I quarantuno colpi

Mo Yan

Traduttore: P. Liberati
Curatore: M. R. Masci
Editore: Einaudi
Collana: Supercoralli
Anno edizione: 2017
Pagine: 456 p., Rilegato
  • EAN: 9788806218560
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Descrizione
Nella Cina dei primi anni Novanta, il giovane Luo Xiaotong in un monologo viscerale e violentemente comico, racconta al suo maestro il passaggio dal pauperismo maoista all'ingordigia dell'economia di mercato, dipingendo un affresco straordinario della modernizzazione cinese.

"Mo Yan mette in scena lo spettacolo pirotecnico di un individuo che manda in pezzi la propria vita elevandola alla potenza del mito" - The Washington Post

"Un giro di giostra senza freni, opera di un genio folle e sovversivo" - Los Angeles Time

Per espiare i suoi peccati e pervenire, attraverso l'adesione al buddhismo, alla suprema saggezza, il giovane Luo Xiaotong racconta, costantemente distratto dall'arrivo di una fantasmagoria di persone e dalla rutilante Sagra della carne che si sta organizzando all'esterno del tempio, la propria vita al Grande monaco Lan. È in primo luogo la storia della rovina della sua famiglia, con il padre che, dopo essere scappato con un'altra donna, torna a casa pentito ma finisce per uccidere la moglie quando scopre che è diventata l'amante di Lao Lan, il capo villaggio. Ma è al contempo, e soprattutto, la testimonianza del degrado morale che ha comportato il passaggio, in Cina, dall'economia socialista a quella di mercato. Il mito della prosperità ha trasformato la macellazione, un'attività tutto sommato artigianale e tradizionale alla base dell'economia del posto, in una carneficina industriale che non si ferma nemmeno davanti a metodi illegali e atrocemente crudeli. E Luo Xiaotong, benché ancora bambino, è parte attiva in questo processo, perché l'idea di rendere accessibile a tutti la carne, di cui è patologicamente ingordo, gli stimola uno spirito imprenditoriale che fa di lui l'eroe della zona, osannato come un santo, elevato a divinità. Ma quando la madre muore, il padre finisce in prigione e la fabbrica è messa sotto processo per frode, è costretto a vagare per le campagne chiedendo l'elemosina. Nel momento in cui però trova i proiettili di un vecchio mortaio nasce in lui il desiderio di vendetta nei confronti di Lao Lan, l'artefice dell'arricchimento degli abitanti (oltre che della sua rovina). Partendo da suoi temi fondanti - la fame, il sesso, la mutazione della società contadina e lo stravolgimento dello stato di cultura e natura che ha comportato -Mo Yan inscena, con ironia e senso del grottesco, l'esito della modernizzazione cinese, carnevalesco contrappasso di un pauperismo estremizzato dalle dissennate politiche maoiste.

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Recensioni dei clienti

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    Davide

    22/05/2017 17:12:12

    Trama inconsistente, un libro senza capo né coda

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    crave

    02/05/2017 19:38:19

    Per l'annuale Mo Yan vale la pena restare vivi.

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Un monologo divorante articolato in 41 colpi: quelli del mortaio usato da Luo Xiaotong per la vendetta. Attraverso il suo racconto, attraverso la fiera di personaggi fuori dal diroccato tempio buddhista, si affresca un grottesco, ironico ritratto della Cina degli anni Ottanta, nel passaggio all’accumulo capitalista; tutto filtrato da un’ossessione incontenibile: quella per la carne. Pentoloni che effondono pesanti vapori, grasso colante da labbra unte, ossa spolpate. La carne permea ogni spazio del romanzo, dal desiderio ossessivo di un bambino affamato, alle abbuffate pantagrueliche una volta capito come lucrare su quel bene: sotto le sue mani, spinta dalla sua voracità, un’attività artigianale come la macellazione si riduce a fredda catena di montaggio. Carni gonfiate con l’acqua e trattate con sostanze nocive per coprirne il fetore, carneficine portate a scala industriale. Tutto diventa lecito in un Paese che troppo a lungo ha sofferto la fame e che si affaccia alla modernità con una brama insaziabile di ricchezza.

Recensione di Ravera Michela

«Dieci anni fa, una matrtina d'inverno; una mattina d'inverno di dieci anni fa...» «Che anno era? Quanti anni avevi?», mi chiese aprendo gli occhi il monaco Lan con una voce che sembrava provenire dai profondi recessi di una caverna oscura. Dopo un lungo vagabondaggio aveva trovato asilo in questo piccolo tempio abbandonato. Nell'afa del settimo mese dell'anno lunare, senza volerlo, rabbrividii. «Era il 1990. Grande monaco, e avevo dieci anni», mormorai, cambiando tono. Il tempio dedicato ai Wutong, le cinque divinità della lussuria, situato tra due borghi prosperosi, si diceva che fosse stato costruito con le donazioni di un antenato di Lao Lan, il nostro capo villaggio. Nonostante la prossimità della strada maestra, l'incenso nei turiboli era freddo, sulla soglia si posavano tranquilli i passeri e nella sala aleggiava un odore di polvere antica. Dalla breccia nel muro di cinta, aperta forse da chi ,lo scavalcava di frequente, si affacciava una donna con un abito verde e un fiore rosso sull'orecchio. Riuscivo a vederne soltanto il viso tondo e biancastro, simile a un impasto di riso glutinoso, e la mano altrettanto candida che lo sorreggeva. L'anello che l'adornava, illuminato dal sole, mandava riflessi abbaglianti. Mi riportò alla mente la grande casa con il tetto di tegole del nostro villaggio, la dimore dei Lan, latifondisti prima della Liberazione, poi trasformata in una scuola elementare.