Collana: La memoria
Edizione: 3
Anno edizione: 2000
Pagine: 184 p.
  • EAN: 9788838915581

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    Andrea

    08/02/2007 17:43:10

    Questo libro è un capolavoro, romanzo sopraffino e saggio storico-politico attento. è un peccato che non si trovi in tutte le librerie, e che non se ne serbi costante memoria. La storia di Rocchi non ha tempo, e parla a tutti; i capitoli centrali sono una ricostruzione importante di microstorie del nostro paese. Da regalare, consigliare, leggere, rileggere.

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recensioni di Mastropaolo, A. L'Indice del 2000, n. 06

L'orgoglioso galeone della sinistra d'antan s'è inabissato da un pezzo. Di tanto in tanto, tuttavia, giusto per preservarne il ricordo, il mare ne restituisce qualcosa. Stavolta è un prezioso manoscritto, vent'anni or sono letto solo da qualche amico dell'autrice, e che la pietas filiale ha voluto dare oggi alle stampe. Con un titolo che già la dice lunga. Romanzo civile: ossia testimonianza di civismo, d'un sentimento sovente invocato come panacea di molti mali che affliggono questi tempi, ma che in realtà nessuno sa cosa sia, se non la pretesa di curare il disperato individualismo postmoderno persuadendo gli individui, sempre più ripiegati su se stessi, a una qualche disciplina collettiva in nome di chissà quali interessi comuni.
Al contrario, questo libro, che giunge, varrà ricordarlo, dal Mezzogiorno d'Italia, il civismo l'addita nella concretezza di vincoli solidali che in nessun modo oscurano le differenze, che magari le esasperano fino al conflitto, ma che presuppongono sopra ogni cosa senso individuale di responsabilità, nutrito magari da valori diversi, ma reale, per quanto accade ai propri simili. Civico è colui che per tutti rivendica la medesima dignità che vorrebbe riconosciuta a se stesso e nella sfera pubblica si adopera perché questo avvenga.
A dar concretezza ai legami civici di cui parla questo libro è il loro dispiegarsi per cerchi concentrici. Dapprima il primo cerchio degli affetti familiari, poi quello delle amicizie, infine la militanza politica. Nessun cerchio vive senza l'altro. Ma reciprocamente si presuppongono. E si alimentano. Quando a uno capita d'isterilirsi, gli altri si rafforzano e lo surrogano. Dandogli tempo di rifiorire.
Nel dopoguerra la Sicilia è stata bruscamente trascinata nel gorgo della modernità: non sempre povera sul piano materiale, né su quello morale, ma miserabile spesso, quando non mostruosa, impastata di speculazione edilizia, scempio del territorio, burocrazie indolenti e pletoriche, brutte storie di malaffare, contaminazioni atroci con la mafia. Rispetto a questa storia, tre atteggiamenti erano possibili per chi la viveva dai piani alti della borghesia intellettuale e professionale o dell'aristocrazia ormai decaduta. Il disincantato e sdegnoso distacco del principe di Lampedusa, narrati in un fascinoso romanzo, che ha però il torto d'aver fabbricato lo stereotipo secondo cui nulla possa cambiare nelle cose siciliane, né in quelle umane. La compromissione di chi ha preferito convivere, con vantaggio, coi nuovi ceti affaristico-malavitosi. E la resistenza, morale, intellettuale, politica, di chi ha ritenuto che a questo destino ci si potesse sottrarre, anzitutto col riscatto delle classi deboli, dei contadini, del proletariato di città.
Giuliana Saladino ha vissuto questa vita. E con sobrietà la racconta. Traendo spunto dagli ultimi, penosi mesi di vita dell'amico Rocchi, che in questa vita l'aveva accompagnata. "All'indomani della seconda guerra mondiale, provenendo da famiglie diverse, urbane o paesane, borghesi benestanti e timorate, educati dai gesuiti del Gonzaga o da professori fascisti nei licei o anche solo da bambinaie balorde", una piccola pattuglia di resistenti aveva fatto la sua scelta: "ciascuno con un suo cammino individuale e di letture quasi identico, in un'unica direzione, al passo con la storia, buttando all'aria allegramente e senza risparmio ogni patrimonio inculcato, dilapidando dissacrando e scoprendo, confluendo nel Pci, reinventando tutto, a cominciare da noi stessi (...) rompendo (...) con i mostri sacri, con Dio Patria e Famiglia, col perbenismo e con la classe, (...) esultanti di stare schierati col nemico (...): pochi operai e tanti contadini all'assalto dei loro diritti".
In poche righe il senso del libro. Scritto sì sotto il fardello della morte prematura di un compagno di strada, per rivivere un'avventura non sempre lieta, ma non tanto per narrarla, se non per squarci, quanto per provarsi a intenderla. Giuliana Saladino scruta dentro di sé e i suoi compagni. Non che dubiti di ciò che ha fatto, ché lo rifarebbe senza esitazioni. Ma vuol capire perché tanto entusiasmo, passione, tensione morale, ma anche tantissime difficoltà, seppur bilanciate da amicizie e affetti, abbiano partorito risultati a prima vista così miseri sul piano pubblico.
C'è da dire che questa è solo una conclusione provvisoria. Già, perché il libro è stato scritto, e tumulato in un cassetto, in una stagione di torpido ristagno, quando pareva che non vi fossero più prospettive. Invece subito dopo in Sicilia s'è aperta un'altra stagione, orribile per i crimini che l'hanno scandita, ma esaltante per i fermenti e la voglia di riscatto che l'hanno segnata: fermenti che non scaturivano solo dal sangue dei Chinnici, Costa, Cassarà, Falcone, Borsellino e molti altri ancora, ma anche dall'ostinazione d'una generazione di militanti, alla lunga sopraffatti da burocrati e carrieristi, che non hanno goduto dei munifici premi toccati più tardi a tanti militanti settantottardi, eppure rimasti sulla breccia. Nel caso di Giuliana, e di suo marito (sul quale si veda il bel libro di Michele Perriera, Marcello Cimino: vita e morte di un comunista soave, sempre pubblicato da Sellerio, nel 1990) dalle colonne di quella vigorosa tribuna di giornalismo civile, e di resistenza, che fu il giornale "L'Ora".
È così che negli anni ottanta, dopo aver scritto questo libro, Giuliana Saladino, che aveva ormai lasciato anche il giornalismo attivo, è tornata a manifesta-
re pubblicamente il suo impegno civile: ha concorso ad animare il movimento antimafia, ha disteso lenzuola alle sue finestre e s'è finanche avventurata - vincendo un riserbo sedimentato e tenace - ad accettare l'incarico di assessore alla cultura nella prima giunta Orlando. Incarico tosto abbandonato, non appena Orlando avviò quel-
la manovra di ripiegamento moderato che avrebbe sancito la fine della "primavera palermitana", ridotta a amministrazione, non cattiva in verità, e che comunque si lasciava forse alle spalle una società almeno d'un pizzico più matura di quella che la primavera aveva risvegliata.
Era davvero un piacere incontrarla in quei mesi, quando, senza macchina blu, jeans di velluto e pullover, se ne andava in ufficio al mattino, o ne tornava, entusiasta, stranita e divertita a un tempo, all'idea di trovarsi "al governo", in una condizione che mai avrebbe immaginato di vivere. Convinta della possibilità di convogliare a servizio del bene comune le potenzialità intellettuali d'una città ribellatasi alla mafia. Poi, senza una parola di dispetto, quando il vento cambiò, decise di tornare ai suoi libri, alle sue figlie, ai nipoti. Che l'hanno occupata fino al giorno in cui se n'è andata.
Centocinquanta pagine di scabra scrittura, malinconiche e struggenti, ma animate da un filo sottile d'ironia, preziose per rivisitare l'ultimo mezzo secolo di storia siciliana, e di storia patria, di cui la prima è stata insieme metafora e distillato.
Le contraddizioni Saladino non le nega. Le confessa. Nel romanzo civile convissuto da una pattuglia d'amici e militanti che inizia con le lotte per la terra, con la strage di Portella della Ginestra, con una dichiarazione d'amore pronunciata ai funerali delle vittime della strage, coi mesi di carcere dell'amico Rocchi, allora giovanissimo dirigente contadino. Che prosegue con quattro anni ad Agrigento, terra di missione, tra mafia e braccianti poverissimi, appresso a un marito che ha buttato a mare una possibile carriera accademica per fare il segretario provinciale del Pci. Ancora: il mito dell'Urss, le campagne per la pace, l'ardua disciplina di partito, i dubbi infiniti sulle alleanze, sulla linea politica, ma anche sul proprio faticoso destino personale, tra "assemblee di tanfo inconfondibile" e desolate vite di donne, oppresse dagli oppressi, padri, fratelli, mariti.
E poi. Il ritorno a Palermo. La nuova militanza tra le donne di città. Il giornalismo di denuncia. Altre pagine, sempre intrecciate con un fecondissimo privato. Perfino un'antica casa avita, convenientemente délabrée, in un centro storico fatiscente, sporco, e nient'affatto pittoresco. Popolata da tutta la famiglia allargata e mai abbandonata per un più confortevole appartamento, con le serrande al posto delle persiane sconnesse, coronato da un attico anziché da un tetto di tegole, nella città nuova della speculazione edilizia e mafiosa.
Vengono alfine le pagine, assai pudiche, della delusione politica. Del "grande e glorioso" partito che si contamina coi circuiti del potere, che abdica alla sua diversità. Quelle sul '68: allorché padri e figli parlavano lingue diverse. Quelle sui nuovi ricchi e gli ex-poveri, scesi in città dai paesi. Magari figli dei contadini di allora, ora impiegati in Regione. E infine, la pagina dell'estremo dolore privato. La morte dell'amico. Che ispira il romanzo, grava sulle sue pagine e le suggella. Salvo che al fine di così tortuoso itinerario si salva "una vecchia signora invulnerabile", che delusioni pubbliche e dolori privati avrebbero potuto sopraffare, ma che hanno invece temprato, dopo tutto insegnandole a vivere.

C'era a Palermo - come probabilmente in ogni altra grande città - una generazione di intellettuali instancabili e amici di ogni ora; di aristocratici per vocazione e indole - quando non per nascita -; di militanti di sinistra estrema rapiti da eleganze spartane; di provinciali abituati a guardare più lontano; di moralisti dalle idee e i costumi liberi anche se di giudizio severo e a volte non privo di una candida doppiezza. Donne e uomini dalle molte virtù, graziati dalla storia a non dover esercitare i loro difetti. La loro biografia è, per verso o per converso, la biografia dell'Italia del dopoguerra. E questo libro scritto da una di loro - giornalista famosa di un giornalismo di inchiesta dalla tempra antica e piacevolissima scrittrice di cose civili - vuol fermarne il ricordo sull'orlo di un oblio inspiegabilmente rapido. Narra di un giornalista ed editore, sullo sfondo del suo gruppo di amici e compagni, chiamato da una scelta tragica a ritessere, nel tempo brevissimo che gli resta, i fili della sua vita e dei suoi ricordi in una trama capace di difendere le fragili ragioni della vita contro l'irrazionale e l'orribile. Ed è un vivido, corale e commovente racconto morale.