Categorie

Ignazio Silone

Editore: Mondadori
Collana: I Meridiani
Anno edizione: 1999
Pagine:
  • EAN: 9788804457787

recensioni di Tamburrano, G. L'Indice del 1999, n. 09

Il caso Silone nasce dal ritrovamento, fra i documenti della polizia politica fascista custoditi all'Archivio centrale dello Stato, di un fascicoletto intestato a Secondino Tranquilli, vero nome di Ignazio Silone.

La prima ipotesi, rivelatasi la vera, fu che Silone abbia avuto un rapporto con un funzionario della polizia che conosceva, allo scopo di aiutare in qualche modo il fratello Romolo detenuto, per l'attentato alla Fiera campionaria di Milano dell'aprile 1928, nelle carceri fasciste, ove morì innocente tra stenti, malattie e sevizie.

La vicenda aveva alcuni lati oscuri, tra i quali un nome in codice - Silvestri - attribuibile a Silone e l'indizio di un rapporto tra Silone e un suo corrispondente nella polizia politica (Bellone?) precedente l'episodio della Fiera di Milano.

Silone diventa spia dell'Ovra per aiutare il fratello?Era un confidente della polizia politica anche prima dell'arresto del fratello? Dario Biocca e Mauro Canali, con un accuratissimo lavoro tessuto di supposizioni, insinuazioni, invenzioni e manipolazioni, hanno fabbricato il "caso": Silone spia della polizia politica. Sull'ultimo numero di "Nuova Storia contemporanea" è uscita la terza puntata, firmata da Dario Biocca, di questa spy-story che ha come protagonista Ignazio Silone: ormai è una telenovela. È annunciata la quarta puntata, ad opera di Mauro Canali, su Silone spia da Berlino. Questo sistema - certo più adatto al romanzo d'appendice che alla ricerca storica, che esigerebbe unità e organicità - frutta alla rivista e agli autori pubblicità, vendite e rinomanza, giacché a ogni puntata una stampa compiacente esibisce titoli ad effetto.

Il novello caso Silone, e cioè una pretesa scoperta storiografica che diventa scoop giornalistico, è un caso esemplare non solo e non tanto di come si usano i documenti di archivio, quanto del modo in cui i giornali confezionano rivelazioni a scatola chiusa.Scoprire che un personaggio come Silone è stato una spia del regime è un colpo grosso: è in gioco il nome di un grande scrittore, e di un militante politico che ha combattuto le dittature di destra e di sinistra, inviso perciò a fascisti e comunisti e a certi loro epigoni.Non si inventa tutto dal nulla, l'ho già detto: un fumus, qualche indizio c'è. Biocca e Canali partono dall'indizio e sviluppano pagine e pagine: scritte in una forma opportunamente arida di modo da apparire distaccata, irte di un corredo fittissimo di note, a prima vista sembrano frutto di un lavoro scientifico attento e scrupoloso.Silone "spia dell'Ovra" è un boccone ghiotto per la nostra stampa. E puntualmente le principali testate hanno fatto a gara per impadronirsi della notizia.

La rivista che pubblica la spy-story è la voce del "revisionismo" storiografico.Il revisionismo come metodo è un fattore di progresso nella cultura perché sottopone a riesame continuo le verità acquisite: Copernico ne è il nome simbolo.Ma, per non diventare una specie di "futurismo", abbisogna di grande cautela e rigore scientifico. Quella rivista è un centro di potere accademico-giornalistico e gode di importanti sponsorizzazioni.Le scoperte di Biocca e Canali hanno così trovato il loro ottimo veicolo verso alcune grosse testate, vivaio di un giornalismo che si nutre di scoop più che di notizie e di inchieste.Mi rendo conto che per i giornali, incalzati da radio e televisione, la novità è importante, vitale; non possono uscire dicendo "oggi non è successo niente".Ma il dovere del giornalista è di fare un minimo di verifica, di controllo, se non sulle fonti, almeno sull'attendibilità della rivelazione. E la scoperta riguardante Silone è, di per sé, intrinsecamente inattendibile, e perciò imponeva la cautela, il dubbio.E poi l'approfondimento.

Se ne è occupata la Fondazione Nenni, e ha accertato che: (a) Mussolini nel 1937, e poi il ministro dell'Interno Tambroni nel 1957, hanno chiesto alla Direzione del Ministero di precisare quale fosse stato il rapporto tra Silone e la polizia politica.Gli uffici hanno risposto che Silone "diede a vedere (...) mandando disinteressatamente delle informazioni generiche circa l'attività di fuoriusciti.Ciò fece nell'intento di giovare al fratello"; (b) non avendo Silone mai fatto la spia, il suo nome non risulta in alcuna delle liste disponibili dei collaboratori della polizia politica.Questo fatto è stato confermato dalla risposta del Ministero dell'Interno a un'interrogazione dell'onorevole Pittella (20 maggio 1999) e da un'intervista a Paola Carucci, soprintendente dell'Archivio centrale, pubblicata sull'"Avvenire" del 7 aprile 1999.

Biocca e Canali hanno difeso le loro ricerche affermandole poggiate su documenti.Siamo andati a vedere le loro carte all'Archivio centrale e abbiamo scoperto che essi hanno "lavorato" quei documenti, hanno manipolato, inventato, supposto.Non è questa la sede per comprovare la mia affermazione nei dettagli, ma vedrà presto la luce uno studio con la dimostrazione - documenti alla mano - della sua inoppugnabilità. Del resto, già nella conferenza stampa sul caso Silone promossa dalla Fondazione Nenni il 19 marzo 1999, abbiamo richiamato l'attenzione dei numerosi giornalisti presenti su una delle manipolazioni che risulta clamorosamente evidente nel primo lavoro di Dario Biocca, laddove l'autore manipola la lettera del 13 aprile 1930, la interpola e fa ammettere a Silvestri una "lunga e leale collaborazione con la polizia politica".Non solo! Gli fa anche scrivere di averlo fatto non per "assistere il fratello detenuto". Queste due frasi nella lettera - peraltro pubblicata nel saggio - non esistono, sono inventate di sana pianta da Biocca.Il quale ha protestato contro la mia accusa dichiarando che i virgolettati contestati sono stati ricavati da "altri contesti documentari", ma non ha indicato tali contesti né allora né in altra puntata della spy-story.

Restano alcuni interrogativi sulla vicenda ai quali il tipo di materiale conservato dall'Archivio centrale non dà risposta: Silone informò il partito quando cercò di aiutare in qualche modo il fratello in carcere? Che tipo di relazione vi è stata - se vi è stata - tra Silone e il suo conoscente nella polizia? Non si è forse creato una sorta di gioco tra il gatto e il topo, tra il comunista Silone che cercava di avere notizie riservate dal corrispondente e viceversa? Forse ne sapremo di più quando l'Archivio Silone sarà consultabile.

Alcuni giornali, dopo aver accreditato le ricerche di Biocca e Canali, oggi non si occupano più del caso e non intendono quindi riparare il danno fatto.Per altri, come "La Repubblica" e "L'Espresso", Silone rimane una spia. E la parola è negata a chi afferma il contrario sulla base dell'evidenza, dei fatti, delle carte.

Ecco perché penso che il caso Silone investa il modo in cui sono fatti i nostri giornali.

(Per le repliche, le argomentazioni e le analisi documentarie diGiuseppe Tamburrano, cui si rimanda in questo articolo, si vedaSilone, una condanna senza prove, in "Reset", n.55, luglio-agosto 1999, pp. 87-92).


recensioni di Bongiovanni, B. L'Indice del 1999, n. 09

È tempo che il testo ci porti nuovamente in più spirabil aere e ci emancipi dallo sgradevole contesto, vale a dire dalla sorta di archivistico pitigrillismo à rebours, e a puntate, che ha investito Silone. Si è infatti assistito, come accade per i riscatti richiesti in occasione dei sequestri di persona, a un calcolato gioco al rialzo, addobbato peraltro, pensate un po’, in virtù della feticizzazione decontestualizzata delle sempre dubbie fonti di polizia, da "risultato della scienza storiografica". Tutta l’affaire, duole dirlo, è stata del resto frutto del defelicianesimo più corrivo, quello degli anni novanta, mutuato peraltro dai sensazionalistici rotocalchi degli anni cinquanta, quello, tanto per intenderci, della ricerca del pruriginoso e inesistente carteggio tra Churchill e il Duce, estrema Thule "storiografica", stella polare degli adepti più recenti e surrogato non certo nuovo dell’ormai mediaticamente improponibile, nell’età della globalizzazione, "oro di Dongo".

Ed eccolo qui allora il secondo (per il primo cfr. "L’Indice", 1998, n. 9) "Meridiano" di Silone. E subito il lettore, sorretto ancora dalla guida, questa sì filologica, di Bruno Falcetto, s’imbatte nella nota e un tempo assai popolare tetralogia narrativa della seconda parte del secolo: Una manciata di more (1952), Il segreto di Luca (1956), La volpe e le camelie (1960), e L’avventura di un povero cristiano (1968), romanzo-saggio su Celestino V. Non manca un nutrito gruppo di "Scritti sparsi", legati alla dimensione nel dopoguerra sempre "militante" degli interventi di Silone. Non manca inoltre, esaurientemente presentato nella notizia sul testo posta in appendice, l’incompiuto romanzo Severina (1981), pubblicato postumo (Silone, nato con il secolo, morì nel 1978) a cura della moglie Darina. Così come non mancano i soggetti di film. Giganteggia tuttavia, ed è inevitabile che sia così, il capolavoro del dopoguerra, quell’Uscita di sicurezza (versione definitiva 1965, ma con testi del 1942, del 1949, del 1956), che rappresenta la testimonianza socialista antistalinista in grado di completare, e anche di arricchire, il romanzo antifascista Fontamara (1933), l’opera storiografica Der Faschismus (1934) e il dialogo politico La scuola dei dittatori (1938). È un testo che oggi, in tempi assai più miti e pur così pieni di chiasso, appare miracolosamente scritto senza livore e senza risentimento. Costeggiando la storia sul terreno dell’autobiografia con il solo lumicino dell’etica (sciagurato chi lo spegne, sembra insegnarci), poco ci aiuta a capire il bolscevismo dal punto di vista teorico, ma molto ci aiuta a capire le ragioni, osservate con rispetto e con intatta emozione, di chi divenne comunista. E ancor più ci aiuta a capire la psicologia tutta cinismo di chi, accettando o subendo il peggio del Novecento, fece naufragare la speranza socialista nello stalinismo totalitario. Silone, d’altra parte, era rimasto fedele a se stesso. E quando ricordò, appunto in Uscita di sicurezza, che le sue preghiere di collegiale si concludevano con un "Mio Dio, aiutami a vivere senza tradire", a questa lealtà volle alludere. Non ad altro.

(B.B.)


recensioni di Bongiovanni, B. L'Indice del 1999, n. 09

Lo scandalo, certo, fu grande. E non c’era ancora il "mielismo", vale a dire il giornalismo aggressivo promosso da Paolo Mieli sullo stesso terreno culturale e storiografico. Correva comunque l’anno 1766. E Simon-Nicolas-Henri Linguet, destinato a perdere (letteralmente) la testa nel 1794, scrisse l’Histoire des révolutions de l’empire romain, apologia subito ritenuta insolente del principato assolutistico-popolare, del dispotismo riformatore a sfondo sociale e di tutti quegli esecrabili imperatori, qui fu lo scandalo, che la "vulgata antidispotica" aveva fieramente condannato. Per Linguet, uomini come Tiberio e Nerone, non importa se dissoluti o anticristiani, erano stati amici del buon popolo minuto e nemici della rapace oligarchia senatoria, che li aveva contraccambiati calunniandoli. – Ma come?, si disse. – Dove andremo a finire di questo passo? E Tacito? E Svetonio ? E la storiografia "ortodossa"? E il père Montesquieu? Né ai riformatori intrisi di lumi, né ai sostenitori delle prerogative intangibili del potere regio, poteva del resto piacere la riabilitazione di Nerone & Co. La stessa fortuna di Linguet, in seguito a questo coup de théâtre storiografico, subì un duplice e contraddittorio percorso: nel secolo successivo egli infatti venne talora definito un tirannolatra e talora un protosocialista. Nessuno, a Dio piacendo, ebbe a definirlo "revisionista". Ma se l’oggi imperversante parola allora non esisteva, la cosa esisteva già. Eccome, se esisteva. E aveva, come ha, a che fare con L’uso pubblico della storia, titolo fortunato di un volume di saggi curati da Nicola Gallerano (Angeli, Milano 1995, pp. 240, Lit 34.000; sempre di Gallerano, sullo stesso tema, si veda ora anche la raccolta Le verità della storia, Manifestolibri, Roma 1999, pp. 306, Lit 26.000).

"L’Indice" ha comunque già messo in evidenza (cfr. "Babele", 1998, n. 8) che la parola "revisionismo" ha avuto cittadinanza specificamente storiografica, sui giornali, solo a partire dal 1978, anno della pubblicazione, da parte di Furet, del suo gran libro Penser la Révolution française, tradotto l’anno successivo da Laterza con il titolo, distorto dal già rovente dibattito, Critica della rivoluzione francese. Di un percorso in qualche modo esemplare ora sappiamo molto di più grazie a François Furet, Un itinéraire intellectuel (Calmann-Lévy, Paris 1999, pp. 618, FF 180), ricco e affascinante volume che raccoglie gli scritti giornalistici comparsi sul "France-Observateur" e sul "Nouvel Observateur" tra il 1958 e il 1997. Si conferma, come aveva suggerito Franco Venturi, che la storia delle idee politiche è orfana senza la storia politica delle idee, vale a dire senza il contesto (che proprio questi articoli fanno emergere) in cui un tragitto intellettuale e storiografico viene prodotto. La proposta di Furet, costantemente "autorevisionistica", fu del resto debitrice, nello studio della Rivoluzione francese, di volta in volta di Constant, Mme de Staël, Michelet, Talmon, Cobban, Tocqueville, Cochin, Marx, Quinet, tutti maestri nell’affondo "revisionistico" (un modo di essere dell’itinerario interpretativo e non una fatua provocazione), tutti da Furet brillantemente utilizzati nella critica di un’altra vulgata, questa volta "lénino-populiste". In un corpo a corpo con il proprio passato comunista, Furet, che rimase un uomo di sinistra (come i giornali su cui scrisse), arrivò di fatto a una fecondissima afasia davanti al fenomeno rivoluzionario, diventa-to, come poi il comunismo, un’illusione mentale, una ubriacatura parossistica della pubblica opinione, un’allucinazione misteriosamente gravida di rumore e di furore. Un serrato confronto, in nome del conflitto concreto, con le letture cosiddette "revisionistiche" dell’età moderna, creatrici peraltro di ormai ineludibili e paradossalmente efficaci miraggi storiografici (non solo Furet, ma Cobban e gli eredi inglesi di Burke), si può trovare in Francesco Benigno, Specchi della rivoluzione. Conflitto e identità politica nell’Europa moderna (Donzelli, Roma 1999, pp. 302, Lit 38.000).

Va però ribadito che gli unici ad autodefinirsi collettivamente "revisionisti", tanto da pretendere di costituire una scuola, sono i membri della setta "negazionista", vale a dire quanti negano la shoah. Si veda, a riprova di ciò, il fascicolo della rivista neo(nazi)fascista "l’Uomo libero" (41, aprile 1996, pp. 128, Lit 20.000) dedicato a Pluralismo e revisionismo e provvisto di un’eloquentissima, foltissima e certo preziosa Bibliografia revisionista. È pur vero, tuttavia, che anche Ernst Nolte, un filosofo assai più che uno storico, nel primo numero (novembre-dicembre 1997, pp. 172, Lit 20.000) di "Nuova Storia contemporanea", con l’articolo Revisioni storiche e revisionismo storiografico, ha cercato di esibire un metodo, ma è riuscito, partendo da Erodoto, e soffermandosi sul prevedibile Lorenzo Valla, solo a ripetere un’ovvietà nota già a Tucidide: e cioè che il lavoro storiografico ha a che fare con l’analisi critica. Sapevamcelo. Nessuno, d’altra parte, ha "revisionato" se stesso quanto Nolte (caratteristica comune a Furet e a De Felice): partito nel 1963, come poi De Felice, con l’intento sicuramente benemerito di dare sostanza storica compiuta ai fascismi e di individuare "un’epoca" (l’età tra le due guerre) in cui i fascismi avrebbero dispiegato la loro essenza, ha finito, a partire dal 1986, con l’annientare nichilisticamente la realtà dei fascismi e a fare di essi una semplice risposta-imitazione-caricatura particolaristica del primo motore immobile universalistico del secolo, vale a dire della rivoluzione bolscevica. Riproducendo con ciò, ma in partibus infidelium, l’interpretazione marxista-leninista corrente, che fa del fascismo una reazione borghese al bolscevismo. Nolte sembra finalmente essersi accorto della faccenda e ha cercato, purtroppo confusamente, di ampliare e complicare l’asfittico e ultraripetuto quadro interpretativo, peraltro diventato mediaticamente popolare proprio in ragione del suo ipersemplicismo, con I presupposti storici del nazionalsocialismo e la "presa del potere" del gennaio 1933 (trad. dal tedesco di Katia De Gennaro, Marinotti, Milano 1998, pp. 186, Lit 29.000).

Più provocatorio che altro, e tale da coinvolgere solo l’autore, vale a dire senza fortunatamente avere la pretesa di fondare una scuola, è il titolo dell’"instant" di Sergio Romano, Confessioni di un revisionista (Ponte alle Grazie, Firenze 1998, pp. 150, Lit 20.000), risposta affrettata ai critici delle poche paginette scritte un anno fa sulla guerra civile spagnola (cfr. "L’Indice", 1998, n. 8). Romano, beninteso, parte da valutazioni sacrosante (anche sul terreno geopolitico) in merito alla condotta e ai crimini di Stalin in Spagna, ma ignora che il pronunciamento di Franco contro la repubblica fu all’origine di tutto, continua a minimizzare Franco come male necessario e poi, in una deriva rutilante, sposando argomentazioni classiche delle due vere destre (la conservatrice e la radicale), e improvvisando una sorta di catalogo di revisioni urgenti, abbandona il caudillo e percorre di gran carriera le responsabilità dell’America, la decolonizzazione, l’Africa bianca, la politica israeliana. Il guaio è che talvolta, invece di comprendere a fondo il fenomeno "revisionista", si cede alla tentazione "militante" di scendere sul suo stesso terreno e di allestire un contro-catalogo pieno di buone intenzioni, come ha fatto, con un altro "semi-instant", Gianni Rocca (Caro revisionista ti scrivo…, Editori Riuniti, Roma 1998, pp. 184, Lit 20.000). Non è però restaurando virtuose e peraltro improbabili "ortodossie" che si mette in discussione il "revisionismo" tassonomico-mediatico, che di tali "ortodossie", peraltro, golosamente si nutre. Meglio lasciarlo al suo destino, che è quello di riprodursi senza freni, cedendo al gioco al rialzo dello scandalo crescente e infilandosi in un vicolo cieco. Sino all’impossibilità di andare "oltre" e al silenzio. Il che, in questo 1999, sta già avvenendo. Più insidioso, e più ambiguo, è il tentativo compiuto da Domenico Losurdo (Il peccato originale del Novecento, Laterza, Roma-Bari 1999, pp. 86, Lit 9.000) di porsi e proporsi come una sorta di "Nolte di sinistra", ciò che gli ha procurato un meritato elogio, di Alberto Indelicato, ancora su "Nuova Storia contemporanea" (n. 5, settembre-ottobre 1998), rivista che ospita, tra non poche cose assai interessanti, anche la right wing dell’epigonismo defeliciano, unitasi in Fronte Popolare con i residui del nostalgismo tardostaliniano nella deprimente denigrazione "documentaria" di Silone. Ma torniamo al filosofo Losurdo, che accetta, nella ricerca di una Schuldfrage storiografica, il paradigma genealogistico di Nolte e arretra tuttavia nel tempo sino al colonialismo, fonte di tutti i mali successivi, e sostituto, nella spiegazione monocausale, del bolscevismo noltiano. L’Est europeo, con i suoi Ostjuden, è così stato il Far West del Terzo Reich. Sorge imperiosa una domanda. E gli ebrei francesi assassinati? E gli ebrei italiani? Al di là del ridimensionamento "storico" di nazismo (Nolte) e stalinismo (Losurdo), è questo un procedimento, elaborato in primis dai controrivoluzionari post-1789 ("la colpa è di Voltaire, la colpa è di Rousseau"), che può non avere mai fine. Si può sempre trovare un mascalzone più mascalzone nel passato prossimo e remoto. È un gioco facilissimo. È allora urgente ripristinare la vocazione nobilmente storiografica, e anche filosofica, a non volgere le spalle alla complessità polimorfa degli eventi storici. È quel che ha fatto, a proposito del fenomeno comunista, un antistalinista "classico" come Claude Lefort in un libro concettualmente straordinario, La complication. Retour sur le communisme (Fayard, Paris 1999, pp. 258, FF 125). Ed è così che si affrontano quelli che Aldo Schiavone, ponendo un problema e non risolvendolo, ha definito I conti del comunismo (Einaudi, Torino 1999, pp. 104, Lit 16.000). Risulta altresì urgente ripristinare il primato del Verstehen (comprendere), come sosteneva Dilthey, e abbandonare la smania spettacolaristica di fare della storiografia unicamente un appagante processo inquisitoriale e giudiziario. È quel che ha compreso, in un saggio che va nella giusta direzione, e che non nega (ci mancherebbe!) la necessità del giudizio, Daniel Bensaïd, Qui est le juge? Pour en finir avec le tribunal de l’Histoire (Fayard, Paris 1999, pp. 264, FF 120).

Come Marx fu altra cosa dal "marxismo", così Paolo Mieli, che ama esibire il proprio giovanile pedigree rivoluzionario, è altra cosa dal "mielismo", una cui scheggia impazzita, sul "Corriere della Sera" di più di un anno fa, in prima pagina, aveva serissimamente deprecato che nel cartone animato Anastasia troppo poco si vedessero gli orrori del bolscevismo. Abbiamo invano atteso una contestazione del cripto-robespierrismo di Dumbo. La raccolta di articoli su questioni e libri di storia, tutti già comparsi su "La Stampa", di Paolo Mieli (Le storie. La storia, Rizzoli, Milano 1999, pp. 370, Lit 32.000), è comunque davvero un bel libro, scritto con eleganza e tutto di gustosa lettura. I testi sono tuttavia raccolti in una successione che accompagna i periodi storici (da Alcibiade al bipolarismo mancato). Non si segue cioè l’ordine con cui i lettori della "Stampa" li hanno letti. In questo secondo caso si sarebbe vista una progressiva crescente cautela nel maneggiare il discorso "revisionistico", la cui autodistruttiva dinamica autoreferenziale Mieli, gran signore dei mezzi di comunicazione, deve, a differenza di Romano, avere pur colto. Prevale invece un sempre attraente e reciproco rispecchiarsi di passato e presente, tanto che, in un passo sulla corruzione politica di Crasso, il lettore, omofonia aiutando, non può non pensare a Craxi. Nell’introduzione si ritorna in verità, ma non si ha più voglia di ribattere, sul liturgico tormentone del "moderno linciaggio" subito da De Felice e addirittura da Romeo, indubbiamente due veri grandi maestri, di cui però non si nota che, se si vuol proprio utilizzare la giornalistica dicotomia, l’uno fu percepito dai media come campione di "revisionismo" (De Felice) e l’altro di "ortodossia" liberal-crociana restaurata (Romeo), laddove "revisionisti", sul Risorgimento, erano piuttosto stati gli Oriani, i Gobetti, i Gramsci, ma anche i Volpe, e i loro seguaci. A questo proposito si veda il saggio, come sempre molto intelligente, di Luciano Cafagna, Cavour (il Mulino, Bologna 1999, pp. 248, Lit 24.000). È un esempio – restiamo ancora al gioco – di "ortodossia realistica", il che comporta l’accettazione piena del Risorgimento realmente esistito con gli inevitabili corollari, non poi così negativi, dei connubi e dei trasformismi. E se la Resistenza continua ad attrarre ricerche e riflessioni che risentono dell’ondata "revisionistica" – si vedano, diversissimi tra di loro, Gianni Oliva, La resa dei conti (Mondadori, Milano 1999, pp. 216, Lit 32.000) e, con lo strillato sottotitolo "al di là delle verità ufficiali", Romolo Gobbi, Una revisione della Resistenza (Bompiani, Milano 1999, pp. 142, Lit 11.500) –, è invece proprio la bella collana del Mulino su "L’Identità italiana", curata da Galli della Loggia (si veda ora il godibilissimo Enrico Menduni, L’autostrada del sole, il Mulino, Bologna 1999, pp. 138, Lit 18.000), che, revisionando felicemente in libris ipsis le (superate?) tesi del curatore sulla morte della patria, ripropone un’"ortodossia" capillare e diffusa. Revisioni, autorevisioni, controrevisioni. E la storia, un po’ ammaccata, va.