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Giuseppina La Face Bianconi, Antonio Rossi

Editore: Olschki
Anno edizione: 1999
Pagine: 312 p.
  • EAN: 9788822247667

recensioni di Scorsone, M. L'Indice del 2000, n. 12

Se dovessimo oggi, a distanza di cinque secoli, giudicarne l'eccellenza dalle iperboliche lodi che contemporanei entusiasti non gli lesinarono, si sarebbe forse davvero tentati di levare un poeta come Serafino ai sommi fastigi degli armoniosi cori, apparentandolo, a Dio piacendo, a quell'angelo Israfel "i cui precordi - teste Edgar A. Poe, all'occasione chiosatore del Corano - sono un liuto sonante".
Rimatore celebratissimo ai tempi suoi, e corifeo incontrastato di quella stessa scolta di lirici cortigiani che, dal Cariteo al Tebaldeo, ebbero vaghezza di manipolare le miniate tessere del Canzoniere secondo un proprio manieristico gusto combinatorio per poi cimentarsi a ricomporle in algide tarsie marmoree, irrigidendo "le libere situazioni petrarchesche in acutezze concettose" (Bonora), a Serafino de' Ciminelli dall'Aquila (1466-1500) va comunque riconosciuto il merito incontestabile (ché nessuno vorrà seriamente imputargliene la responsabilità come una colpa) di aver recato non piccolo contributo all'universalizzazione (o, meglio, all'internazionalizzazione) del linguaggio dolente e sospiroso del malinconico amante di Madonna Laura trasformandolo in una vera koinè poetica, largamente diffusa e condivisa anche al di fuori d'Italia. E spesso, in effetti, laddove l'intonazione circospetta e blandamente sentimentale di uno dei tanti imitatori oltramontani del Petrarca (il Petrarca, vogliamo dire, flamboyant di Maurice Scève, del Desportes, di Pontus de Tyard, di Thomas Watson, fra i tanti) si complica di lambicchi e metafore capricciose, si può star certi di riudire una qualche eco dei virtuosistici concenti cui dette voce l'Aquilano improvvisando in variazioni inusitate di vieti temi psicologistici tutta una fioritura di strambotti, frottole, capitoli, egloghe, epistole e sonetti, piegati talora ad assumere le pose falsamente ingenue del componimento popolaresco: massimo espediente di una esplicita, supremamente raffinata poetica del preziosismo.
Ma quanto di tanta fortuna e di tanta fama fosse pure dovuto all'ausilio dell'arte sovrana della musica, che l'Aquilano stesso avrebbe resa all'uopo ancella della propria poesia, non è dato sapere con precisione, pur essendo al corrente del fatto che Serafino usava esibirsi dinanzi allo scelto pubblico delle corti signorili che lo ospitavano cantando i propri versi (per i quali egli stesso avrebbe composto le arie) accompagnandosi al liuto (ad lembum canendo), giacché non si è tuttora in grado di ascrivergli con incontrovertibile sicurezza un solo brano musicale. Insomma, "Serafino musicista è, allo stato attuale delle conoscenze, un fantasma", come recisamente asseriscono ancora i curatori della sobria, anzi scientificamente severissima edizione dei superstiti testi serafiniani corredati di notazione musicale: un'edizione improntata (com'è nondimeno opportuno) a criteri d'una cautela filologica estrema, ma necessaria, crediamo, e più che sufficiente a fare giustizia dell'eccessiva corrività attribuzionistica che in passato dovette indurre in errore più di uno studioso. Eppure - fatta salva l'intrinseca validità concettuale della minuziosa procedura di verifica e collazione delle fonti manoscritte messa in opera - non ci si può sottrarre ad una sensazione d'inevitabile delusione dinanzi all'ipotesi metodologica formulata, significativa di un radicale, irredimibile scetticismo: "Può benissimo darsi che neanche una nota di musica in questo volume sia dell'Aquilano, e non c'è argomento alcuno che possa darci certezze né per il sì né per il no". Il fantasma resta dunque tale: né potevamo aspettarci miracoli o resurrezioni di alcun genere. Irride e aborre, l'angelico cantore. Anche quando si tratti della dovizia sontuosa degli apparati critici provveduti dalla moderna filologia.