Quella cosa intorno al collo

Chimamanda Ngozi Adichie

Traduttore: A. Sirotti
Editore: Einaudi
Collana: Supercoralli
Anno edizione: 2017
In commercio dal: 31/01/2017
Pagine: 213 p., Rilegato
  • EAN: 9788806201005
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    Loris

    16/10/2017 08:22:59

    I racconti contenuti in questo libro precedono ‘Americanah’ e sotto vari aspetti ne sono il prologo. Le storie ambientate negli States ritraggono donne alle prese con un nuovo mondo diverso da quello immaginato, trascurate o oppresse da uomini che vorrebbero rinchiuderle nel ruolo tradizionale di moglie e madre. Il ragazzo bianco del racconto che dà il titolo alla raccolta è animato dalle migliori intenzioni, ma non risolve il malessere della protagonista, soffocata in modo invisibile e inesorabile da una cultura che la respinge o all’opposto usa approcci troppo enfatici che servono solo a mascherare il disagio. ‘Tremore’ esplora il tema religioso, istituendo un parallelo tra fidanzati egotici e una fede solo assertiva, cui si contrappone la saggezza di un vecchio sacerdote che accetta il limite e il dubbio senza arrendersi allo sconforto. I racconti nigeriani evidenziano i problemi legati alla politica, alla corruzione e all’abuso di potere. Particolarmente intenso è ‘L’ambasciata americana’, dove il dolore di una madre si scontra con la fredda burocrazia che sovraintende alle richieste d’asilo. Piu’ intimo, ma capace di uguale impatto emotivo è ‘Domani è troppo lontano’, dove il ricordo di un trauma fondante dell’adolescenza riemerge progressivamente nel momento del ritorno nella casa della nonna in Nigeria. I racconto piu’ vicini a un manifesto letterario e politico sono ‘Jumping Monkey Hill’ e ‘La storica testarda’: nel primo si polemizza con ironia su quel che I bianchi colti si aspettano dalla letteratura africana, mentre nel secondo la violenza del colonialismo si attua nello sradicamento delle tradizioni, cui la giovane protagonista si oppone rivendicando il diritto a una Storia narrata (anche nei manuali) dagli africani per gli africani.

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Le prime frasi del romanzo

La prima volta che ci hanno rubato in casa, è stato il nostro vicino Osita a entrare dalla finestra della sala da pranzo e a far sparire la tv, il videoregistratore e i nastri di Purple Rain e Thriller che mio padre aveva portato dall’America. La seconda volta, è stato mio fratello Nnamabia a fingere un furto con scasso e a rubare i gioielli di mia madre. È successo di domenica. I nostri genitori erano andati a trovare i nonni a Mbaise, la nostra città natale, e Nnamabia e io eravamo andati a messa da soli. Aveva guidato lui la Peugeot 504 di mia madre. In chiesa ci eravamo messi l’uno accanto all’altra, come al solito, ma senza darci di gomito e soffocando le risate se qualcuno aveva un brutto cappello o il caffettano logoro, perché Nnamabia era uscito senza una parola dopo dieci minuti, tornando appena prima che il prete dicesse: «La messa è finita, andate in pace». Ero un po’ infastidita. Immaginavo che fosse andato a fumare o a incontrare una ragazza, visto che per una volta aveva la macchina tutta per sé, ma almeno avrebbe potuto dirmelo. Eravamo tornati a casa in silenzio e, dopo che ebbe parcheggiato nel nostro lungo vialetto, ero scesa a raccogliere dei fiori di ixora mentre lui apriva il portone. Entrando, lo avevo trovato impietrito in mezzo al salotto.
– Ci hanno derubato! – aveva detto in inglese.
Mi ci era voluto un po’ per capire, per mettere a fuoco la stanza tutta in disordine. Ma perfino allora avevo pensato che ci fosse qualcosa di teatrale nel modo in cui i cassetti erano stati spalancati, come a voler fare colpo sugli scopritori. O forse era solo che conoscevo bene mio fratello. Piú tardi, quando i miei genitori sono tornati a casa e i vicini hanno cominciato ad arrivare a frotte per dirci ndo, schioccando le dita e alzando e abbassando le spalle, seduta da sola nella mia stanza al primo piano mi sono resa conto del perché avevo lo stomaco in subbuglio: era stato Nnamabia e lo sapevo. Lo sapeva anche mio padre. Ha fatto notare che le persiane erano state aperte dall’interno anziché dall’esterno (Nnamabia era in realtà ben piú furbo, ma forse aveva avuto troppa fretta di tornare in chiesa prima della fine della messa) e che il ladro sapeva esattamente dove mia madre teneva i gioielli, nell’angolo sinistro del baule di metallo. Nnamabia ha lanciato a mio padre un melodrammatico sguardo ferito dicendo: – So che in passato vi ho procurato molto dolore, ma non potrei mai abusare della vostra fiducia in questo modo –. Lo ha detto in inglese, usando paroloni inutili quali «procurato» e «abusare», come faceva sempre quando doveva difendersi. Poi è uscito dalla porta sul retro e quella notte non è tornato a casa. E nemmeno la notte dopo. O quella successiva. È tornato dopo due settimane macilento e piangente; puzzava di birra e diceva che gli dispiaceva, che aveva dato in pegno i gioielli ai mercanti hausa di Enugu e che i soldi erano spariti.
– Quanto ti hanno dato per il mio oro? – gli ha chiesto mia madre. E quando lui gliel’ha detto, si è portata le mani alla testa gridando: – Oh! Oh! Chi m egbuo m! Il mio Dio mi ha ucciso! – Era come se pensasse che perlomeno avrebbe dovuto ricavarne una bella somma. Avrei voluto prenderla a schiaffi. Mio padre ha chiesto a Nnamabia di scrivere una relazione: su come si era venduto i gioielli, su come e con chi aveva speso il denaro. Non credevo che Nnamabia avrebbe detto la verità, e non credo neppure che mio padre se lo aspettasse, ma a lui, al mio padre professore, piacevano le relazioni, piacevano le cose messe nero su bianco e documentate. Oltretutto Nnamabia aveva diciassette anni e una barbetta ben curata. Stava in quella terra di nessuno fra le superiori e l’università ed era ormai troppo grande per le punizioni corporali. Che altro avrebbe potuto fare mio padre? Quando Nnamabia ha finito, mio padre ha archiviato la relazione nel cassetto d’acciaio del suo studio dove conservava tutti i nostri documenti scolastici.
– Come ha potuto ferire cosí sua madre! – ha concluso, bofonchiando.
Nnamabia, in realtà, non lo aveva fatto per ferire lei, ma solo perché i gioielli di mia madre erano l’unica cosa di valore che avessimo: monili di oro massiccio raccolti in una vita. Lo aveva fatto, anche, perché lo facevano altri figli di professori. Nel nostro tranquillo campus a Nsukka era la stagione dei furti. Ragazzi cresciuti guardando i Muppet, leggendo Enid Blyton, mangiando cereali a colazione, andando alla scuola elementare per i figli dei docenti con i sandaletti marroni ben lucidati, ora tagliavano le zanzariere alle finestre dei vicini, forzavano persiane in vetro e si intrufolavano per rubare televisori e videoregistratori. Sapevamo chi era stato. Il campus a Nsukka era un mondo cosí piccolo – con le case affiancate lungo i vialetti alberati, divise solo da basse siepi – che era impossibile non sapere chi fossero i topi d’appartamento. Eppure, quando i genitori professori si incontravano al circolo o in chiesa o ai consigli di facoltà, continuavano a lamentarsi della marmaglia di città che veniva a rubare nel loro sacro campus.
I ragazzi che rubavano erano i piú popolari. La sera guidavano le auto dei genitori, coi sedili tirati indietro e le braccia tese per raggiungere il volante. Osita, il vicino che si era portato via il nostro televisore solo qualche settimana prima dell’episodio di Nnamabia, era bello e flessuoso alla sua maniera imbronciata e camminava con una grazia da gatto. Aveva la camicia sempre perfettamente stirata; io avevo l’abitudine di guardare oltre la siepe e, quando lo vedevo, chiudevo gli occhi e immaginavo che mi venisse incontro per dirmi che ero sua. Ma lui non si è mai accorto di me. Quando ci ha rubato in casa, i miei genitori non sono andati dal professor Ebube per chiedergli che il figlio ci restituisse le cose. Hanno detto pubblicamente che erano stati dei teppisti di città. Ma sapevano che era stato Osita. Osita aveva due anni piú di Nnamabia; molti dei topi d’appartamento erano un po’ piú grandi di Nnamabia e forse era per questo che Nnamabia non aveva rubato a casa d’altri. Magari pensava di non avere ancora l’età, o i requisiti, per un furto piú grande dei gioielli della mamma.