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scheda di Cuaz, M., L'Indice 1992, n.11

Preceduto da una serie di false corrispondenze da Costantinopoli, pubblicate sulla "Gazzetta Universale" di Firenze, usciva anonimo, nel 1786, prudentemente presentato come traduzione dall'arabo, il singolare opuscolo dello sceicco Mansur, "La riforma dell'Alcorano e le profezie dell'aggiornante, dell'illuminato e del vigilante profeta seich Mansur". Alcuni lettori del tempo avevano già colto i riferimenti a un mondo assai più vicino di quello delle montagne del Caucaso, teatro della rivolta dei ceceni e degli ingusci guidati dallo sceicco Mansur contro le armate di Caterina II. Il misterioso riformatore caucasico aveva parlato troppo esplicitamente di degenerazione della chiesa islamica, di uguaglianza tra gli uomini e di emancipazione della donna, di abolizione della proprietà privata e di comunione dei beni, di cosmopolitismo e di tolleranza religiosa, con echi testuali troppo evidenti delle opere di Mably, di Morelly, di Helvétius e di Rousseau, perché l'opuscolo potesse apparire un'innocente "traduzione dall'arabo". "La riforma dell'Alcorano" invitava tutti i popoli alla rivoluzione, a rivendicare "i giusti diritti alla libertà", annunciava una rivoluzione imminente che in nome delle leggi di natura avrebbe travolto le chiese, i despoti e le aristocrazie.
Nel 1986, Franco Venturi, sulle pagine della "Rivista Storica Italiana" (XCVIII, pp. 47-77), aveva riproposto l'opuscolo all'attenzione degli studiosi suggerendone la paternità del giovane Filippo Buonarroti, a quel tempo redattore della "Gazzetta Universale" impegnato a costruire, guardando anche alla lontana rivolta dei montanari del Caucaso, un "laboratorio per la scoperta della felicità". Oggi, il massimo studioso italiano del Settecento, che va completando il suo grande affresco internazionale sulla crisi dell'antico regime, e il biografo di Filippo Buonarroti, studioso della cultura giacobina e rivoluzionaria italiana, Alessandro Galante Garrone, si sono uniti per rileggere e ripubblicare un testo che raccoglie l'eredità dell'illuminismo radicale e utopista francese per costruire i materiali di una cultura rivoluzionaria. Venturi, dopo aver collocato la rivolta di Mansur all'interno dei secolari conflitti fra le popolazioni caucasiche e l'imperialismo russo (con molti riferimenti al più moderno imperialismo sovietico e ai più recenti drammi delle popolazioni caucasiche), ricostruisce gli echi italiani della lontana rivoluzione che precede di pochi anni la caduta della Bastiglia. Consegna quindi il testo della "Riforma dell'Alcorano" alla raffinata lettura di Galante Garrone che ricostruisce l'evoluzione culturale del giovane Buonarroti, da lettore di Mably e degli utopisti francesi a teorico del babuvismo, percorso all'interno del quale trovano una persuasiva collocazione le false corrispondenze della "Gazzetta Universale" e la finta traduzione dell'opuscolo di Mansur. Nella Toscana di Pietro Leopoldo e di Scipione de Ricci, nel segreto della tipografia di Anton Giuseppe Pagani, Mansur diventava lo schermo attraverso il quale il giovane rivoluzionario toscano poteva parlare liberamente. E oggi, come insegnano gli ultimi volumi del Settecento riformatore di Venturi, anche una lontana rivolta di montanari del Caucaso, letta e reinterpretata attraverso le gazzette settecentesche, può aiutare a comprendere nella sua dimensione internazionale la crisi dell'antico regime e la nascita del radicalismo rivoluzionario europeo.