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Paolo Volponi

Curatore: E. Zinato
Editore: Einaudi
Anno edizione: 2002
Pagine: CXXIII-1172 p.
  • EAN: 9788806162528

Emanuele Zinato cura il primo dei tre volumi in cui Einaudi raccoglie tutti i romanzi e una scelta delle prose "minori" di Paolo Volponi: un'edizione che dispone i romanzi secondo l'ordine cronologico di stampa e che attorno ad essi raduna le prose più significative. Il primo volume comprende Memoriale, La macchina mondiale e Corporale e di ogni romanzo ricostruisce la genesi e sintetizza i processi compositivi, varianti comprese, nonché la fortuna critica. È un'occasione per rileggere e ripensare un autore che i più autorevoli critici del Novecento (Mengaldo su tutti) considerano uno dei maggiori.

Non c'è dubbio che il primo Volponi sia quello che più importa mettere alla prova del tempo. Le due grandi direttrici della narrativa volponiana, la storia della modernizzazione capitalista e l'utopia del suo impossibile rovesciamento, orientano già i primi tre romanzi qui editi, e ad esse corrispondono analoghe procedure sul piano della scrittura, in bilico tra realismo e lirismo, tra peso saggistico e levità poetica. In una delle più interessanti "prose minori" edite in questo libro, Le difficoltà del romanzo, col suo caratteristico incedere contorto e minuzioso, Volponi ricorda che ciò che scrive "non deve rappresentare la realtà ma deve romperla" e che la lettura dei suoi romanzi non si può fare "stando seduto socialmente, accomodato" ma esige " quella stessa attenzione che [si] adopera nell'innamoramento, (...) quella stessa attenzione con la quale [ci] si accinge a studiare, a scoprire le cose e le persone nuove". In questo modo giustifica la scrittura non pacificata che caratterizza le sue pagine (Volponi non scrive in proprio troppo diversamente da come stendono i loro "memoriali" i suoi personaggi, tipo Anteo Crocioni della Macchina mondiale) e il piglio saggistico, riflessivo dei suoi romanzi, il cui scopo non è più "quello di narrare, che vuol dire sistemare, curare, ma quello di contribuire, nelle sue libere forme, al dibattito".

Inutile dire che questa forte motivazione ideologica, per quanto teoreticamente assai libera e spregiudicata, appare, con la sua stessa radicalità, come uno degli elementi che più distanziano l'opera di Volponi dal gusto dei contemporanei. Quei suoi personaggi "isolati, fuori della società e di ogni rappresentazione che di essa si dà (...) per forza poco accomodanti, antipatici ed esaltati" sono mossi da un'istanza critica nei confronti del reale oggi, ahimè, non più di moda. La contemporaneità accetta infatti di mettere in discussione la consistenza ontologica del reale, ma non il tasso di mistificazione imposto ad esso dall'economia mondiale e dalla ideologica dominante. Il vasto dubbio filosofico è ammesso, mentre quello politico, molto più circoscritto, è meno condiviso. Per questo, oggi si può continuare a leggere tranquillamente Calvino come un contemporaneo e sentire invece Volponi come uno scrittore di un'altra epoca.

Probabilmente, proprio questa è la miglior prova della validità delle denuncia volponiana della vischiosità dei processi di omogeneizzazione dell'uomo moderno indotti dal neocapitalismo dei suoi tempi, dall'odierno liberismo, che si è imposto come un pensiero unico, da cui sembra impossibile e neppure augurabile (anche a molti esponenti della sinistra) liberarsi. Ma non c'è dubbio che anche per questo la rilettura di Volponi oggi dura fatica a uscire dai circuiti degli addetti ai lavori. La sua lontananza dall'attualità è poi aggravata dalla scrittura, dal montaggio dei suoi romanzi, realizzati (con il loro sperimentalismo, il loro incedere arduo e complicato) in modo da mettere in difficoltà il lettore, da impedirgli quelle semplificazioni, quelle identificazioni e quegli accertamenti che tipicamente scattano di fronte ai classici. Volponi, con una durezza senza indulgenze e, a mio avviso, troppo autogiustificativa, vedeva in questi atteggiamenti il segno di un uso non critico (da parte degli autori e dei lettori) dell'invenzione letteraria, e negava ostinatamente che classico sia, in fondo, il romanzo con le cui vicende e personaggi, grazie alla forma, ci si identifica e in cui ci si riconosce, indipendentemente dall'epoca in cui è ambientato e dall'età in cui è stato scritto.

I romanzi di Volponi si collocano invece deliberatamente lontano dal lettore (anche da quello loro contemporaneo) e, se lo avvicinano, lo fanno, eventualmente, solo per la via esplicita dei temi (come nel Pianeta irritabile, il cui argomento sempre attualissimo - l'apocalisse postatomica - lo apparenta al magnifico Mio Dio grazie di Malamud) e non per la più decisiva via delle strategie compositive, delle tecniche della narrazione, dello stile. Dal punto di vista della forma i romanzi di questo inesauribile sperimentatore si situano tra i testi del disordine, della contestazione anche stilistica del mondo (massime Corporale), della traduzione in pericolose oscillazioni sintattiche della dialettica senza sintesi che governa la realtà. La denuncia della degradazione imposta dalla modernità occidentale all'uomo e alla natura trova nella scrittura di Volponi un corrispettivo stilistico che non illude intorno alle possibilità di controllo razionale della devastazione descritta e si impegna semmai a mimarla e a denunciarla.

Ma proprio questa opzione insieme così vistosamente letteraria e politica, questo spessore del pensiero e della lingua tengono i romanzi di Volponi, massime quelli di questo primo volume, distanti dall'oggi e li situano in una stagione culturale irrimediabilmente trascorsa. Prigioniero della sua stessa oltranza ideologica e del suo esibito impegno stilistico, uno come Volponi è oggi, purtroppo, tanto impraticabile quanto culturalmente necessario. Neppure chi non si arrende di fronte all'ideologizzazione estrema della realtà odierna riesce infatti a denunciarla con le parole, pur in sé tanto condivisibili, di Volponi. Come osserva giustamente Zinato, Volponi si è riconosciuto in Pasolini (e non in Calvino), nella Morante (e non in Eco) ed è rimasto estraneo agli interessi delle generazioni a lui successive, che si sono ritrovate invece nelle cifre stilistiche degli autori a lui non congeniali, certo politicamente anch'essi schierati, ma stilisticamente ubiqui. Non a caso, la raccolta integrale dei romanzi volponiani si concluderà, rispettando la cronologia di stampa, con quella Strada per Roma che, edito nel 1991, era stato però "pensato nel 1955-56 e scritto nel 1962-64": quasi un segno visibile dell'età di cui Volponi è stato uno straordinario interprete, ma da cui non è mai letterariamente uscito.

Grande affresco della disintegrazione del paesaggio, del tessuto sociale e di ogni unità, compresa quella dell'io, il romanzo di Volponi è inseparabile dalla complessa fenomenologia del moderno e presuppone l'incontro/scontro fra una realtà premoderna, artigianale e contadina e l'epica dell'industrializzazione. Al contempo, Volponi insegue, nel cuore stesso della scissione, l'unitarietà di mente e di corpo, di immaginazione e intelletto, per definire la quale ricorre all'ideale francescano di comunione concreta con tutto il creato o all'utopia solare, di matrice campanelliana.Con tale sguardo acronico e disvelante, letteralmente incapace di stilizzazioni compiaciute o di giochi di laboratorio, estraneo alla corporazione letteraria e alla sua disposizione ai trasformismi, Volponi crea le sue mirabili «allegorie nazionali» e delinea, dentro e fuori dall'industria «una storia degli intellettuali italiani».Dall'Introduzione di Emanuele Zinato