Editore: Einaudi
Collana: Saggi
Anno edizione: 2002
Pagine: 280 p., ill.
  • EAN: 9788806150112
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Ceci tuera cela. Il titolo di un celebre capitolo di Notre-Dame de Paris di Victor Hugo aveva sapore profetico. Questa - l'in-venzione di Gutenberg - ucciderà quella. Dove per quella si intende la cattedrale. In che modo la stampa a caratteri mobili poteva uccidere la cattedrale e quale poteva es-sere mai il rapporto tra due entità apparentemente tanto distanti? Per Hugo la cattedrale era stata durante tutto il me-dioevo un libro di pie-tra, in cui i fedeli trovavano da leg-gere storia e destino dell'uomo, sal-vezza e dannazione. Circa set-tant'anni dopo, nel 1898, Emile Mâle a conclusione della sua memo-rabile esplorazione dell'arte religiosa del Duecento in Francia affermava: "Victor Hugo ha detto il vero: la catte-drale è un libro". Un libro per la cui lettura Mâle aveva cercato stru-menti nelle grandi Somme enciclopediche e nei vari Specchi, della Natura, della Scienza, della Morale e della Storia dei filosofi tomisti.

Se la cattedrale è un libro di pietra che si offriva al fedele per essere letto la predica, che Lina Bolzoni affronta in questo libro innovatore, è una sorta di costruzione immagina-ria, di cattedrale invisibile. Per com-prenderla occorre resuscitare un mondo, delle abitudini, un co-dice perduti. Ciò che per Mâle era stato lo Speculum majus di Vincenzo di Beauvais per Lina Bolzoni saranno la Summa Vitiorum et Virtutum di Guglielmo Peraldo, repertorio fortunatissimo al suo tempo o il Lignum Vitae di San Bonaventura, due testi estremamente diffusi nel me-dioevo, lettura abituale dei predicatori, dove il ricorso alle immagini è funzionale e continuo.

Ma chi erano questi predicatori, dove forgiavano le loro armi dialettiche, come costruivano i loro discorsi, quali le loro strategie, per cattu-rare l'attenzione, a far breccia nell'immaginario di coloro che li ascoltavano, che potevano essere analfabeti o capaci, invece, di leggere il vol-gare o addirittura il latino?

Una fucina di eccezionali argomentatori fu Pisa, una città dove la sfida era sempre presente e i campioni dell'orto-dossia trovavano temibili rivali nei predicatori laici o anche nelle donne che predicavano, una città che nel momento della sua decadenza politica, della perdita (dopo la Meloria) dell'egemonia sui mari, conservava un primato intellettuale e aveva nel monastero domenicano di santa Caterina, una Sorbona sul-l'Arno. Si formano, insegnano e agiscono qui alcuni tra i massimi predicatori del Trecento: Giordano da Pisa (1260-1310), predicatore principe i cui sermoni raccolti dagli ascoltatori sono pubblicati nel Quaresimale fiorentino, Domenico Cavalca (1270-1342), autore delle Vitae Patrum, Bartolomeo da san Concordio, cui si devono Gli ammaestramenti degli antichi, e, verso la fine del secolo, Simone da Cascina, autore di un Colloquio Spirituale, dialogo rivelatore e affascinante sul come assistere alla messa e intenderne i misteri. Passa per Pisa nel 1307-08, scampato da un naufragiom Raimondo Lullo maestro nelle arti della memoria, quelle tecniche preziose più di ogni altre per la predicazione, per legare e organizzare il discorso, per agire sulle menti degli ascoltatori.

Città di pa-role dunque Pisa, ma anche città di immagini. Le pareti del suo gran-dioso Camposanto splendente di marmi accolsero nel corso del Trecento un vastissimo ciclo di affreschi che accanto alla Crocifissione, alle storie delle vite dei santi metropolitani, a una Cosmogonia e alle primissime vicende della Genesi contava una inquietante e trascinante allocuzione figurata che si articolava in più episodi e accostava al Giudizio finale e all'In-ferno un Trionfo della morte che si abbatteva su una brigata mondana e, in contrapposto, la serena vita degli eremiti nella Tebaide. Questi affre-schi opera del grande Buffalmacco furono dipinti prima della peste nera del 1348 e non furono quindi un riflesso di questo sconvolgente avveni-mento ma piuttosto un ammonimento figurato a preferire una vita riti-rata e virtuosa nel deserto domestico ai piaceri, alle pompe e ai pericoli del mondo. Le parole e gli scritti dei grandi predicatori trovano qui una trasposizione in immagini, costellate da scritte, da epigrafi in volgare e in latino, di tituli e cartigli finemente vergati, in un connubio unico tra immagini e parole. Le Vitae patrum del Cavalca stanno dietro la realizzazione della Tebaide, ma il rapporto tra predica e affreschi va al di là del fatto che l'una possa aver costituito un modello per l'altra. A Pisa (e altrove) le due realtà si intersecano tanto strettamente da fare dell'affresco una predica figurata e della predica una concatenazione di immagini, un'architettura (o una pittura) spirituale. Questo aspetto non è stato spesso compreso dagli storici dell'arte o della letteratura, presi ognuno a colti-vare il proprio "specifico" seguendo metodi che hanno ignorato ora la tradizione visiva ora quella letteraria. Dobbiamo pensare e guardare altrimenti, questo un insegnamento del libro di Lina Bolzoni. Dobbiamo pensare a cosa fosse una predica nel mondo medievale, come venisse ascoltata e quali immagini destasse nelle menti dei pubblici vastissimi e variegati che la ascoltavano.

Tra i documenti relativi a un processo per eresia intentato a Battista da Mantova, un predicatore itinerante del primo Quattrocento che troppo successo riscuoteva e costituiva una pericolosa concorrenza per i domenicani ginevrini, troviamo la deposizione di un grande pittore del tempo, frequentatore delle corti dei Savoia e degli Acaia, Jacopo Jaquerio. Questi si rivela un appassionato e attentissimo ascoltatore dell'incriminato che ha udito a Pinerolo, Chieri, Torino e Ginevra e di cui, proclama con veemenza, dopo la morte vorrebbe poter seguire l'anima " quocumque vadat ". Se ritorniamo a Pisa, quest'episodio ci suggerisce di cercare tra i fedeli raccolti a udire i sermoni dei grandi domenicani i volti dei pittori del Camposanto e di seguire i passi dei predicatori intenti a osservare le pitture per trarne a loro volta immagini e accostamenti.