I quarantuno colpi

Yan Mo

Traduttore: P. Liberati
Curatore: M. R. Masci
Editore: Einaudi
Collana: Supercoralli
Anno edizione: 2017
Pagine: 456 p., Rilegato
  • EAN: 9788806218560
Disponibile anche in altri formati:

€ 18,70

€ 22,00

Risparmi € 3,30 (15%)

Venduto e spedito da IBS

19 punti Premium

Disponibilità immediata

Quantità:
Aggiungi al carrello

Recensioni dei clienti

Ordina per
  • User Icon

    Davide

    22/05/2017 17:12:12

    Trama inconsistente, un libro senza capo né coda

  • User Icon

    crave

    02/05/2017 19:38:19

    Per l'annuale Mo Yan vale la pena restare vivi.

Scrivi una recensione

Un monologo divorante articolato in 41 colpi: quelli del mortaio usato da Luo Xiaotong per la vendetta. Attraverso il suo racconto, attraverso la fiera di personaggi fuori dal diroccato tempio buddhista, si affresca un grottesco, ironico ritratto della Cina degli anni Ottanta, nel passaggio all’accumulo capitalista; tutto filtrato da un’ossessione incontenibile: quella per la carne. Pentoloni che effondono pesanti vapori, grasso colante da labbra unte, ossa spolpate. La carne permea ogni spazio del romanzo, dal desiderio ossessivo di un bambino affamato, alle abbuffate pantagrueliche una volta capito come lucrare su quel bene: sotto le sue mani, spinta dalla sua voracità, un’attività artigianale come la macellazione si riduce a fredda catena di montaggio. Carni gonfiate con l’acqua e trattate con sostanze nocive per coprirne il fetore, carneficine portate a scala industriale. Tutto diventa lecito in un Paese che troppo a lungo ha sofferto la fame e che si affaccia alla modernità con una brama insaziabile di ricchezza.

Recensione di Ravera Michela

«Dieci anni fa, una matrtina d'inverno; una mattina d'inverno di dieci anni fa...» «Che anno era? Quanti anni avevi?», mi chiese aprendo gli occhi il monaco Lan con una voce che sembrava provenire dai profondi recessi di una caverna oscura. Dopo un lungo vagabondaggio aveva trovato asilo in questo piccolo tempio abbandonato. Nell'afa del settimo mese dell'anno lunare, senza volerlo, rabbrividii. «Era il 1990. Grande monaco, e avevo dieci anni», mormorai, cambiando tono. Il tempio dedicato ai Wutong, le cinque divinità della lussuria, situato tra due borghi prosperosi, si diceva che fosse stato costruito con le donazioni di un antenato di Lao Lan, il nostro capo villaggio. Nonostante la prossimità della strada maestra, l'incenso nei turiboli era freddo, sulla soglia si posavano tranquilli i passeri e nella sala aleggiava un odore di polvere antica. Dalla breccia nel muro di cinta, aperta forse da chi ,lo scavalcava di frequente, si affacciava una donna con un abito verde e un fiore rosso sull'orecchio. Riuscivo a vederne soltanto il viso tondo e biancastro, simile a un impasto di riso glutinoso, e la mano altrettanto candida che lo sorreggeva. L'anello che l'adornava, illuminato dal sole, mandava riflessi abbaglianti. Mi riportò alla mente la grande casa con il tetto di tegole del nostro villaggio, la dimore dei Lan, latifondisti prima della Liberazione, poi trasformata in una scuola elementare.