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Descrizione


A dieci anni, Nguyen Ari Tinh si ritrova sul fondo di una barca impregnata di cattivi odori e olio da motore, diretta con altri duecento vietnamiti in un campo profughi in Malesia. Una traversata infernale in cui, al tempo stesso, tutti sognano il paradiso di una "riva" e di una nuova storia, dopo quella sconvolgente della guerra del Vietnam e dei campi di rieducazione comunisti. Quando approderà con la sua famiglia in Canada, la bambina cercherà di "guardare lontano, lontano in avanti", ma non perderà le tracce del passato, "frammenti, cicatrici e barlumi" che tentano di riannodare i fili di una storia interrotta e divisa in due. Le schegge narrative si affidano allora a una continua oscillazione temporale e la lingua si fa liquida e acquatica come i fiumi, il mare e il principio femminile che culla e custodisce. Del resto Ru, il titolo originale del libro, in vietnamita significa "ninnananna" e in francese, la lingua in cui la narratrice scrive, "piccolo ruscello". Questo romanzo, sorprendente di bellezza e di maestria, ha avuto un immediato successo in Canada e in Francia ha vinto il Grand Prix RTL-Lire 2010.
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Dettagli

2010
16 settembre 2010
156 p., Brossura
9788874522477

Valutazioni e recensioni

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Alessandra
Recensioni: 4/5

La scrittura è molto essenziale con svariati salti temporali. Bello.

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stefania
Recensioni: 3/5

Seguo le vicende frammentate di questa bambina che fugge con il babbo dal Vietnam comunista su un barcone stracolmo. Dopo un'odissea interminabile finirà per essere accolta dal buon Canada. Ma lì deve ricostruire i ricordi perduti, attraverso tutti i sensi, cucendo con delicatezza un arazzo di fili esili e delicati, senza rancori eccessivi, scavando nella sua intimità, con una pietas davvero encomiabile.

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Loris
Recensioni: 5/5

Gran bella sorpresa. L'autrice insegue una scrittura lirica, organizzando la narrazione in frammenti che si susseguono sulla base di associazioni e ricordi, senza preoccuparsi della linearita' temporale. Chi sceglie questa via di norma si espone al rischio di disorientare il lettore o di scivolare in un'enfasi stucchevole. Kim Thuy invece riesce a trovare un equilibrio quasi miracoloso, dove la bellezza della prosa vivifica immagini e storie che intrecciano le vicende personali e la Storia del Vietnam. Come spesso ho verificato, gli autori a cavallo tra due culture sanno trarre dalla loro condizione una ricchezza di idee ed un'urgenza di raccontare che sono il presupposto di opere encomiabili.

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Voce della critica

"Riva" è traduzione dal francese ru, "ruscello", e in senso figurato lo "scorrere (di lacrime, sangue, denaro)". In vietnamita ru significa invece "ninnananna" e "cullare". Così questa profuga da una delle guerre più sanguinose e feroci di sempre, quella dell'originario Vietnam, gioca con le parole della lingua appresa da bambina e di quella appresa da grande, nel Canada ospitale. È in quest'ultima lingua che Kim Thúy ha scelto di scrivere, e ogni riga lascia percepire il rispetto, la cura, l'essenzialità di tono e di riflessione che quella lingua ha reso possibile. In un'intervista ("Left", 26 novembre 2010) Kim ha detto che il francese è la lingua in cui ha imparato ad amare, e sembra che questo sentimento sia andato tanto alle parole quanto alle persone. La traduzione di Cinzia Poli asseconda bene queste qualità.
Kim è nata a Saigon durante l'offensiva del Têt (1968), ed è una dei tanti che dopo la vittoria dei Vietcong si sono imbarcati verso altre terre, e che oggi sono conosciuti con il nome quasi gentile di boat people – quando la loro è stata una delle odissee più dolorose della storia recente, condotta su fragili barche simili a quelle che errano per il Mediterraneo oggi, in condizioni disumane, con pochi indumenti addosso, con il pericolo dei pirati che predavano tutto il possibile, e con l'incognita di dove sarebbero approdati. Le tappe di un'avventura mai esplicitata per intero, ma che si indovina sparsamente, si sono svolte ai tre angoli del globo: Saigon, Hanoi, i campi profughi della Malesia, Montréal. Là approda a più riprese una famiglia molto estesa, benestante e politicamente cospicua, che ha subito le inevitabili vessazioni dei vincitori nord-vietnamiti: contadini arretrati, che si installano nella grande casa di Kim e si arrestano perplessi di fronte ai reggiseni di mamma e sorelle che scoprono negli armadi, prendendoli per filtri per il caffè… Mentre i loro ospiti per forza, gli ex ricchi, gli ex padroni del piccolo mondo coloniale saigonese si trovano obbligati prima a quelli che vengono eufemisticamente chiamati "corsi di rieducazione", poi, una volta attraversato il Pacifico, a spazzare le strade, a pulire i bagni, a vendere cianfrusaglie in un mondo tutto diverso, tutto altro – un Occidente che però li accoglie con generosità e trasporto, "come figli adottivi", che organizza strutture e educa gli animi all'accoglienza, e per il quale essi nutrono una grande riconoscenza.
Non avrebbe soddisfazione chi si affacciasse a questo racconto con il veleno negli occhi, ansioso di riconoscere il nemico, il bruto da condannare, la fazione da distruggere. Niente di tutto questo: le descrizioni di Kim sono sempre oggettive, il suo tono sempre equanime. Le differenze fra Sud e Nord Vietnam sono attribuite all'assurda spartizione imposta dalle potenze occidentali, che non lasciava alternative; non c'è odio per i soldati delle campagne, anzi una quasi affettuosa condivisione di una vita di stenti; la disperazione di certe condizioni, soprattutto nella fuga, è sempre temperata dalla "bellezza della complicità silenziosa e spontanea fra gente misera"; il ritratto di ogni persona è sempre caldo, comprensivo; e l'altro sesso è sempre secondario: "Amo gli uomini allo stesso modo, senza desiderare che divengano miei (…) Non ho bisogno della loro presenza, perché gli assenti non mi mancano. Sono sempre sostituiti o sostituibili". Per questo i veri protagonisti del racconto non sono gli uomini ma le donne: "Ci dimentichiamo spesso dell'esistenza di tutte queste donne che hanno portato il Vietnam sulle spalle, mentre i mariti e i figli sulle loro portavano le armi. Ce ne dimentichiamo perchè, sotto il cappello conico, non guardavano il cielo. Aspettavano soltanto che il sole tramontasse sopra di loro per poter perdere i sensi più che addormentarsi".
L'opera della memoria, implica questo racconto, non è facile: con il tempo le cose e gli eventi della storia saranno irriconoscibili ai loro stessi attori, "perché io, dopo solo trent'anni, riesco a riconoscere tutti noi solo per frammenti, per cicatrici, per barlumi". E così sono le pagine di Kim Thúy, prive di un ordine cronologico ma avvolte nel filo di un discorso che si costruisce poco alla volta, idea da idea, immagine da immagine, sensazione da sensazione; tenute insieme da una vitalità che non si arrende mai, che non vuole darsi per vinta.
Franco Marenco

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Conosci l'autore

Kim Thúy

1968, Saigon

Kim Thúy, nata a Saigon nel 1968, ha abbondonato il Vietnam all’età di 10 anni insieme alla sua famiglia e ad altri boat people. Rifugiata politica in Canada, è cresciuta a Montréal, dove, dopo una laurea in traduzione e una in diritto, ha lavorato come interprete e avvocato, per aprire poi un ristorante e occuparsi di critica gastronomica. Oggi, si dedica alla scrittura. Il suo pluripremiato romanzo d’esordio, Riva (Grand Prix RTL-Lire in Francia e Prix du Gouverneur général in Canada nel 2010, finalista al Scotiabank Giller Prize, Premio Letterario Internazionale Mondello per la Multiculturalità, tradotto in venti lingue), è stato un enorme successo di critica e di vendite. Nidi di rondine è il suo secondo romanzo.

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