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La rivoluzione globale. Storia del comunismo internazionale 1917-1991

Silvio Pons

Editore: Einaudi
Collana: Einaudi. Storia
Anno edizione: 2012
Pagine: XXIII-419 p., Rilegato
  • EAN: 9788806209100
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Scrivere una storia di sintesi del comunismo è un compito impegnativo per chiunque. Certo, rispetto a una dozzina di anni fa parrebbe per certi aspetti più semplice. Gli interrogativi che ci si poteva porre allora sull'effettiva morte del comunismo novecentesco sembrano oggi aver avuto una risposta: ciò che era residuale è rimasto tale, e in genere anzi lo è diventato ancora di più, in un processo di lenta e inesorabile estinzione. In Europa, perfino dove il postcomunismo aveva mostrato imprevisti segni di vitalità (come in qualche paese centro-orientale e, attraverso la Pds, in Germania), il fenomeno sembra in regressione, o comunque prende altre strade, per ora difficilmente decifrabili: e ciò vale sicuramente anche per altri continenti, si tratti del turbo-capitalismo cinese pilotato dallo stato o degli ibridi esperimenti di populismo partecipativo in America Latina. Dunque, oggi si può affermare con certezza ragionevolmente maggiore che il comunismo del Novecento è morto: anche se è evidente che il capitalismo del 2012 non si sente troppo bene e che il disordine sotto il cielo del mondo è molto più grave che alla fine del 1989. La storia globale del comunismo proposta da Silvio Pons è, probabilmente, la migliore fra quelle che hanno visto finora la luce, almeno nei limiti che si è consapevolmente fissata e di cui diremo. Per conoscenza della storiografia e per capacità di interagire con le sue acquisizioni, è un lavoro egregio che non si presta ad alcuna critica: rarissimo è trovarvi qualche omissione, e impossibile pescarvi un errore di fatto. Per un libro di storia già non è poco: e se si aggiunge il rifiuto di ogni superficialità e la calibrata ricerca di equilibrio nei giudizi, oltre alla densità e alla molteplicità dei piani tematici e problematici che riesce a tenere insieme, si misura tutta la distanza che separa il libro da altri molto meno felici discussi anche su queste colonne (Robert Service, Compagni. Storia globale del comunismo nel XX secolo; cfr. "L'Indice", 2009, n. 2). Quanto alle fonti, si deve dire che è la prima volta che, senza rituali celebrazioni della "rivoluzione degli archivi" prodotta dall'accessibilità nel 1991 a quelli del Comintern (poi peraltro molto ridimensionata), la ricostruzione della storia del comunismo internazionale è integrata da puntuali richiami a documenti rintracciabili negli archivi di Mosca o pubblicati in raccolte edite in russo. Non si può dire, specie per gli anni compresi fra la fondazione dell'IC e il suo VII Congresso, che le nuove fonti stravolgano il quadro interpretativo che, nella migliore storiografia, già si era consolidato alla fine degli anni settanta: lo completano e lo arricchiscono, certo, ma in realtà ne legittimano e riprendono le linee di fondo. E di qui può trarre spunto una prima osservazione di carattere generale: se si legge il primo capitolo, quello che s'intitola Il tempo della rivoluzione, si resta colpiti da quanto, pur restando il quadro narrativo e interpretativo di Pons assai aderente a quello di chi lo aveva preceduto quarant'anni fa, sia cambiata l'ottica generale, e da quanto, ora come allora, risenta dello "spirito dei tempi". Già alla fine degli anni settanta erano in gran parte svanite le suggestioni circa la "forza propulsiva" del modello d società sviluppatosi dalla rivoluzione dell'ottobre 1917: eppure era viva nella sensibilità degli storici di sinistra l'idea che il concetto stesso di rivoluzione fosse un valore positivo. Oggi, si direbbe, le cose stanno diversamente o, per lo meno, quel tipo di sensibilità è stata oscurata da un "senso comune" differente. Il libro di Pons è una dimostrazione eloquente di questo cambiamento: alla sua analisi critica della storia del comunismo è sotteso un impianto concettuale che fa delle democrazie liberali e del riformismo socialdemocratico inteso come loro correttivo l'unico orizzonte proponibile per la sinistra, ieri come oggi, e dell'idea di rivoluzione un'inutile e dispendiosa alternativa alla via maestra della "trasformazione delle culture politiche". In un'impostazione di questo tipo, che pure trova ampie giustificazioni nel fallimento del comunismo "storico", si annida e a tratti si manifesta il rischio dell'anacronismo. Così, nella prima parte del libro, scompare quasi completamente la tremenda crisi di credibilità e di legittimazione che la democrazia, in tutte le sue forme, conobbe tra la fine degli anni venti e la metà degli anni quaranta. Una crisi a cui il comunismo offriva un'alternativa che Pons forse impropriamente riduce a quello che un recensore molto critico del libro, Alberto Burgio, chiama "il nesso simbiotico tra comunismo e guerra", per cui l'Urss nasce dalla guerra ‒ complice la concezione polemologica della politica ereditata da Marx – e vi resta imprigionata. Pons parla di "struttura clausewitziana" del progetto comunista, tendendo a considerare la guerra monopolio del comunismo. Ma in questo modo finisce da un lato per lasciare troppo in ombra il concorso di altre forze (attive o inerziali) che hanno fatto del Novecento, tra le altre cose, "il secolo delle guerre", dall'altro per minimizzare il fatto che dentro il progetto comunista operarono fin dall'inizio e non si spensero mai tensioni diverse da quella della "guerra civile internazionale", e legate a messaggi universalistici di emancipazione degli sfruttati. Sono aspetti che l'autore non tace, soprattutto nelle pagine dedicate alla guerra fredda, ma che non sembrano ricevere tutto il rilievo che meriterebbero. Del resto, questa è forse la conseguenza di una chiave di lettura che sostanzialmente è univoca e chiaramente esplicitata, specie nell'introduzione. Il comunismo internazionale di cui il libro tratta è due cose: un movimento politico, composto da partiti, scrive Pons, "legati a doppio filo con Mosca", e un sistema di stati che "replicavano il modello politico, economico, sociale generato dalla rivoluzione bolscevica" e si presentavano come una "comunità internazionale". In sostanza, la chiave che Pons sceglie per interpretare la storia globale del comunismo è quella del sistema solare: una stella di prima grandezza al centro, e gravitanti nella sua orbita diversi pianeti, le cui forme specifiche sono secondarie o addirittura del tutto irrilevanti, come nelle stelle in cui non esiste alcuna forma di vita accertata. Il comunismo come movimento sociale ha, dentro questo impianto, uno spazio abbastanza limitato, anche se dai riferimenti bibliografici di Pons, puntuali e adeguati, si intuisce che non si ignora l'importanza di questa dimensione. Eppure il comunismo non è stato soltanto l'"illusione" di cui parlava Furet, travolta dal fallimento dell'Urss e dei sistemi economici e sociali a essa collegati, né solo la galleria di orrori dittatoriali e di miseria morale e materiale cui anche Pons mostra talvolta la tendenza a ridurlo: è stato un movimento collettivo che ha riguardato la vita di milioni di persone e che ha assunto con gli anni un carattere sempre più differenziato e meno unitario; che ha inciso in profondità nella storia dei singoli paesi, intrecciandosi nel modo più vario alle specificità della loro tradizione nazionale e della loro conformazione sociale. A trent'anni dall'esaurimento della sua esperienza storica questi aspetti sembrano capaci di interessare una nuova generazione di studiosi forse più che "il nesso costituente che s'instaurò tra lo Stato rivoluzionario e il movimento comunista". Aldo Agosti