Traduttore: M. Luzi
Editore: Einaudi
Anno edizione: 1990
In commercio dal: 01/01/1997
Pagine: IV-170 p.
  • EAN: 9788806118860

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    Cristiano Cant

    21/01/2018 11:13:25

    Credo che i poeti nascano per tamponare, attraverso la parola, le emorragie di nonsenso della vita. Essi ridanno a quel corpo quasi esanime nuova linfa vitale, respiro e spinta, ripresa, piastrine fiduciose, e dal fondo di una natura che coincide col destino stesso pian piano risalgono, nei versi, alla totalità del sensibile offrendole bellezza, canto, ossigeno, lacrime. Shakespeare è, fra questi spiriti, il custode forse delle chiavi attraverso cui varcare la grande porta della poesia, e fra le tante vicende a cui egli mise mano, questa è fra le mirabili. Vi è dentro un intero trattato di politica, di diritto, di storia sociale inglese, ma vi è soprattutto, nel ritratto del protagonista, uno degli esiti più tragicamente alti del narcisismo di ogni epoca. Conosciamo frase più riuscita attorno al sentimento della vanità? Eccola: "La vanità, insaziato cormorano, consumato il resto, addenta le sue viscere". Dunque feroci oppressioni e celate invidie, le lame della lusinga e il sonno delle scelte, nella parabola di un uomo costretto come pochi a trovarsi, nei suoi ultimi giorni, di fronte a se stesso: "Oh fossi grande come il mio dolore, o più piccolo del mio nome! Oppure dimenticassi quel che sono stato, oppure non rammentassi quel che devo essere ora! Ti gonfi, mio cuore orgoglioso? Ti lascio libero di battere giacchè sono liberi i nemici di battere ambedue, te e me". Perché il potere si illude delle proprie friabilissime immortalità, di una chiamata divina che lentamente sente nelle proprie ossa gli artigli della disfatta, e di un umano che lo attornia che lentamente cuce attorno ad esso la propria tela nemica. Riccardo è vetta e macero in una vicenda che sconvolge e attrae, che smuove perversione e pentimento con forza identica nel cuore dei protagonisti che la vivono, dal momento che "non amano il veleno coloro che del veleno hanno bisogno". Il poeta infilza il tempo con una lancetta appuntita, lo ferma, lo salva, e alla fine, nei suoi versi, lo perdona.

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