La rivoluzione industriale inglese. Una prospettiva globale - Robert C. Allen - copertina

La rivoluzione industriale inglese. Una prospettiva globale

Robert C. Allen

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Traduttore: G. Guazzaloca
Editore: Il Mulino
Anno edizione: 2011
In commercio dal: 10 febbraio 2011
Pagine: 397 p., Brossura
  • EAN: 9788815146663
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La rivoluzione industriale inglese. Una prospettiva globale

Robert C. Allen

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Perché la rivoluzione industriale è avvenuta proprio in Inghilterra e non altrove, in Europa o in Asia? A questo interrogativo, che è forse in assoluto il principale e più dibattuto nella storia economica, la sintesi di Allen fornisce una nuova e convincente spiegazione collocando la rivoluzione industriale in una prospettiva globale. Nel contesto generale dell'economia del Sei-Settecento, l'Inghilterra aveva infatti, in rapporto agli altri paesi, salari più alti e costi più bassi per l'energia. Ne consegue che solo in Inghilterra potè esservi la spinta a creare e utilizzare le innovazioni basilari della rivoluzione industriale, cioè la macchina a vapore, la filatura meccanica, l'uso del carbone invece che del legno nell'industria metallurgica. Quando poi nel corso dell'Ottocento quelle nuove tecnologie saranno rese meno costose la rivoluzione industriale si diffonderà dall'Inghilterra al resto del mondo.
Robert Allen è da vent'anni uno dei più importanti ricercatori in quel campo inesauribile che è la trasformazione economica e sociale dell'Inghilterra tra Cinquecento e Ottocento. Dopo un bellissimo volume sui processi di recinzione delle terre comuni (Enclosure and the yeoman, 1992) – un luogo classico del dibattito politico, della storiografia e, a partire da Marx, anche della teoria economica – e dopo un'escursione nella storia economica dell'Unione Sovietica, questo è il suo ultimo lavoro, preceduto da una serie di saggi i cui risultati vengono qui usati e ricomposti in un quadro generale. Il libro presenta grandi motivi di interesse e altrettanti di dissenso, soprattutto per il fatto che il modello economico impiegato viene troppo spesso sovrapposto a un'evidenza documentaria che mostra una storia diversa.
La prospettiva globale del titolo – il confronto di livelli e andamenti salariali, e di processi di innovazione tecnologica tra l'Inghilterra e altri casi europei, ma anche India e Cina – rimanda al lavoro della cosiddetta scuola californiana, con i cui esponenti Allen ha collaborato in pubblicazioni collettive. Questi storici (Kenneth Pomeranz, Joel Mokyr, Jack Goldstone e altri) nelle loro ricerche hanno messo in dubbio che la rivoluzione industriale in Inghilterra, e poi i vari processi di industrializzazione sul continente europeo, di fronte ai tempi molto più tardi in cui i processi di crescita sostenuta sono cominciati in Asia, avessero a che fare con specifiche caratteristiche (socio-economiche, istituzionali, politiche, culturali) di cui gli europei sarebbero stati, per merito o per caso, dotati, mentre le società asiatiche ne sarebbero state prive. In epoca preindustriale, sostengono invece questi storici, le società euro-asiatiche si assomigliavano parecchio nella loro capacità di conoscere lunghi periodi di fioritura (Goldstone) seguiti da momenti di crisi, per ragioni complesse che non avevano nulla a che fare con la cosiddetta trappola maltusiana, la presunta incapacità delle società pre-industriali di reggere su periodi secolari la crescita demografica che era conseguenza dello stesso benessere dei periodi di fioritura, dall'Italia centro-settentrionale e dalle Fiandre nel tardo medioevo alla Cina dei Qing tra la metà del Seicento e la metà del Settecento. La grande divergenza (titolo del libro di Pomeranz, 2000) tra Europa e Asia comincia solo verso la metà del Settecento.
Un po' prima, secondo Allen, era cominciata invece la grande divergenza tra i paesi europei. Questo è il titolo del saggio (2001) in cui egli ha ricostruito l'andamento dei salari in Europa dal Cinquecento al 1913: salari nominali, ma soprattutto salari reali come indicatori della capacità di espandere la produzione e creare benessere diffuso. La grande divergenza si instaura tra l'area nord-occidentale (Inghilterra meridionale e Paesi Bassi, gli attuali Belgio e Olanda) e il resto del continente. L'isola, prima marginale, raggiunge e supera le più antiche aree dello sviluppo economico, in particolare l'Italia centro-settentrionale. Nel resto dell'Europa c'è invece una caduta forte, nel caso dell'Italia centro-settentrionale catastrofica, fino all'inizio dell'Ottocento. Sui grafici di Allen il lettore italiano potrà considerare con preoccupazione retrospettiva e prospettiva come le tariffe salariali in termini reali dei lavoratori edili italiani tra primo Settecento e primo Ottocento fossero uguali a quelle di Delhi e Pechino. Nei due secoli successivi, nonostante la crescita demografica, l'Europa nord-occidentale sarebbe stata in grado di mantenere, con qualche caduta cospicua ma non drammatica, gli alti salari raggiunti all'inizio del Cinquecento, e, in Inghilterra, addirittura di aumentarli moderatamente dalla prima metà del Settecento in poi. La rivoluzione industriale, sostiene Allen, l'ha fatta e poteva farla solo il paese che aveva i più alti salari del mondo, e non per caso.
L'idea che gli alti salari siano un incentivo all'innovazione tecnologica non è certo nuova, ed è stata al centro di alcune interpretazioni fondamentali dell'industrializzazione americana, ma credo sia la prima volta che viene applicata in modo così sistematico alla spiegazione della rivoluzione industriale inglese: solo l'Inghilterra aveva un rapporto di prezzo tra i fattori della produzione che rendeva sommamente conveniente meccanizzare i processi produttivi. Risultati della sua storia e della sua geologia, il lavoro era caro, mentre l'energia (carbone) si poteva avere a un prezzo straordinariamente basso, e in quantità al momento illimitate. Mentre le conoscenze scientifiche, o anche solo i saperi pratici, alla base delle innovazioni tecnologiche, così come il quadro istituzionale che poteva dare garanzie a chi spostasse i propri soldi dal capitale circolante a quello fisso, erano disponibili ad altri paesi, in Europa e in Asia, questi avevano lavoro a basso prezzo, anche quando avessero energia a basso costo.
Costruito intorno a questo nucleo, il libro è composto di due parti, dedicate a spiegare rispettivamente come l'Inghilterra fosse arrivata ad avere salari così alti e come la logica del risparmio sul costo principale muovesse i processi di invenzione e innovazione. La connessione tra le due parti dovrebbe essere data dal fatto che le invenzioni iniziali (macroinvenzioni) sono labour saving, anche se nel corso delle successive migliorie e applicazioni (microinvenzioni) si genera un risparmio su tutti i costi. Solo a quel punto esse diventano appetibili anche per altri paesi. Il modello della seconda parte, dedicata appunto alle innovazioni, è molto elegante; però basta leggere la storia qui raccontata (non nuova, ma minuziosa e affascinante con i suoi calcoli della redditività economica delle tre felici invenzioni/innovazioni che fecero grande e ricca l'Inghilterra) per dubitare assai che la spinta originaria fosse risparmiare proprio sul costo del lavoro, anziché risolvere problemi tecnici (pompa a vapore), di qualità del prodotto (filatoi meccanici) o di risparmio di materiali in un settore, come la siderurgia, dove già all'inizio del processo la retribuzione del lavoro contava solo per il 15 per cento dei costi totali. Il dubbio riguarda lo schema teleologico, secondo cui non solo le innovazioni produttive, ma le stesse invenzioni originarie sarebbero state stimolate e orientate dal problema di risparmiare lavoro. Lo schema serve ad Allen a sostenere che gli altri paesi non inventarono, e applicarono solo molto più tardi, queste meraviglie perché esse non erano per loro convenienti, non già perché essi ne fossero incapaci, o irrazionali nei loro comportamenti economici, e questo vale per tutto il resto dell'Europa come per l'Asia.
Un collegamento distorto tra il modello e il dato empirico è il principale degli argomenti contestabili anche nella parte del libro destinata a spiegare perché l'Inghilterra, dal Cinquecento in poi, fosse un'economia degli alti salari, l'unico paese di tutto un continente (con l'eccezione dei Paesi Bassi spagnoli, poi austriaci, e della Repubblica olandese) in cui la retribuzione del lavoro manuale reggesse l'urto della crescita demografica. In un periodo in cui qualsiasi progetto di ridurre i salari si presenta come l'alfa e l'omega di ogni saggezza economica, e in cui sembra diventato difficile addirittura concettualizzare una misura del lavoro, dissimulato nei più eleganti programmi econometrici sotto la forma fittizia del suo contrario (capitale umano, capitale intangibile), questo spostamento di prospettiva sul passato non può che essere benvenuto; ma è bene evitare equivoci: nella ricostruzione di Allen il livello del salario è la situazione, non il motore. Non è neppure la variabile esogena degli economisti classici, nella cui determinazione possono entrare fattori e soggetti diversi. È invece la variabile dipendente nel modello di interazioni tra i diversi fenomeni presi in considerazione come variabili indipendenti (il rapporto terra/lavoro; il commercio intercontinentale pro capite, dono dell'impero e frutto di un "aggressivo mercantilismo"; il prezzo dell'energia; il tasso di urbanizzazione nel periodo precedente ogni punto di osservazione; la produttività del settore tessile). Per quanto riguarda i salari, il nocciolo di questo modello è che essi rimangono alti dove la domanda di lavoro determinata dall'espansione economica rimane in equilibrio con l'offerta di lavoro determinata dalla crescita demografica dopo ogni successiva peste grande o piccola.
La capacità del modello di spiegare le diverse storie dei salari in Europa viene testata da Allen con un sistema di equazioni la cui spiegazione risparmio ai lettori. La logica è che, se i salari calcolati ("simulati") a partire dai dati empirici delle variabili indipendenti coincidono bene con i salari documentati, la bontà del modello per spiegare la storia è provata. Allen è così soddisfatto dei risultati dei suoi calcoli che abbandona i dati empirici e comincia a ragionare sulle serie salariali "simulate". Ma il lettore un po' critico che provasse a confrontare le figg. 1.2, 1.3 e 1.6 (salari empiricamente documentati) con la fig. 4.6 (simulati) vedrebbe immediatamente che gli andamenti in periodi cruciali sono nettamente diversi. Purtroppo nessun redattore o curatore ha pensato di aggiungere al suo testo (anziché l'assurda nota?????? 12 di p. 72) le cinque paginette necessarie a fornire al lettore le serie dei salari usate nei suoi articoli (Great divergence, e Poverty and progress, 2003). Lì si può scoprire, ad esempio, che in un periodo decisivo per la concorrenza sui tessuti di lana, tra l'inizio del Cinquecento e la fine del Seicento, i salari italiani erano più alti di quelli inglesi, non più bassi; o che i salari olandesi fino alla fine del Settecento conobbero una notevole caduta, anziché la stabilità "simulata". Si può scoprire anche che, con il modello usato, è difficile spiegare perché tra la metà del Cinquecento e la metà del Settecento, i salari reali nell'edilizia ad Anversa rimanessero ragionevolmente stabili, mentre la città passava da circa 100.000 a 46.000 abitanti; o perché quelli di Madrid nella prima metà del Seicento (non un momento di grande espansione per l'economia spagnola) fossero uguali a quelli di Londra. Soprattutto, si potrebbe scoprire che i salari italiani sono sempre stati relativamente bassi, incomparabili con quelli dei Paesi Bassi anche quando il livello di attività economica invece era comparabile. Forse i salari sono una variabile esogena, dopo tutto? Forse non sono il prodotto automatico di qualsiasi espansione economica? Forse il modello di Allen non è il migliore, sicuramente i modelli servono a illuminare per aderenza o per contrasto il dato empirico, non a sostituirlo.
Maria Luisa Pesante  
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