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Retoriche dell'intransigenza. Perversità, futilità, messa a repentaglio

Albert O. Hirschman

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Editore: Il Mulino
Collana: Intersezioni
Anno edizione: 1991
In commercio dal: 19 ottobre 1987
Pagine: 178 p.
  • EAN: 9788815032348

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recensione di Liber Charle, C., L'Indice 1991, n.10

Il fascino e l'originalità dell'opera di Albert Hirschman sono dovuti al fatto che si tratta, allo stesso tempo, di uno studio critico dell'ideologia reazionaria e di una testimonianza personale del clima ideologico di restaurazione e di ritorno all'ordine (morale, sociale) che ha coinciso con il successo politico del reaganismo.
L'impostazione del libro parte da uno schema "evoluzionista" di T.H. Marshall ripreso da Ralf Dahrendorf, in base al quale gli ultimi due secoli hanno visto l'avvento successivo della cittadinanza civile (con la dichiarazione dei diritti dell'uomo), politica (con il suffragio universale) e sociale (con l'organizzazione dello stato assistenziale). Ma Hirschman, pur attingendo i suoi esempi da questi tre processi di riforma o di rivoluzione, sottolinea soprattutto come ogni volta coloro che si opponevano alle riforme abbiano cercato di reagire utilizzando argomentazioni che, nella sostanza, si possono ridurre a tre figure retoriche reazionarie: l'effetto perverso ('perversity'), l'inanità ('futility') e la messa in pericolo ('jeopardy'). Attingendo i suoi esempi allo stesso tempo dalla letteratura controrivoluzionaria (Burke, de Maistre), conservatrice (Tocqueville, Fustel de Coulanges e i saggisti inglesi ostili alla riforma elettorale del XIX secolo), elitaria (Pareto, Mosca, Nietzsche), neoliberale (Hayek e i critici anglosassoni dello stato assistenziale), l'autore ritrova, riutilizzati con strategie ed in misure differenti, questi tipi di ragionamento a favore dell'ordine costituito o del ristabilimento dell'ordine precedente.
La figura retorica più efficace è quella dell'effetto perverso: le riforme o le rivoluzioni si trasformano nel loro contrario e dimostrano l'impossibilità, per gli uomini, di modificare il proprio destino sociale, senza correre il rischio di fare gli apprendisti stregoni. Burke è stato il primo ad utilizzare questa tesi contro la rivoluzione, ma non ne è l'inventore assoluto. Hirschman sostiene, infatti, che l'effetto perverso altro non è che il passaggio limite della visione liberale di Adam Smith. La mano invisibile del mercato implica che l'uomo si debba lasciar condurre dalle forze sociali nascoste, pena il rischio di andare contro l'ordine naturale. L'impresa rivoluzionaria per Burke è una trasgressione dello stesso tipo. Ma dove l'economista vedeva una possibilità di evoluzione positiva, i teorici reazionari scoprono una Provvidenza maligna che sventa tutti i disegni dell'uomo. Hirschman mostra come questa argomentazione ricompaia nell'ultima fase di restaurazione dell'ordine costituito, quando lo stato assistenziale viene denunciato da Milton Friedman e dai neoliberali contemporanei. Questa eclissi durata circa un secolo deriva dall'effetto disastroso delle nuove leggi inglesi sui poveri degli anni 1830. La loro giustificazione politica consisteva negli abusi nati dall'antica concezione di carità, ma il loro insuccesso ha costretto i liberali a rivedere le proprie convinzioni. Per contro i luoghi comuni sulle truffe ai danni dell'assistenza sociale ne sono la ripresa. A questo proposito, Hirschman sostiene, che il potere di persuasione di questa figura è legata meno alla qualità delle prove su cui si basa che alla loro dinamica paradossale, che reintroduce il fatalismo rimettendo radicalmente in discussione gli avversari progressisti: infatti l'autore, utilizzando esempi precisi, sottolinea come si tratti di estrapolazioni abusive e come esistano, altrettanto numerosi, esempi di riforme che non hanno avuto effetti perversi.
La seconda figura retorica, l'inanità, è più offensiva. Nel primo caso, il riformatore è soltanto un dilettante, nel secondo diventa un illusionista, un imbroglione. La riforma proposta non ha il fine di migliorare, ma di mantenere, ipocritamente, l'ordine precedente, perché le leggi sociali immanenti sono le più forti. Il principale punto di applicazione di questa visione è fornito dalla critica del suffragio universale della democrazia e dalla teoria delle élite. Come nel caso di Burke, Hirschman vede una delle origini di questa argomentazione nella generalizzazione di una legge economica. Pareto pensava che derivasse da un esame scientifico delle statistiche della ripartizione dei redditi. Come questi ultimi, in qualsiasi paese, obbediscono ad una legge di distribuzione relativamente costante così ogni società ripartisce il potere in modo ineguale a profitto di un'oligarchia, qualunque sia il sistema politico in vigore. In un altro contesto, la critica delle rivoluzioni (e in particolare l'interpretazione di Tocqueville della rivoluzione francese) può altresì ricorrere a questa figura retorica, sottolineando le continuità dietro gli apparenti cambiamenti ovvero la forza d'inerzia delle antiche strutture.
La terza linea di difesa dell'ordine è quella della messa in pericolo che consiste nell'utilizzare un cambiamento precedente per impedirne uno futuro con la giustificazione che la nuova riforma distruggerà gli effetti benefici della precedente. Così nel dibattito sul suffragio universale i saggisti inglesi del XIX secolo, ad ogni nuova proposta di allargamento del diritto di voto proclamavano la prossima rovina della "Costituzione'` inglese e delle libertà tradizionali a causa del potere venuto dal basso. Mentre le precedenti argomentazioni vengono addotte a posteriori, questa si traduce in pronostico per il futuro, che si basa, fattualmente, soltanto sull'esempio di paesi vicini che hanno già sperimentato con risultati negativi la riforma in questione: per esempio la Francia o gli Stati Uniti. Questo ragionamento si basa su un presupposto che non è n‚ una metafisica religiosa, come nel primo caso, n‚ una scienza della società come nel secondo bensì la reintroduzione di miti più antichi che si riassumono nel "Ceci tuera cela" di Victor Hugo.
Per sottolineare l'efficacia della sua analisi del discorso reazionario, Hirschman spinge la civetteria fino al punto di fare uno studio della combinazione degli argomenti e della loro compatibilità più o meno grande a seconda dei contesti. Dimostra anche la propria onestà democratica applicando il metodo nel suo stesso campo. Trova così nel discorso progressista tre figure equivalenti che si contrappongono ai temi reazionari: la chimera della sinergia e del pericolo imminente, che controbattono la messa in pericolo (la riforma è di sostegno all'ordine costituito e impedisce un pericolo sociale più grave); occorre porsi dalla parte della storia (tutto spinge nel senso del progresso, è inutile cercare di ritardarlo), che risponde alla tesi dell'inanità; infine l'argomentazione della situazione disperata che rovescia l'effetto perverso: solo un cambiamento radicale impedirà la catastrofe.
La ricchezza del libro va ben oltre questa costruzione logica. Hirschman è animato dalla preoccupazione di fornire alla sua corrente di pensiero quella forza dell'ironia di cui i conservatori hanno avuto a lungo il monopolio, mentre il pensiero progressista passava per ingenuo, simpatico e un po' primitivo. Ma il suo libro, da un punto di vista europeo possiede ancora altre virtù. Smontando tutti gli automatismi di pensiero che stanno dietro sia alle teorie dei saggisti attuali sia ai classici della storia delle idee, Hirschman contribuisce a relativizzare l'idealizzazione implicata dalla costruzione del pantheon mitico dei grandi autori, che siano essi progressisti o reazionari. Dopo una celebrazione del bicentenario della rivoluzione francese in cui, per lo più, hanno assunto legittimità il pensiero controrivoluzionario, i suoi succedanei confessabili ed il ritorno alla storia pura delle idee, nel momento in cui la parte progressista dell'opinione pubblica intellettuale cerca disperatamente nuovi punti di riferimento, l'opera di Hirschman è molto più che d'attualità, in quanto può fornire strumenti analitici per ricostruire la visione critica del mondo sociale e smontare le figure della retorica reazionaria, che investono onnipresenti l'attuale discorso dominante.
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