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Carlo Cassola

Curatore: A. Andreini
Editore: Mondadori
Collana: I Meridiani
Anno edizione: 2007
Pagine: CXXXV-1890 p. , Rilegato
  • EAN: 9788804549178
"Il principio d'inerzia non vige solo in natura. È la principale legge dello sviluppo storico. (…) Non solo nella storia non agisce l'astuzia della ragione di cui cianciava Hegel, o la provvidenza di cui cianciava Vico: tutto avviene casualmente, e l'umanità può far conto solo su se stessa".
Così scriveva Carlo Cassola nel pamphlet del 1978 La lezione della storia. Era quello un piccolo libro antistoricista, antihegeliano, antifascista e antistalinista, e quindi illuminista, antimilitarista e soprattutto apocalittico, ma non disperato. A scriverlo era il Cassola post 1970, il Cassola più discusso, il più frenetico e insieme determinato. E, assai spesso, i suoi prodotti intellettuali dispiacevano a destra e a sinistra, un po' come capitava al Giuseppe Berto della Modesta proposta. Il Cassola degli anni settanta e ottanta è appunto quello più dimenticato. E quello su cui Alba Andreini, nella splendida introduzione al nuovo "Meridiano" Mondadori, conferma un giudizio sostanzialmente negativo, articolato e documentato. La scelta del volume tiene infatti fuori la narrativa posteriore a Paura e tristezza del 1970, che lo conclude. Inutile dire che i materiali bio-bibliografici e le note ai testi sono di qualità e raffinatezza superiori, come ci si poteva aspettare da una curatrice filologa così apprezzata per l'acribia e l'intelligenza. E nelle pagine introduttive è dato reperire notazioni critiche di estrema giustezza ed eleganza, come quella ad esempio che vede nella scelta toscana del romano Cassola una matrice "materna" (ove Roma è "paterna", e si rilegga in questo senso La casa di via Valadier), ma anche l'adesione a un principio di "armonia", "chiarezza" e "astrazione". Alba Andreini ricostruisce il percorso di Cassola con puntualità inesausta, ricorrendo a epistolari e materiali inediti, insomma ponendo solide basi per un riesame della quaestio cassoliana.
Ritorniamo allora alle frasi citate in apertura. Forse la visione della storia in esse esposta è un dato utile anche per comprendere il senso complessivo, costruttivo, e anche puntuale, dei romanzi più riusciti di Cassola, come ad esempio Un cuore arido, del 1961, probabilmente il capolavoro. Qui la protagonista, il cui cuore appare forse arido agli altri ma è invece più sensitivo che mai, un cuore organo di intelligenza oltre che di sentimento, arriva a conclusioni siffatte: "Niente, niente avrebbe potuto sconvolgere la sua vita… perché la vita, l'essenza vera della vita, era qualcosa d'intangibile. Niente poteva intaccarla: e i fatti, quei fatti di cui si parla tanto, e in cui sembra che consista la vita di una persona, erano in realtà senza importanza, senza significato". E ancora, in conclusione del romanzo: "E poi, nessuna vita era povera (…). La vita quotidiana si componeva di tante cose, piccole e grandi, rifare i letti e mangiare, fidanzarsi e sposare; ma la vita vera era come la luce e il calore del sole, qualcosa di segreto e di inafferrabile".
Insomma: anche nei romanzi, ovvero nella vita di ogni giorno, la storia procede per inerzia e a caso, non c'è una ragione né una metafisica, quindi non c'è un vero senso. Perché la vera vita è in un segreto luminoso e inafferrabile, ma comunque semplice e riposto, caldo, forte e al riparo dagli eventi. Quindi il narratore non può che riprodurre l'inerzia e la casualità del procedere vitale, e la ricchezza interiore di Anna, che compie errori e deviazioni, si perde agli occhi del mondo, né onesta né puttana, né furba né stolta, la sua ricchezza intima è nella soddisfazione di questa scoperta, tanto poco visibile all'esterno da essere scambiata per aridità.
Più cupamente (perché più cupi sono i maschi rispetto alle femmine, nei romanzi migliori di Cassola) ma analogamente il protagonista Alfredo del Cacciatore (1964) riflette: "Non era così anche la vita? Il caso, il caso soltanto ne determinava il corso". Eccetera. Sospendiamo le citazioni e riflettiamo anche noi. Non sarà che il particolare realismo di Cassola è un realismo dell'inerzia e del caso? Davvero realista era Cassola, un autore per cui spendiamo questa parola, realismo, senza le esitazioni con cui la useremmo, che so, per Bassani, per Fenoglio, per Pavese, o addirittura per Balzac o Zola. L'effetto di reale in Cassola è così costante pagina per pagina da neutralizzarsi, quasi, e farsi respiro continuo e quindi inavvertibile. Dietro a questo realismo che sfiora, ma solo sfiora, la scuola dello sguardo (e si pensi all'ultimo Bassani del meraviglioso Airone), c'è un'idea della Storia e della storia, un'idea pessimistica ma non disperata, come si diceva prima, una soggezione dolce, davvero molto femminile (o come un uomo intende il femminile), alla forza inerziale del divenire, in cui il dettaglio non è meno insignificante dell'insieme, la microfrattura non risulta più fatale del grande trauma.
Tutti falliti, forse, i personaggi cassoliani, come il Leonardo della Casa di via Valadier: "Non aveva nessun talento speciale. Era un mediocre". Tuttavia, nonostante l'autoanalisi di Leonardo, i protagonisti di Cassola non sono veramente mediocri, come s'è intravisto a proposito di Anna di Un cuore arido. Non sono cioè come quelli dei romanzi "realisti" di Flaubert, autore peraltro adorato da Cassola. La Felicita di Un cuore semplice, con la sua prossimità allo stato animale e il suo delirio bizzarro che la induce ad adorare un pappagallo come immagine dello spirito santo, è smisuratamente distante da Anna. Così Cassola, descrittore realista di una femminilità paziente e intelligente, è lontanissimo da Flaubert, esteta del realismo e analista prezioso e gelato della mediocrità di donne-animali o di donne infelici. Certo, le diverse partenze ideologiche e stilistiche fanno sì che la scrittura di Flaubert risulti inebriante e quella di Cassola secca e talora crepata. D'altra parte non si discute sui diversi valori letterari. Il punto è capire due forme speculari di realismo. Anzi, il tessuto della scrittura di Cassola, così ambivalentemente arido, sembra volerci insegnare qualcosa sulla storia del moderno realismo narrativo. Pare più evidente, dopo la rilettura di Cassola, che la grande tradizione otto-novecentesca del realismo sia stata una storia di visionari forzati del realismo, come Baudelaire suggeriva a proposito di Balzac. La storia, cioè, soprattutto di Flaubert, di Zola, di Joyce, di Céline, per non dire del nostro Gadda o di Elsa Morante.
Voi direte: bastava rileggere Tolstoj. Certo, ma in Italia nessuno ha scritto La morte di Ivan Ilijč.
  Roberto Gigliucci  

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    simone

    29/11/2010 15.23.19

    Ho appena terminato la lettura di "Rosa Gagliardi", "Le amiche" e "Il taglio del bosco". Straordinari soprattutto gli ultimi due. Ne"Il taglio del bosco" Cassola ci fa vivere con toccante immediatezza la vita dura ma operosa dei boscaioli, segnata dalla fatica e dalle lunghe settimane lontani dai propri affetti. In questo contesto si inserisce la vicenda di Guglielmo, il protagonista, che non riesce a uscire dalla disperazione per la morte della giovane moglie malgrado l'intenso lavoro e il contatto coi compagni. Anche ne"Le amiche" la storia semplice, schietta di due giovani, ambientata in un paesino toscano, avvince e coinvolge come poche, malgrado l'asciuttezza della scrittura.Forse il più debole dei tre racconti è"Rosa Gagliardi", in cui al di là della capacità di scrittura c'é un pò poca sostanza, e il tutto risulta sfuocato e poco incisivo.

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