Repubblicanesimo. Una nuova utopia della libertà

Maurizio Viroli

Editore: Laterza
Anno edizione: 1999
Pagine: 144 p.
  • EAN: 9788842058410

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    Alessandro

    22/04/2009 09:23:21

    Nel testo il professore anglosassone si pone un interrogativo che chiarisce molto sulla sua capacità e profondità analitica. Non riesce a spiegarsi come mai alcune regioni abbiamo storicamente incarnato, più di altre, ideali di innovazione sociale. Nel suo alto illuminismo idealista sembra non avere alcuna conoscenza di quanto il basso, il territorio, i rapporti economici, giochino un ruolo fondamentale nella formazione politica.

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scheda di Ocone, C. L'Indice del 2000, n. 03

Non inganni la scrittura chiara, quasi elementare. Non ingannino i ragionamenti tanto semplici da sembrare a tratti banali. Questo è forse il libro più ambizioso fra quelli scritti finora da Maurizio Viroli. Docente di teoria politica a Princeton, sicuramente uno degli studiosi italiani più conosciuti e apprezzati nella comunità scientifica internazionale, egli trae qui le conclusioni dai tanti discorsi finora compiuti: su Machiavelli, sull'"amore della patria", sulle virtù civili. Il centro di tutto è individuato nel repubblicanesimo, che però, al contrario di altre dottrine politiche, non è una teoria facilmente definibile o univocamente definita. Il libro di Viroli è perciò in primo luogo un'ampia voce di dizionario. Ma poi è anche un tentativo di individuare un filo rosso che possa tenere uniti, attraverso i secoli, autori fra loro molto diversi: gli stoici romani, i teorici italiani dell'autogoverno comunale, gli esponenti del nostro umanesimo civile, Machiavelli, i teorici del costituzionalismo repubblicano europei e americani del Sei e Settecento, Rousseau, Tocque-
ville, Mazzini. Viroli dice pure quali sarebbero i tratti costitutivi di questa tradizione, ma spesso il suo sembra il tentativo di imporre a priori una costruzione teorica ad autori a cui essa sta o troppo stretta o troppo larga. Senza contare che le difficoltà del tentativo vengono tutte in luce quando si tratta di distinguere il repubblicanesimo dalle teorie individualistiche da un lato e da quelle variamente comunitaristiche dall'altro. Come può una dottrina proporsi di salvaguardare tutte le libertà liberali e poi fare riferimento alla patria (piuttosto che all'individuo) come elemento gerarchicamente prioritario? E una patria del tutto depotenziata, quale quella che spesso propone Viroli, perché dovrebbe chiamarsi ancora patria? Non sarebbe più giusto compiere un passo ulteriore e dire che l'ideale è che ogni individuo possa scegliere di legarsi agli altri per un movimento solamente ideale, così come, ad esempio, avviene nelle comunità cosmopolitiche e virtuali che si creano (e si disfano) su Internet (che è, per certi aspetti, un concreto esempio di "società aperta")? In questo caso tuttavia sarebbe difficile continuare a parlare di repubblicanesimo in generale, così come Viroli intende continuare a fare.

Corrado Ocone