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Silvio Lanaro

Editore: Marsilio
Collana: Biblioteca
Anno edizione: 2004
Pagine: 151 p. , Brossura
  • EAN: 9788831785389

Un libro rapsodico. Il taccuino di lavoro, si potrebbe dire, di uno storico che non ha dimenticato la storia della storiografia proprio nel momento in cui questa sembra precipitata in un dirupo. Più precisamente, si dovrebbe parlare di uno storico che prova nostalgia per le ricerche empiriche della vecchia tradizione positivista lombardo-veneta. "Pensieri a capitolo", la definizione data a queste pagine dall'autore stesso, con parole prese in prestito a Carlo Cattaneo.

Pur nella ricercata rapsodicità, il libro ruota intorno all'idea di storia come discorso (gli storici italiani scrivono "mediamente male", s'aggiunge con malizia). Una prosa caustica, antiaccademica serve a smontare "resistenze testuali" come le chiama Lanaro. L'ultimo capitolo (Distanze, omissioni, tabù), il più polemico del libro, è anche il più attraente. Veniamo introdotti nei meccanismi più interni e sofisticati della riflessione storiografica europea ed extraeuropea: si apre un serrato dialogo su temi controversi come lo scetticismo storiografico di Hayden White, il negazionismo o il problema della falsificazione delle fonti o ancora il sorgere di una "storiografia senza problemi", che non poco inquieta chi non ha dimenticato la lezione di Croce. Le pagine sull'adozione di una misura di distanza, nell'analisi di un fatto avvenuto vicino o lontano da noi, assumono ora una attualità imprevista allo stesso Lanaro, dopo la tragedia del Sudest asiatico.

L'ultimo dei pensieri a capitolo, come si diceva, è riservato ai tabù. Per la storia d'Italia Lanaro individua alcuni nervi scoperti: le carneficine di stato dimenticate, il rifiuto dell'Italia, unico fra i paesi belligeranti nella prima guerra mondiale, di stipulare accordi per soccorrere i prigionieri di guerra; i numeri stessi dei morti in prigionia, che furono molto più alti di quelli in un primo tempo stimati. Altra omissione, riconosce Lanaro, riguarda la controversa questione delle foibe e della tormentata questione del confine orientale, cui s'aggiunge - omissione dentro l'omissione - la storia del "controesodo" degli operai dei cantieri navali di Monfalcone, che nel 1947 emigrarono a Pola e a Fiume per rimpiazzare gli italiani che stavano abbandonando l'Istria.

Sono considerazioni coraggiose, che forse avrebbero richiesto un ultimo pensiero sui troppi ruoli che lo storico in sé è chiamato oggi a ricoprire, soprattutto in Italia. Soprattutto nella storia contemporanea, c'è da ricordare la questione della committenza: ricerche finanziate da istituzioni, enti pubblici, giunte comunali o regionali e dunque esposte a un controllo, sia pure indiretto. L'opera dello storico di oggi è spinta poi ad acquisire funzioni che un Cattaneo redivivo denuncerebbe senza esitazione. Funzioni che vanno dall'elaborazione di identità in crisi alla funzione terapeutica, quasi che lo storico fosse un medico chiamato a sanare le ferite memoriali della società. C'è poi il pericolo dello storico chiamato a svolgere il ruolo del giudice retrospettivo, a cui si chiede spesso il compito di una aperta advocacy. Scarseggiano le ricerche empiriche che Lanaro invoca, abbondano le perizie di parte.