Il regno di Sicilia. Uomo e natura dall'XI al XIII secolo

Salvatore Tramontana

Editore: Einaudi
Anno edizione: 1999
In commercio dal: 23 febbraio 1999
Pagine: 465 p.
  • EAN: 9788806149222
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Descrizione

Tra l'XI e il XIII secolo, nel Regno di Sicilia, acquista evidenza il progressivo declino dell'antica concezione del mondo, che considerava l'armonia di uomo e natura come regolata da forze inviolabili, alle cui leggi ogni essere vivente doveva soggiacere. Analizzando la struttura fisica del territorio, degli impianti urbani, delle strutture edilizie, l'autore ricerca i rapporti specifici che legano gli uomini del tempo all'ambiente, agli animali e alle piante. Ne risulta uno spaccato antropologico-culturale che indaga ogni aspetto della vita umana, ricostruita avendo presenti le vicende e i ruoli della gente dell'epoca, le mentalità, le norme della convivenza, le abitudini alimentari, i bisogni, i desideri e le paure.

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recensioni di Musca, G. L'Indice del 1999, n. 10

L’arco temporale che va dalla "conquista" normanna al tramonto della dinastia sveva è stato, per il Mezzogiorno italiano, un periodo nodale, quello che ha visto la nascita di un’istituzione monarchica (1130) che, nel succedersi di dinastie di varia origine, è sopravvissuta sino all’impresa dei Mille e all’Unità italiana. È un periodo ampiamente indagato da storici italiani e stranieri, con un accento particolare sui "protagonisti", con le loro virtù e i loro vizi. Ma accanto alla storiografia dei "grandi attori" si è mossa una storiografia ispirata da più larghe curiosità. Di essa, Salvatore Tramontana è uno degli esponenti più acuti ed esperti.

Cosa è accaduto, in quest’area geografica centrale del mondo mediterraneo, in quei tre secoli? Tramontana lascia da parte, come già note, le vicende politiche – del resto da lui magistralmente trattate in La monarchia normanna e sveva (1983) –, per ricostruire l’affresco di una società in evoluzione che va modificando i suoi rapporti col cosmo religioso e culturale tradizionale, per accedere a una visione del mondo naturale che non ha più come unici punti di riferimento obbligati le auctoritates, ma dà spazio sempre maggiore all’osservazione e all’esperienza.

Guida al volume e insieme alla comprensione organica del mosaico del testo è la scansione in 11 capitoli, i cui titoli sono già un’eloquente indicazione degli interessi e delle curiosità dell’autore. Si parte dalla struttura fisica del territorio (Lo spazio fisico e i suoi valori): la concezione del cosmo ha quadri mentali comuni, in un intreccio di reale e d’immaginario, di spirito d’osservazione e di fede nel sovrannaturale, di magico e sacro, un intreccio sorretto da un nesso fra terra e cielo di cui sono intermediari miracoli e reliquie. Le insicurezze e le paure spingono gli uomini alla ricerca di un dialogo tra le due realtà, e tuttavia della natura spesso minacciosa e ostile bisogna scoprire le leggi. E conoscerne il volto visibile: il geografo musulmano Edrisi descrive, per incarico di Ruggero II, la terra e le sue risorse, una "geografia come guida del fare". I fenomeni della terra e del cielo vanno dunque indagati attraverso l’esperienza, senza rinunciare a quanto anche i musulmani hanno descritto nelle loro opere.

Di questo atteggiamento disponibile a vedere e a descrivere è esponente notissimo Federico II col De arte venandi cum avibus e con le Constitutiones, in un orizzonte mentale in cui gli animali (cap. 2: Uomini e animali) possono essere temibili nemici dell’uomo (cavallette, lupi, volpi, topi, serpenti, parassiti vari), ma anche amici, utili e necessari alla sua sopravvivenza (come buoi, pecore, cani e cavalli). Su tutti, per giungere a comprendere i loro rapporti con l’uomo, è risolutiva la forza degli occhi, capaci di guardare ma soprattutto di capire. È questa l’epoca in cui Francesco d’Assisi guarda persino il lupo con occhi diversi, mentre Federico va a caccia col falcone e si preoccupa della salvaguardia dei boschi, nella cornice di un antropocentrismo che non è soltanto suo ma del tempo in cui vive. L’osservazione del mondo vegetale (cap. 3: Valenze occulte del mondo vegetale) ha infatti valenze ed esiti molteplici. Si scoprono le delizie dello zucchero di canna, s’indagano farmaci e veleni, droghe e afrodisiaci: la botanica si lega alla farmacopea e investe la deontologia medica, che ora si occupa di aborto e contraccezione, gravidanza e parto, concepimento e fecondità, con una spregiudicatezza sorprendente.

Tutto avviene nel quadro di modelli culturali (cap. 4: Modelli culturali e insicurezze collettive) in cui trova giustificazione anche la fatica del lavoro: quella del contadino appare dettata dalla natura, e diviene strumento di governo che garantisce l’ordine sociale, un lavoro che si compie sotto i condizionamenti del clima favorevole o avverso e delle influenze degli astri. La giustizia è necessaria come regolatrice delle tensioni sociali, spesso in conflitto con la Chiesa, e utilizza strumenti duri e coercitivi (come la tortura) contro i trasgressori dell’ordine, tra i quali sono spesso annoverati eretici ed ebrei. Tra i modelli culturali, Tramontana include anche la fame, la malinconia, il tarantismo, l’erotismo malefico della donna con la sua innata lussuria, il simbolismo della capigliatura, i sogni. Su tutti questi modelli, il sovrano pretende di essere un Sole che illumina e regola la vita degli uomini.

Dentro una cornice in cui convergono Dio, uomo e natura si colloca il corpo con le sue esigenze di cibo (cap. 5: Governare il corpo e governare l’anima), che è nutrimento e insieme simbolo, tra i poli opposti della fame, frutto della penuria, e del peccato, frutto dello spreco. Il banchetto, segno di potere, comporta abbondanza di pietanze e dell’onnipresente vino, dalle vigne alle mense e alle taverne. Il corpo va comunque nutrito e curato, anche con bagni terapeutici, pubblici e privati. Le nozioni relative al corpo e alla materia oscillano tra la razionalità e le fughe oniriche nella magia e nell’astrologia, ma non escludono il dubbio come strumento di conoscenza: si fanno avanti la geometria e le scienze sperimentali, in uno spazio dell’esperienza che si va allargando, grazie a una circolazione intensa di uomini e idee (cap. 6: Circuito di scambi e dialogo coi dotti).

La materia (metalli e minerali, erbe e droghe) appare ancora sfuggente e misteriosa (cap. 7: Gioco delle apparenze e gusto del potere), ma del suo uso accorto si ha bisogno per un corpo vigoroso, che tenga a bada la vecchiaia. La quale porta con sé la saggezza, ma alla quale occorre arrivare nel pieno di forze allenate e conservate, così come il perfetto cavaliere coltiva le sue virtù cavalleresche. I corpi vigorosi sono ammirati (Anna Comnena ammira la prestanza di Roberto il Guiscardo, che pure è nemico di Bisanzio); ammirato è il corpo del sovrano di aspetto maestoso e disprezzato quello del sovrano debole (Pietro da Eboli ammira Enrico VI e disprezza Tancredi di Lecce perché di modesta statura); ammirata, oltre le doti morali, l’agilità fisica di Federico II (da cronisti sia ghibellini sia guelfi). Si avverte un nesso strettissimo tra abitudini alimentari e longevità, che dev’essere meritata, poiché il corpo è ritenuto lo specchio dell’anima. Importanti dunque sono i modelli dietetici, che conservano la giovinezza e allontanano l’invec-chiamento con le sue rughe e i suoi malanni (cap. 8: Programmare il tempo e la vecchiaia): le strategie di sopravvivenza combattono la caducità della vita e difendono dalla minaccia sempre incombente della morte.

Occorre allora dominare le forze del mondo esterno (cap. 9: La natura come laboratorio per diagnosi e terapie) per migliorare la vita anche attraverso il costume e la moralità, per regolare gli appetiti e le abitudini. Cresce l’attenzione per il corpo e le sue esigenze, soddisfatte con salassi che combattono il male, con la cura degli infermi, con l’igiene dei desideri anche sessuali, e si condannano gli eccessi di chierici e laici. Le mutazioni del corpo, fisiche e spirituali, si avvalgono anche degli apporti dell’alchimia con i suoi improbabili elisir. E in questa attenzione al corpo entra la fisiognomica come linguaggio leggibile, e i ritratti come specchi della personalità dell’uomo potente.

La più aggiornata metodologia scientifica del tempo non chiude gli occhi su limiti ed errori dei medici e sull’inefficacia delle loro cure. E intanto mutano i canoni della bellezza femminile, che esige ornamenti (anelli, ciondoli, fibbie, spille, cammei, pettini) e cure cosmetiche (creme, balsami, profumi). Entra in scena, con bagni e fontane, l’acqua (cap. 10: L’acqua come principio delle cose e come strumento di benessere), che soddisfa bisogni e procura diletto, purifica corpo e anima con i suoi incanti: i sovrani amano i luoghi verdeggianti, le residenze fastose, i giochi d’acqua. Ma l’acqua è soprattutto strumento di sopravvivenza: ci si preoccupa dei luoghi insalubri, del disordine idrico, degli squilibri climatici, e dunque della regolazione delle acque e delle bonifiche, della cura del territorio, degli impianti idraulici, degli usi agricoli dell’acqua, con i problemi e le urgenze dell’irrigazione.

Nelle città, quali erano i problemi da affrontare (cap. 11: Centri abitati, impianti edilizi e qualità di vita)? Quelli della convivenza di un rilevante numero di abitanti: lo smaltimento dei rifiuti, il deflusso delle acque piovane, la difesa da miasmi e aria nociva, la costruzione di impianti urbani efficienti (cisterne, pozzi, fontane), l’approvvigionamento idrico per uso domestico: insomma una sistemazione del territorio che difendesse dagli inquinamenti e garantisse la salubrità dell’aria e l’igiene pubblica. Non è errato dunque parlare di una sia pur embrionale sensibilità ecologica che si preoccupava di quella che oggi chiamiamo tutela dell’ambiente.

L’intero volume è intessuto di citazioni tratte da uno spettro amplissimo di fonti medievali e di studi moderni (non solo storiografici, e con l’ausilio di testi letterari e poetici), abilmente scandite in uno spartito di singolare ricchezza che indaga e ricostruisce ogni aspetto della vita umana di tre secoli della storia del Mezzogiorno, ma sempre dialogando con un orizzonte più vasto nello spazio e nel tempo.

Come e più di altri noti protagonisti delle vicende di quei tre secoli, Federico II viene spesso alla ribalta, ma non come primo attore o deus ex machina: piuttosto come suggeritore di un testo che l’intera società ha già scritto o va scrivendo, e come attore che sa ascoltare i suggerimenti che vengono dalla platea e li fa propri, o (per uscire dalla metafora) come voce autorevole che codifica le tendenze emergenti in un’età di grande fecondità culturale. È un’avventura in cui sono coinvolti individui di ogni ceto, autori (consapevoli e non) di una storia collettiva, di un tentativo di conciliazione fra Dio e natura, fra fede e scienza, fra tradizione e innovazione.