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I racconti della Kolyma - Varlam Salamov - copertina

I racconti della Kolyma

Varlam Salamov

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Traduttore: M. Binni
Editore: Adelphi
Collana: Gli Adelphi
Edizione: 4
Anno edizione: 1999
Formato: Tascabile
In commercio dal: 23 giugno 1999
Pagine: 632 p.
  • EAN: 9788845915031
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I racconti della Kolyma

Varlam Salamov

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Racconti spesso molto brevi, dedicati a un qualche "caso" della vita quotidiana nella funesta regione dei lager della Kolyma: un'occasione di abbruttimento, depravazione, assurdità, barbarie, abiezione, pietà, solidarietà, coraggio, lotta per la sopravvivenza, resa, morte; una qualsiasi delle occasioni che hanno segnato il destino di milioni di esseri umani (decine di milioni: non conosceremo mai il loro numero) nella Russia sovietica. Nulla riscatta l'orrore di questo macabro mondo, neanche la natura, che con la sua asprezza sembra allearsi con gli aguzzini per facilitarne il compito, una natura maligna che ruba le ultime briciole di umanità. Eppure a quella natura Salamov sa dare anima in subitanei, velocissimi squarci visionari, e la cosa crudele che circonda i prigionieri prende vita e testimonia di una lotta tra forze primordiali in cui l'uomo è soltanto timida comparsa. Ognuno, dopo aver letto questo libro, sperimenterà la morbosa ossessione del pane che ispira le cronache dei campi di concentramento. Ma si chiederà anche perplesso da dove, da chi venga a Salamov quella tenera ironia che a tratti illumina l'universo torturante che gli diede in sorte la storia. "I racconti della Kolyma" apparvero per la prima volta in volume nel 1978 in Occidente e nel 1992 in Russia.
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    Andrea Muratore

    10/12/2020 00:46:55

    Uno dei libri che amo di più, per cui darei la vita. Uno dei libri più commoventi di sempre, scritti, lo si avverte chiaramente, fra la lama di un dolore e l’incombere di una lacrima certa. Un’esperienza che non si puó cancellare, un destino che le righe di questo immenso libro hanno descritto con una potenza e una liricità che solo la terra russa poteva darci. Non ci sono parole - io, almeno, non ne trovo, per descrivere la bellezza dilagante, disperata do questo libro infinito

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    MD

    18/09/2018 06:37:51

    Un vero ed efficace “Lagersystem” avvolto nel più stagnante silenzio: che solo la sua scrittura ha saputo parzialmente rompere una volta superata l’impasse che tendeva a calcificare le sue facoltà linguistiche, risucchiate pian piano in un amalgama dal quale era impossibile sottrarsi. Una scrittura di protesta, laconica, precisa fino al dettaglio, spoglia di ogni psicologia e dotata di una logorante, corrosiva stringatezza analoga a quell’essere del tutto in balia di qualcosa tipico dello stato di detenzione, di essere troppo allo stretto (“zu eng”). “Kolymskie rasskazy” (“I racconti della Kolyma”), perciò, presentano, forse senza volerla (rap)presentare, una condizione che per sua natura rifiuta di essere narrata – si nega alla parola, scompare in una zona assoluta d’ombra. In ciò però consiste proprio la loro forza. In questa sconsolante battaglia contro la ‘Sprachlosigkeit’, che lega strettamente Šalamov allo scrittore spagnolo Jorge Semprún, un sopravvissuto a Buchenwald, lo scrivere li riporta in apparenza alla morte non permettendogli di vivere, eppure il recupero della scrittura e della parola gli ha offerto più probabilità di guarire, è stato per entrambi la sola via per far ritorno alla vita; a patto che si rispetti quest’ordine: “Primum vivere, deinde scribere”.

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    MD

    18/09/2018 06:36:32

    In quanto appartenente all’opposizione di sinistra, a soli 22 anni Šalamov fu mandato al lavoro forzato sui monti Urali (esperienza confluita nel libro “Višera. Antiromanzo”, 1989); e sopravvisse incredibilmente anche ad un secondo difficile periodo di prigionia, tra il 1937 e il 1953, nella glaciale ed estrema provincia del fiume Kolyma, in Siberia nordorientale. E così, costretto dal destino avverso, il giovane avvocato divenne un artista: come ha scritto Jörg Plath, riecheggiando il titolo di un suo libro, “ein Künstler der Schaufel”. Rinchiuso nell’arcipelago-GULAG staliniano, acronimo di “Direzione principale dei campi di lavoro correttivi”, sorvegliato a vista dalla polizia russa e con in mente un progetto di riscatto attraverso il racconto (che fu preceduto dall’affiorare delle parole e delle idee nate dall’ossessione della cattività … parole perlopiù non stampate, non ancora scritte ma, nel loro primo presentarsi alla soglia dell’espressione, permanenti nel ricordo), Šalamov, a meno 55 gradi di temperatura, fu costretto – pala e piccone in mano – ad estrarre oro e carbone, abbattere alberi, a zappare un terreno gelato e duro come la pietra, a spalare la neve, ammucchiare pietrame, a spalare sabbia nelle cave, ossia a diventare il “divino spalatore” che dà il titolo a un suo libro. Si trovò – dopo gli studi di giurisprudenza – serrato nella fredda polarità della crudeltà, ogni giorno più prossimo alla morte che alla vita e, con disperata speranza, ai luoghi dell’inesprimibile; per questo, anche dopo la sua liberazione ed il ritorno a Mosca, il grande spettro del sistema carcerario sovietico, con tutti i suoi venti milioni di internati, prese via via un colore permanente, rimase una presenza davanti ai suoi occhi.

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    ferruccio

    29/05/2014 10:53:27

    Le memorie di un condannato ai lavori forzati in quella Siberia orientale dove tutto è gelo; non c'è tempo per pensare oltre a quello di sopravvivere per puro istinto di attaccamento alla vita, anche se spesso si desidera la morte immediata come liberazione. Esseri viventi che non hanno più dignità umana; maltrattamenti, umiliazioni, fame, freddo, spossatezza e malattia sono sempre presenti. I rapporti interpersonali sono meteore, la mente si avvita in una spirale dove il pensiero viene fagocitato da un'invisibile sfera che si restringe fino al virtuale soffocamento interiore. Lavoro forzato e sopravvivenza si confondono in una distesa bianca senza tempo che non sia l'attimo presente; un luogo dove tutto è gelo, dove anche l'anima diventa di ghiaccio.

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    Roberto Guarino

    18/02/2011 20:04:23

    Il libro è straordinario. Un vero capolavoro. Le follie umane dei campi di lavoro vengono raccontate in modo molto particolare. Salamov si distingue sia da Primo Levi che da Gustaw Herling. A me i racconti hanno ricordato l'ìinferno dantesco...Kolyma, una sorta di luogo pieno di "infernali gironi" dove tutto è incredibilmente reale...vero...è tutto accaduto. La descrizione dei dettagli è degna di Manzoni. Salomov ci consente di comprendere quanto l'uomo possa essere crudele e folle. Libro da portare nelle scuole.

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    LaMelaMarcia

    05/10/2010 11:46:42

    Sarebbe meglio tornare in prigione. Non sto scherzando. Adesso non vorrei tornare dalla mia famiglia. Là non mi capirebbero mai, non potrebbero capire. Quello che a loro sembra importante, io so che è una sciocchezza. Quello che per me è importante, quel poco che mi è rimasto, loro non possono comprenderlo né sentirlo. Porterei loro nuovo terrore, un altro da aggiungere ai mille terrori che già riempiono la loro vita. Nessuno deve vedere, e neanche sapere, quello che ho visto io. Questa crudeltà è soltanto dell'uomo, è un tratto che mostra quanto si sia allontanato dall'animale. [...] In qualche modo questa crudeltà ricordava le storie dei malavitosi con le prostitute affamate (ma erano poi sempre state prostitute?), quando una razione di pane era l'"onorario", o più esattamente, secondo il mutuo accordo, quanto di quella razione la donna riusciva a mangiare durante l'amplesso. Tutto quello che lei non faceva in tempo a mnagiare, il malavitoso se lo riprendeva. "Faccio congelare la razione, e poi gliela ficco in bocca, non potrà rosicchiarne via molta se è gelata... Quando ho finito la razione è intatta".

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    Luciano Stolfi

    24/04/2010 14:55:16

    Ho letto questo libro, di cui e del cui autore non conoscevo l'esistenza, perchè consigliato da Roberto Saviano in uno speciale della trasmissione "Che tempo che fa" condotto da Fabio Fazio. E' un libro forte, descrittivo dell'universo concentrazionario russo. Qui si viene a contatto con l'uomo ridotto a feccia dell'umanità. Leggendo il lungo libro ad un certo punto si fa l'abitudine e non ci si stupisce più di niente: come accade ai reclusi di cui narra il libro, i quali, ad un certo punto, fanno l'abitudine a quella loro miserabile vita e non si meravigliano più di niente. Tempo fa lessi Solgenitzyn: ma Solgenitzyn è diverso da Salamov, è più letterario, nei suoi libri si respira un'aria di poesia, pur narrando la vita dei Gulag. In Salamov, invece, tutto è ridotto ai minimi termini: l'uomo è diventato meno di un animale. In conclusione, è un libro da leggere assolutamente e che non può assolutamente mancare nella biblioteca di ciascuno.

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    raffaello

    14/04/2010 17:07:30

    Uno dei libri più intensi del 900. Il lager e tutto il suo fardello ideologico e disumano, sembra quasi dato per scontato. Ma solo accettando la sorte, la più incomprensibile e tremenda, si ha qualche possibilità di sopravvivenza nelle condizioni estreme della Kolyma. Nel lager non c'è spazio per l'amicizia e quando ti hanno spogliato di tutto, attraverso la fame, il freddo e le fatiche disumane, non rimane "che rabbia, il più durevole dei sentimenti umani". La straordinaria potenza di questi racconti va oltre la mera descrizione delle condizioni dei lager sovietici. Qui come in Kafka, o meglio ancora con Céline, si parte per un viaggio che va in fondo alla parte più nera dell'animo umano. E non se ne esce indenni.

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    Alessandra O.

    29/10/2009 18:29:57

    Senza ombra di dubbio un capolavoro della letteratura. Pagine e pagine di testimonianze che ci pongono davanti all'eterna realtà della crudeltà umana. E' incredibile quanto possano essere spietati gli uomini! Da leggere e rileggere con molta calma perchè è un libro di non facile apprendimento.

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    LaCapra

    01/09/2005 16:03:56

    Accanto a Solzenycyn Salamov ha il merito di aver svelato agli occhi del mondo uno dei più vasti e terribili orrori del secolo passato: la persecuzione del regime Stalinista e la tragica realtà dei campi di internamento sovietici. Con la sua prosa magistrale fatta di immagini vivide e vibranti S. ci racconta la straziante quotidianità della Kolyma, la sterminata regione mineraria della Siberia orientale che tra gli anni trenta e cinquanta costò la vita a quasi tre milioni di deportati. Il rispetto delle consuetudini e delle regole non scritte della dura vita carceraria rappresenta l'unica speranza per sfuggire alla follia, all'abbruttimento esasperato che precede la morte. Salamov ha vissuto alla Kolyma per diciassette anni, all'estremo limite tra vita e morte, astuzia e follia, tra uomo e animale. Ma oltre la fame, oltre il freddo siberiano, oltre il lavoro sovrumano e le percosse di superiori e detenuti, Salamov lascia intravedere la forza inestinguibile del richiamo alla vita, tenue ma tenace fiammella nelle tenebre della follia umana.

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In pagine brevi e incisive si snoda la vita quotidiana dei lager della Kolyma, desolata regione dei ghiacci all'estremo limite orientale della Siberia, che per Salamov si traduce in un paradigma esasperato della condizione umana, riscattata soltanto da una commossa ironia o dalla pietà.

  • Varlam Salamov Cover

    Varlam Salamov, nato a Vologda nel 1907 e morto a Mosca nel 1982, è stato scrittore, poeta e giornalista. Figlio di un prete ortodosso e di un'insegnante, lasciò la famiglia per studiare Giurisprudenza. Dal 1927 svolse attività d'opposizione al regime staliniano, fu arrestato e deportato per la prima volta in un campo di lavoro a nord dell'Ural. Liberato nel 1932, tornò a Mosca, dove intraprese l'attività giornalistica, scrisse poesie e racconti, ma nel 1937 fu nuovamente arrestato e deportato nella Kolyma, in Siberia. Fu riabilitato nel 1957 e da allora venne autorizzata in Russia solo la pubblicazione di qualche breve raccolta di poesie. Solo alla fine degli anni Ottanta, dopo la sua morte, le opere di Salamov hanno cominciato ad essere pubblicate in patria.Tra... Approfondisci
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