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Adriano Sofri

Collana: La memoria
Anno edizione: 2014
Pagine:

36 ° nella classifica Bestseller di IBS Libri - Società, politica e comunicazione - Servizi sociali e criminologia - Reati e criminologia - Criminalità organizzata

  • EAN: 9788838932724
  Ci sono titoli che raccontano, più e meglio di una recensione, il libro e chi l'ha scritto. Perché contengono, già nell'azzardo delle parole, lo spirito del racconto. Sofri è autore attento ai dettagli, e quando narri la morte e la vita di un amico, ogni parola è un dettaglio che lascia segni definitivi sul foglio. Il suo libro sull'amico Rostagno ("amico sì, senza riserve, ma non il migliore" avverte subito, come a volersi sottrarre da una scrittura tutta di affetti) propone già nel titolo un dettaglio che di Rostagno dice molto: "Reagì Mauro Rostagno sorridendo" e il lettore impreparato già vacilla di fronte a questa frase tronca, appesa a un verbo che pare fuori posto: sorridendo a chi? che c'è da sorridere in una storia di mafia, cos'aveva da sorridere un uomo ammazzato a fucilate? Invece Mauro Rostagno sorrideva. Era un tratto della sua generazione e della sua estrazione umana, attraversare i conflitti con l'asprezza necessaria e con il garbo di un sorriso che era ironia, difesa, finzione ma anche, in fondo, generosità verso le cose della vita. Io che lo conobbi appena, lo ascoltai sorridere davanti ai propri racconti (eroina, mafioserie, una città livida, un potere sguaiato e corrotto). Sorrise anche in una foto che si fece fare, le braccia spalancate, il vestito bianco, le pale scassate di un vecchio mulino alle spalle. Non era in posa per noi, lo era per se stesso, di fronte alla vita che aveva scelto, alle cose complicate che aveva osato fare. L'ultima, quella che lo perse, fu venire in Sicilia a dire le cose che tutti preferivano tacere. Ora, a qualcuno sembrerà una simmetria azzardata, ma io ho conosciuto molti sorrisi in faccia a quelli che poi sono morti di mafia. Perché la bestemmia più dura da accettare per i signori di cosa nostra era proprio l'irriverenza di quegli sguardi che non si piegavano né alla rabbia né alla rassegnazione. Penso a Peppino Impastato che sorrideva e rideva di Tano Seduto signore di Mafiopoli. Penso a Pippo Fava che sorrideva scrivendo l'arringa immaginaria in difesa di un cavaliere mafioso. Dopo trent'anni di rumorosa antimafia con il coltello tra i denti, di quei sorrisi, consentitemelo, siamo tutti orfani. Insomma, Sofri fa questo primo miracolo: sceglie un dettaglio, un tratto, una parola finita in fondo a un verbale, una circostanza apparentemente insignificante e ne fa il titolo del suo libro sull'amico Rostagno. Perché forse anche a lui quei sorrisi mancano. Per il resto il libro è bello e insolito, come tutte le altre cose scritte da Sofri. Bello perché riscaldato da parole, sguardi, sospensioni che non sono mai banali. Insolito perché mescola stili e percorsi, prendendosi la libertà di non seguire altra regola che non sia quella del racconto che l'autore ha già nel cuore. E dunque il processo. Con quegli stralci di verbale che servono a spiegare, come nel teatro di Weiss, la banalità del male senza dover aggiungere un solo aggettivo. Un processo in cui non ci sono comparse ma tutti, a modo loro, ne escono da protagonisti perché contribuiscono, ciascuno per una frase, un'amnesia, un ricordo netto, a ricostruire il tempo in cui visse e morì Rostagno. Persino il presidente della Corte, generalmente raccontato nelle cronache dei processi come un signore avanti negli anni che siede una spanna più in alto di tutti e da lì assiste corrugato e inerte al dibattimento: persino lui qui diventa un protagonista. Accade nelle pagine che raccontano l'udienza del 23 maggio 2012, anniversario dei morti di Capaci vent'anni dopo. Sofri, che è narratore ma anche cronista scrupoloso, registra e riporta il discorso con cui il presidente della Corte commemora quei morti che nulla in apparenza hanno a che vedere col morto di questo processo eppure Sofri vi coglie fili invisibili, una medesima trama di segni e presentimenti nelle parole che il presidente dedica a Giovanni Falcone e agli altri caduti non come servitori dello Stato: "Perché forse di servitori questo Stato ne ha avuti fin troppi. E dove ci sono servitori ci sono anche padroni. Ed allora, forse quelli che sono mancati a questo Stato sono, più che i servitori fedeli, gli uomini liberi". E poi gli amici, gli affetti, i sodali di Rostagno. La compagna Chicca, la figlia Maddalena anzitutto. Che ritrovo in questo libro come le ho riviste il giorno in cui mi hanno chiamato a testimoniare: questo loro zelo sul processo, questa cura che riservano alla vita di Mauro, la stessa fatica di tutti i sopravvissuti la cui pena non comincia con il dolore del lutto ma con l'oltraggio delle menzogne, con i giudici svagati, le indagini svogliate, i giornalisti reticenti, gli sguardi torbidi, le parole a metà mentre il tempo passa, scava solchi nelle memorie di tutti, e quei morti da difendere si fanno sempre più fragili, come figurine di terracotta che basta un movimento di troppo a rovinare per sempre, a trasformare in polvere di creta. E infine la mafia che nel libro di Sofri è anzitutto cronaca di cose accadute. Le parole pronunciate al processo, gli sguardi di falsa umiltà degli imputati, l'onesta ricostruzione di come questa cosa chiamata mafia, carica di esclamativi e maiuscole, sia una storia povera, povera di alfabeto, banale nelle cose che fa e nei pensieri che l'accompagnano. Anche la mafia, Sofri la racconta in punta di penna, senza metterci inutile durezza, senza lasciarsi andare a scontate reprimende: a tratti, quasi con un sorriso. Credo che a Rostagno, questo libro sarebbe piaciuto.     Claudio Fava

«Mamma mia che situazione in questa provincia di Trapani!... Logge massoniche coperte, intreccio tra politica, affari, mafia, massoneria, tangenti, gente che si fa ricca della povertà altrui… Insomma, ci sarebbe da stare seri se non avessimo voglia, ogni tanto, anche di ridere…» (nella sua tv, aprile 1988). Mauro Rostagno fu ammazzato il 26 settembre del 1988. Era nato il 6 marzo 1942, era passato da tante vite, chissà quante ne avrebbe avute ancora. Di tutti quelli che ho conosciuto, era il più pronto a prendersele tutte, le vite che abbiamo in offerta. A Trapani c’è ancora qualche scritta slavata che dichiara che MAURO È VIVO! Serve ai vivi per consolarsi, ma i morti ne sono inceppati, è come se non li si lasci sentire pienamente morti, con quel punto esclamativo che inchioda il lembo del mantello al mondo di qua. I morti ammazzati per ragioni di giustizia o di dignità personale non vogliono essere vivi, ne hanno avuto abbastanza. Rivendicano di poter guardare le cose da un aldilà, e di venire di qua per qualche sopralluogo senza preavviso. Tanto più che ad appesantire loro le ali provvedono già i processi insabbiati o dirottati, che li tengono in una perenne attesa di convocazione, un purgatorio terrestre. Mauro è stato tenuto in ostaggio per oltre venticinque anni in quella terra di nessuno, e finalmente se n’è svincolato. C’è voluto un processo durato tre anni, testimonianze e prove finalmente raccolte, il colpo di scena di un esame del DNA dal risultato imprevedibile, per dire quello che tutti sapevano: che non era stato un delitto fra amici, né un affare di corna o una vendetta di «drogati», ma un omicidio di mafia. Mauro aveva detto di aver scelto la Sicilia, e che qui avrebbe voluto vedere ingrigirsi la propria barba e nascere i propri nipotini. Io assisto alle udienze e sono tutto grigio, e anche l’assassino presunto di Mauro nella sua gabbia in tribunale è mezzo calvo e mezzo grigio, e invece a Mauro è restata una barba scura e il sorriso affettuoso e ironico di chi sa come potrebbe essere questa terra, se non ci si accanisse a rovinarla. A. S.