è l'uomo che ha bisogno di soccorso". Solo ora il vecchio cui rimorde l'aver sacrificato una moglie che lo ha lasciato recitare "A me stesso una vita di romanzo" comprende, con l'amato Noventa, "Che amar xé viver - come sognar". È questa semplicità riaffiorante la vera conquista della senilità di Giudici. Egli è come il giovane Ungaretti, che proprio durante la notte passata accanto al compagno massacrato in trincea non si è mai sentito casi attaccato alla vita.