Categorie

Remo Ceserani

Anno edizione: 1990
Pagine: 176 p.
  • EAN: 9788833905181
Approfitta delle promozioni attive su questo prodotto:


recensione di Toschi, L., L'Indice 1991, n. 1

Questo libro si presenta come una chiara e utile ricostruzione del dibattito sui metodi della critica, in Italia e all'estero: una passeggiata lungo una galleria di nomi che hanno scandito le riflessioni e gli scontri ideologici più importanti negli ultimi decenni. A mano a mano, però, che Ceserani suggerisce un percorso attraverso la selva dei vari èklovskij, Mukarovsk|, Lotman, Frye, Croce, Jakobson, Ejchenbaum, Barthes, Warren, Tate, Spitzer ecc. (ma Gramsci non c è), si chiarisce che il suo obiettivo è piuttosto l'analisi e la ricerca di qualche risposta alla "lunga crisi della storia letteraria" (come significativamente viene intitolato il primo capitolo).
Fin dall'inizio, infatti, Ceserani enuncia il quesito fondamentale attorno a cui ruota tutta la ricerca: è possibile e, se si, quale senso ha oggi scrivere una storia della letteratura? Dal quadro tracciato da Ceserani si ricava che, a partire dal fortunato modello desanctisiano (a sua volta frutto maturo di una tradizione nobilissima sette e ottocentesca), pressoché ogni sforzo di sintesi storico-letteraria ha finito con l'appoggiarsi, a volte suo malgrado, a un impianto di natura genetica e teleologica che non si allontana di molto dalla formula del romanzo di formazione e di educazione. Secondo Ceserani, anzi, negli ultimi tempi si assiste a una maggiore presa di coscienza di questo dato strutturale ineliminabile da parte dei critici, sempre più convinti che l'applicazione di modelli narrativi alla storiografia letteraria debba essere praticato "in modo consapevole e intelligente". Questa novità è venuta dopo un lungo periodo caratterizzato da continui attacchi contro lo storicismo e in genere i modelli storiografico-letterari, ma ciò non deve sorprendere più di tanto; giacche, osserva Ceserani, già nel formalismo russo la questione della storia letteraria ebbe un'indubbia centralità.
L'autore passa poi ad analizzare "La situazione molto particolare della letteratura italiana rispetto alle altre letterature". Nell'ambito della storia letteraria, a tutti i livelli, dal geografico al politico, al linguistico, all'antropologico-culturale, l'ostacolo è sempre stato quello di sintetizzare una molteplicità di esperienze e di situazioni che spesso appaiono non solo frammentarie ma fra loro in antitesi. Da una situazione così articolata e variegata scaturiscono le difficoltà a volte impervie di periodizzazioni convincenti.
Convinto che "i tempi non siano ancora maturi per l'elaborazione di una nuova e complessiva teoria della storia letteraria", Ceserani si impegna comunque a presentare al lettore, nell'ultimo capitolo, "Nuove esperienze e qualche nuova proposta". Una parte propositiva che non inficia la più generale impostazione storiografica assunta per l'intero lavoro, e che scaturisce dalla precisa scelta (ricca di conseguenze sul piano metodologico) di considerare definitivamente tramontata l'idea di poter ridurre l'universo della testualità letteraria "a fenomeni di testualità linguistica". Al termine stesso di "letteratura", ormai insufficiente, si suggerisce perciò di sostituire quello di "immaginario", più utile e meno "carico di condizionamenti e delimitazioni", e soprattutto in grado di offrire una soluzione all"'eterno problema del rapporto fra storicità e universalità dei testi letterari" e quindi della "loro appartenenza funzionale a un preciso sistema storico di comunicazione. . di valori estetici". Un'affermazione che rimanda il lettore a quella storia della letteratura italiana di cui Ceserani è autore con Lidia De Federicis, e che tanto seguito ha incontrato nelle scuole medie superiori, segnando una significativa svolta metodologica sul piano didattico.
Ma sospendiamo qui il parziale riassunto di questo saggio per metterne in evidenza, senz'altro, un aspetto fondamentale che si presenta come un garbato, implicito ma fermo ammonimento. Nella grave crisi che la disciplina sta attraversando, si assiste da qualche anno al tentativo di recuperare un rapporto con la filologia e l'erudizione, con le biblioteche e gli archivi. Un'inversione di tendenza certamente positiva rispetto alle sbornie da frainteso impegno politico, prima, e da metodologia per la metodologia, poi, quando uno scarto sintattico o una pagina di sterniana memoria finivano per apparire spaventosamente rivoluzionarie.
Tuttavia, se il critico sta cominciando a ritrovare il piacere di navigare nel mare delle cose che sono state, e non di quelle che avrebbero potuto essere, avvertendo dunque la necessità di tornare a studiare, il problema è ricordargli che quel mare e affascinante quanto infinito e che è facilissimo perdere la rotta, facendosi prendere dal gusto del dato in sé, novella torre d'avorio, gioioso e dorato labirinto assai appagante dopo lunghe stagioni di vaniloqui. Perché, ci spiega bene Ceserani, la conclusione ultima di ogni lavoro deve essere un racconto, un'interpretazione, e quindi un'assunzione di responsabilità nei confronti del lettore.
Lo stesso interesse sempre crescente nel settore umanistico verso l'informatica appare il frutto di una tale duplicità: da una parte essa si presenta come un potentissimo strumento di studio, di catalogazione, di archiviazione e di interrogazione, ma dall'altra può prestarsi a essere utilizzata quale giustificazione tecnologicamente avanzata per tendenze vecchie e pericolose. Di dati, come di erudizione e di filologia, si può morire: e sbagliato immaginare una banca dati che non sia il risultato di un'interrogazione critica; l'archiviazione assoluta, il progetto di raccogliere tutto il possibile anche su un solo argomento non costituisce un'ipotesi di ricerca n‚ un plausibile punto di partenza.
Ceserani, con il suo saggio, sembra ricordarci che lo scopo ultimo di ogni studio è il racconto di come eravamo per sapere come siamo e decidere come vorremmo essere. Si potrebbe aggiungere che ogni riflessione di carattere metodologico, sviluppata in qualsiasi direzione, riconduce sempre a una sorta di questione morale: la sua esigenza è avvertita da coloro, e sono molti, i quali non si riconoscono più nell'immagine che ancora oggi la critica letteraria offre di sé.