La regina delle fate. Testo inglese a fronte - Edmund Spenser - copertina
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La regina delle fate. Testo inglese a fronte
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La regina delle fate. Testo inglese a fronte Edmund Spenser
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Descrizione

Con "La regina delle fate", Edmund Spenser intese dare all'Inghilterra il poema epico che ancora le mancava; lo fece quando, sul trono, sedeva Elisabetta I Tudor, figlia di quell'Enrico VIII che, con lo scisma da Roma e la fondazione della Chiesa Anglicana, diede al paese una forte impronta nazionalistica. E celebrazione della rinnovata Inghilterra protestante è il poema di Spenser, come è celebrazione di Elisabetta, cantata sotto il nome di Gloriana, regina dell'immaginaria terra fatata che è, insieme, proiezione della realtà storica e spazio utopico di una nostalgia per una passata età dell'oro. Spenser progettò un poema immenso: dodici libri di dodici canti ciascuno. Ne portò a compimento solo sei; ma questi sei, più il frammento di un ipotetico libro settimo, danno un'idea compiuta della grandezza poetica di Spenser, della magia della sua lingua, della ricchezza delle sue conoscenze e aspirazioni. Questa è la prima traduzione integrale in italiano de "La regina delle fate". La sua presentazione vuole colmare una lacuna della cultura italiana, presso la quale Spenser poca fortuna ha goduto; quando invece continuo è stato il dialogo da lui intessuto con i nostri Petrarca, Ariosto, Tasso, Trissino, Castiglione, Guazzo.
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2012
21 novembre 2012
LXXIV-2273 p., Rilegato
9788845272066

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Nunzia
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Finalmente la traduzione integrale, prima in italiano e in altre lingue, di questo bellissimo poema epico. Le prefazioni e l guida alla lettura date dal curatore sono utilissime per chi non è addentro a tutti gli argomenti e per avere uno sguardo d'insieme sull'opera. L'unica pecca è il costo elevato, che però per un'opera del genere credo ci possa stare, e per lo sforzo intellettuale ed editoriale di questa operazione di traduzione. Altra cosa è il formato, poco maneggevole, magari meglio sarebbe stato dividerlo in due tomi, e anche la consistenza della carta, troppo sottile e fragile, si stropiccia facilmente sotto il peso del volume. Ho comunque apprezzato moltissimo l'impresa e letto il poema finalmente con molto piacere

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Roberto
Recensioni: 3/5

Della collana ha parlato il quotidiano la Repubblica il 18 febbraio 2013, in occasione di una presentazione con Umberto Eco e Dario Fo che si è tenuta a Milano. In particolare la recensione di questo volume, ultimo finora uscito della serie, mi ha indotto ad acquistarlo. Lo sto leggendo ed è sicuramente interessante. L'unica cosa che mi lascia perplesso è che ho riscontrato alcuni refusi nel testo italiano. Poca cosa che non disturba il piacere della lettura, ma in una collana che viene presentata come di alta qualità mi sarei aspettato di non trovarne.

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Vale
Recensioni: 4/5

Finalmente l'edizione completa di questo poema affascinante! Peccato per il prezzo elevato e per la scarsa manegevolezza del tomo che ha le dimensioni e il peso di un dizionario. Cmq la traduzione è piacevole senza perdere il ritmo epico del verso, scorrevole e molto curata attraverso le note che permettono di cogliere agevolmente tutte le chiavi di lettura del poema. La storia assomiglia a una via di mezzo tra le allegorie della Divina Commedia e le avventure dell'Orlando Furioso, con un tocco di magia tipicamente iglese. E' un'opera imperdibile per gli appassionati del genere cavalleresco e storico.

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Voce della critica

  "Come potranno sperare di durare queste mie rime, dal suono tanto aspro?", domandava Edmund Spenser, mentre scriveva La regina delle fate, forse pensando alla complessità del poema che aveva immaginato e che, giunto a metà del progetto iniziale, sommava già più di trentamila versi. In realtà, invece dei dodici libri previsti, l'opera si sarebbe fermata a sei (più due canti sulla "mutevolezza", che avrebbero dovuto far parte di uno dei libri successivi). Ma a quelle rime, con il loro ritmo così nuovo, così suadente, era destinato un futuro ben diverso dall'oblio. La regina delle fate è uno dei testi essenziali per comprendere la cultura britannica del XVI secolo: le sue allegorie rielaborano infatti in forma autonoma, nuova, l'immaginario poetico giunto in Gran Bretagna dal continente, con l'obiettivo di dare alla poesia inglese la stessa autorità che fino ad allora veniva attribuita ai classici. L'opera di Spenser ha avuto in Italia una circolazione relativamente limitata e questa edizione della Regina delle fate viene a colmare un vuoto. Al traduttore, Luca Manini, che nel 2005 aveva già trasposto in italiano gli Amoretti e l'Epitalamio di Spenser, va dato il merito di aver condotto a termine un'impresa davvero ardua. Scelta forte, ma sostanzialmente obbligata, del suo lavoro è stata quella di trasporre i versi di Spenser in prosa, per meglio rendere il fluire narrativo del poema. La traduzione in questo senso è cibliste, orientata cioè sul destinatario. Come d'abitudine per la collana di "Classici della Letteratura europea" Bompiani, grande attenzione è riservata inoltre al corredo di note e di indici, che permettono al lettore di orientarsi nell'intricato labirinto di riferimenti e allusioni del poema. Durante la stesura del testo, Spenser si trovava a Kilcolman, in Irlanda. Di famiglia modesta, in precedenza era stato sizar (studente povero) a Cambridge, dove aveva studiato filosofia e greco. Più tardi aveva pubblicato The Shepheardes Calender (Il calendario pastorale, 1579), una raccolta, uscita anonima, di dodici egloghe, composte sul modello virgiliano. Da oltre dieci anni, al seguito di diversi uomini politici, viveva in Irlanda: territorio turbolento a quell'epoca, lontano dalla corte, covo di rivolte e di cruente repressioni militari. Il poema era la fortezza in cui l'immaginazione di Spenser poteva trovare riparo dalle insoddisfazioni mondane, la dimora in cui andare ad abitare nei momenti di sconforto. La tenuta di Spenser confinava con le proprietà di Walter Raleigh, e proprio una sua lettera indirizzata a quest'ultimo, noto esploratore, favorito della regina Elisabetta, è l'unico testo che egli abbia dedicato al poema. La regina delle fate, vi si sostiene, andrebbe letta come "un'allegoria continua", intesa a "formare un gentiluomo o una persona nobile nella disciplina della virtù e della cortesia". Alcuni decenni prima, nel 1561, Thomas Hoby aveva tradotto il Cortegiano, aprendo la strada a una moda per la letteratura italiana che avrebbe raggiunto l'apice proprio sul finire del secolo, con innumerevoli traduzioni e richiami nella letteratura dell'epoca. Ma La regina delle fate è tutto fuorché un trattato: Spenser sposta il discorso di Castiglione sul piano narrativo, mescolandolo alla poesia di Ariosto, di Tasso, di Trissino, muovendo una nutrita serie di cavalieri e di dame per le strade di una terra fatata. "Nessuno legge La regina delle fate per la trama", ha scritto C. S. Lewis, tra i più fini interpreti contemporanei di Spenser, di cui avrebbe fatto aleggiare la presenza nelle sue saghe fantasy, e del resto non sarebbe possibile riassumere in poche righe la molteplicità dei piani narrativi del poema. Ciascun libro è dedicato a una virtù (santità, temperanza, castità, amicizia, giustizia, cortesia) cui è associata la storia del cavaliere che meglio la rappresenta. Ma le ambizioni strutturali dell'opera si scontrano con il piacere di raccontare: un piacere senza inizio né fine, che si rigenera continuamente da se stesso, come per magia, un'avventura dopo l'altra, dentro l'altra, attraverso l'altra. "Sventurato è l'uomo che allenta le briglie alle passioni", si legge nel poema, che rielabora il tema ariostesco dell'errare nello spazio come metafora dell'errore morale, ma che nello stesso tempo esprime anche una sfrenata tendenza alla divagazione. Tutti i personaggi si muovono per la terra fatata per andare incontro al proprio destino: a volte si innamorano, spesso si perdono o si ritrovano cambiati. "Non esiste guerra più crudele o assedio più duro di quelli che le forti passioni muovono contro la fortezza della ragione, per trascinare l'anima in prigionia", ripete ogni volta in forma leggermente diversa il poeta, spiegando il senso delle sue allegorie: ma naturalmente sono proprio queste "guerre" e questi "assedi" a tenere avvinti alla lettura del testo. Tra i fiori che sbocciano nella terra delle fate, nessuno, scrive Spenser, è "più leggiadro della squisita cortesia". Fuori dall'allegoria, il poema allude allo spazio della corte. La cortesia è prerogativa del cortigiano, che ne deve apprendere le regole, riconoscendo in esse la propria indole naturale: la nobiltà del cuore discende ancora, secondo Spenser, da quella del sangue. Contro di essa si muove il grande nemico della terra delle fate: quella "bestia berciante" che corrisponde al mostro della maldicenza, o forse, più in generale, alla folla stessa di un'umanità agli antipodi della corte, e dunque, per ciò stesso, volgare, rozza, ineducata, e tuttavia impossibile da tenere a freno. Negli stessi anni in cui Spenser ultimava i primi libri del poema, George Puttenham pubblicava The Arte of English Poesie (1589), un trattato in cui si legge la massima antica secondo cui qui nescit dissimulare, nescit regnare. Per lo stesso motivo, l'allegoria, che permette di dire senza dire direttamente, sarebbe l'arma migliore di chi scrive. Spenser se ne serve per alludere alla corona e conquistarne il favore: Gloriana, la regina delle fate, rappresenta infatti la regina Elisabetta, di cui il poema è appunto la glorificazione. Legando le sue vicende a quelle di Artù, Spenser si adopera per accreditare un'origine mitica della dinastia Tudor, così come i poemi cavallereschi italiani erano soliti fare per le stirpi dei principi che avevano protetto i loro autori. Passato e presente della nazione risultano così congiunti. È possibile che l'interruzione del poema sia stata causata da preoccupazioni dovute all'incertezza della situazione politica. Più in generale, tuttavia, il tema della "mutevolezza", cui alludono gli ultimi due canti, usciti postumi nell'edizione del 1609, pare incombere su tutta l'opera: è il vero nemico del racconto, poiché oppone al piacere della divagazione la coscienza della caducità di ogni cosa, la scoperta dell'impossibilità di durare. "Il nemico di tutte le cose è il Tempo rio, il quale falcia le fiorite piante e ogni cosa che prospera, abbattendone la gloria", ha scritto Spenser. Immaginata trent'anni prima dello studio sulla malinconia di Robert Burton, La regina delle fate è anche una grande fortezza di parole contro il passare del tempo. Una fortezza che sa fin dall'inizio di essere destinata a essere espugnata: "Noi esseri mortali, la cui vita e il cui destino sono soggetti agli incidenti del caso, siamo legati dal nodo comune della fragilità".   Luigi Marfè

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Conosci l'autore

Edmund Spenser

(Londra 1552-99) poeta inglese. La sua famiglia era di modestissimi mezzi; sappiamo che da ragazzo frequentò come poor boy (non abbiente) la Merchant Taylor’s Grammar School di Londra. Nel 1569 iniziò gli studi universitari a Cambridge: lì acquisì gran parte della sua profonda conoscenza della letteratura antica e moderna. In quello stesso periodo ebbe un ruolo importante nella sua formazione intellettuale l’influenza dell’amico Gabriel Harvey, uno studioso di parte puritana, dotato di vastissima cultura e di un ingegno acuto. Grazie a lui trovò impiego nel 1578 presso il potente Robert Dudley, conte di Leicester e favorito della regina Elisabetta. In quello stesso anno fece la conoscenza di Philip Sidney, nipote di Leicester, ed entrò a far parte del suo influentissimo circolo letterario...

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