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Anno edizione: 2017
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Indice
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Il Grande Scrittore Norvegese dovrebbe sforzarsi un po' di più, anche se qui si vede che le ambizioni sono notevoli. Un personaggio con velleità esistenzialiste, ma sostanzialmente un uomo freddo, che compie scelte non esaurientemente motivate (abbandonare la moglie e il figlio per seguire una donna che manco si ama veramente), che si trascina in una vita arida, ravvivata solo da una buona amicizia, che faticosamente tenta di comprendere il figlio quando si ripresenta nel suo orizzonte senza riuscirci e che compie, alla conclusione, una scelta totalmente assurda , per nulla motivata in modo convincente. La sensazione che lo scrittore metta insieme tanti pezzi di una vita che si compie senza che si capisca quasi nulla del personaggio principale, che doveva essere sviscerato con più profondità. Lo stile secco, talvolta efficace, non basta ad armonizzare questa vicenda esistenziale immersa in un enigma senza soluzione.
Romanzo elegante ed esistenziale. Quando la vita si appiattisce non resta che recitare una parte più impegnativa.
Bellissimo, asciutto, nero, ironico. Non sai mai dove andrà a parare: sempre spiazzante e sempre geniale. Dag Sostad racconta la vita, quella vera, e inventa paradossi per smascherare le crisi esistenziali del nostro tempo.
Recensioni
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Due romanzi di Dag Solstad
Il narratore di «Romanzo 11, libro 18» (titolo che scandisce l’ordine del libro nella produzione complessiva, all’epoca, di Solstad) riferisce di quando Bjørn Hansen, il personaggio principale, «ammise all’improvviso che quasi tutte le letture che gli piacevano erano libri impietosi, che mostravano come la vita fosse impossibile e contenevano un umorismo nero e amaro» (cito nella traduzione di Maria Valeria D’Avino). Dag Solstad è uno scrittore importante e molto nero: la Paris Review l’ha paragonato a Günther Grass e Philip Roth, e la citazione potrebbe essere una descrizione soddisfacente dei suoi libri, o almeno di quelli che ho letto. Norvegese, nato nel 1941, considerato tra i maggiori narratori scandinavi viventi, bastano poche pagine di un suo romanzo per riconoscere da subito il timbro e il ritmo di una scrittura che impone senza ostentazione la propria inconfondibile originalità: amarezza e umorismo, appunto, e un torpido, attonito e ostinato incaponirsi a registrare il grottesco andare a vuoto della vita e dei rapporti umani, con quel surplus di nordica e anaffettiva introversione che aggrava e stranisce. Bjørn Hansen è un funzionario pubblico norvegese che si diletta di teatro e improvvisamente si trova ad affrontare la coabitazione con il figlio avuto da un precedente matrimonio e abbandonato in giovanissima età. Nel frattempo intraprende la progettazione di un misterioso «piano». Terrorizzato dal rischio di «morire senza una parola da dire, nemmeno a se stesso», ossessionato dal proprio fallimento esistenziale, Hansen immagina questa impresa come la realizzazione simbolica del suo «grande No». Mentre cerchiamo di capire in cosa consista tutto ciò, assistiamo ai difficili contatti tra padre e figlio. Ottusamente chiuso in sè stesso e nelle sue algide cogitazioni (è tecnicamente perfetto - oltre che un marchio di stile nettissimo- il modo in cui il narratore, attraverso focalizzazioni alternate e lunghe frasi ripetitive e piene di subordinate, entra ed esce dalla testa di Hansen), vede il figlio come un rappresentante piuttosto anonimo di una generica «indolente e fanfarona» gioventù. Quello di un’interruzione generazionale è un tema ricorrente in Solstad e al centro di un altro splendido romanzo (come tutti pubblicato da Iperborea) intitolato «Timidezza e dignità», molto vicino a «Romanzo 11, libro 18». Qui (ne approfitto per allacciarmi ad altre pagine di linus di questo mese) un professore di liceo crolla miseramente di fronte a una classe di maturandi sonnolenti per nulla interessati alle sue intuizioni critico-letterarie. In entrambi i romanzi il gap generazionale è inserito nel quadro del discrimine epocale rappresentato dalla fine dell’ideologia marxista-leninista cui i personaggi in questione - come l’autore - hanno affidato buona parte della propria visione del mondo. Al capitalismo trionfante risponde la psicologia novecentesca dei dignitosi e goffi personaggi solstadiani: splendidi inetti depotenziati della carica rivoluzionaria che simili figure contenevano nel romanzo del primo novecento (cui Solstad si riferisce spesso), drammatici e involontariamente comici, isolati e votati allo scacco, mentre intorno sembrano tutti darsi da fare a rubare loro il mondo, avanzando di buona lena verso un futuro inspiegabile e spensierato. Calarsi nei loro panni è un’esperienza avvincente e inquietante: vuoi per la straordinaria e acutissima neutralità attraverso cui il narratore ci consente d’immedesimarci, vuoi perché, per quanto assurdi e malsani, hanno le loro oscure ragioni, non possiamo impedirci di provare nei loro confronti una strana, vischiosa, simpatia.
Recensione di Mazza Galanti
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