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Luis Sepúlveda

Traduttore: I. Carmignani
Editore: Guanda
Anno edizione: 2016
Formato: Tascabile
Pagine: 172 p. , Brossura
  • EAN: 9788823514560
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«Un grande narratore.» - Tuttolibri-La Stampa

«Eccole. Sono le rose del deserto, le rose di Atacama. Le piante sono sempre lì, sotto la terra salata. Le hanno viste gli antichi indios atacama, e poi gli inca, i conquistatori spagnoli, i soldati della guerra del Pacifico, gli operai del salnitro. Sono sempre lì e fioriscono una volta all'anno.»

Chi sono gli eroi? Chi gli uomini straordinari che i testi scolastici ricordano? Ampie monografie ne parlano, tutti li ammirano e li erigono a modelli. Luis Sepúlveda ci racconta invece la storia di altri uomini: nomi sconosciuti, figure marginali e quasi sempre perdenti, ma con una vita illuminata (o straziata) da un gesto di coraggio straordinario, dalla coerenza e dall'orgoglio con cui hanno affrontato, cercando di opporsi al potere, l'arbitrio e l'ingiustizia. Queste figure vivono e hanno vissuto in varie parti del mondo, luoghi geograficamente lontani (che l'autore ha attraversato nel suo girovagare da esule), ma espressione della violenza da una parte, e del coraggio dall'altra.

Il titolo italiano dato a questa raccolta di storie è anche quello di un capitolo: le rose che arrossano la magica desolazione salmastra del deserto di Atacama sbocciano per un solo giorno, ma la loro bellezza è tale da renderle estremamente preziose, da spingere gli uomini ad attenderne per giorni la fioritura. Nello stesso modo le vite degli uomini e delle donne di cui Sepúlveda parla hanno illuminato per un momento il mondo con la luce delle loro azioni, ma la loro fiaccola non sempre è stata raccolta da altri.

Ci si può sentire fratelli dell'uomo che vive in perfetta armonia con la natura nella selva amazzonica, capace di dividere quel poco che ha con il primo viandante. Con il giovane rifugiato politico che, fuggito dal suo paese, cerca di costruire insieme ad alcuni amici un modello di vita collettiva alternativa, nell'inospitale Patagonia, e che osa sfidare il liberismo imperante (figlio delle dittature cilene e argentine) che sta distruggendo le secolari foreste patagoniche per inviare in Giappone il legno ridotto a segatura. Dall'azione di quel ragazzo, Lucas, è nato il "Progetto Lemu" a difesa della "splendida linea verde accanto alla cordigliera delle Ande australi": forse nessuno ricorderà quel nome, ma l'intera umanità gli deve molto.

E chi conosce il professor Gálvez fuggito ad Amburgo per salvarsi da Pinochet, tenendosi nel cuore l'amore per quella lingua, lo spagnolo, insegnata a generazioni di bambini? E dopo anni, ancora lontano dal Cile e ormai vicino alla morte, parla del sogno di una notte: stava insegnando ai bambini i verbi regolari e al suo risveglio si era trovato le dita "tutte sporche di gesso".

Fratello è anche Vidal, un sindacalista dell'Ecuador, che tiene un'immagine sempre con sé, la fotografia di Greta Garbo, vera reliquia laica, pestato a sangue dai latifondisti per la sua tenace azione contro lo sfruttamento dei contadini. A lui ben può riferirsi la frase di Brecht: "Ci sono uomini che lottano tutta la vita: è di loro che non si può fare a meno". Ma Sepúlveda ricorda anche i tanti che, nella bellissima Toscana, rischiano ogni giorno la vita (e in tanti muoiono), per pochi soldi, senza nessuna forma di sicurezza, facendo i cavatori: "A me non importa decisamente nulla degli eroi vittoriosi. A me non importa decisamente nulla degli eroi di marmo. Ma mi importa dei cavatori, appesi ad altezze da incubo, schiacciati dal peso, a volte infame, dell'arte".

Ed erano fratelli gli uomini e le donne che, diversi per etnia, popolavano in pace il piccolo paradiso di Lussinpiccolo, "una macchia ocra nel mare Adriatico, davanti alla costa di un paese che un tempo si chiamava Jugoslavia". Erano sloveni, croati, serbi, bosniaci e molti di loro non sono riusciti neppure a capire come sia potuto succedere quello che è poi successo, non hanno capito l'odio etnico, così abilmente manipolato da "imbroglioni e falsi profeti" che ha provocato tanta morte e distruzione.

Tra le ultime, emblematiche figure citate nel libro, è giusto ricordare Jan Palach, torcia umana in difesa della libertà, solitario testimone del coraggio che si oppone all'arbitrio, e una sua poesia, sconosciuta ai più:

Io oso perché
tu osi perché
lui osa perché
noi osiamo perché
voi osate perché
loro non osano.

A cura di Wuz.it


Le prime pagine

Storie marginali

Un paio di anni fa visitai il campo di concentramento di Bergen Belsen, in Germania. In mezzo a un silenzio atroce, feci il giro delle fosse comuni in cui giacciono migliaia di vittime dell'orrore nazista, chiedendomi dove fossero i resti di una certa bambina che ci ha lasciato la più commovente testimonianza di quella barbarie e la certezza che la parola scritta è il più grande e invulnerabile dei rifugi, perché le sue pietre sono unite dalla malta della memoria. Cercai ovunque, ma invano: non trovai alcun indizio che mi portasse ad Anna Frank. Alla morte fisica, i boia avevano aggiunto la seconda morte dell'oblio e dell'anonimato. "Un morto è uno scandalo, mille morti sono una statistica" affermava Goebbels, e questo è quanto hanno sempre detto e continuano a ripetere i militari cileni e argentini e i loro complici mascherati da democratici. Questo è quanto hanno detto e continuano a ripetere i Milo_evi_, i Mladi_ e i loro complici mascherati da negoziatori di pace. Questo è quanto ci viene continuamente sputato in faccia dai massacratori dell'Algeria, così vicina all'Europa. Bergen Belsen non è certo un posto da passeggiate, perché il peso dell'infamia opprime, e all'angoscia del "cosa posso fare io perché tutto questo non si ripeta mai più?" subentra il desiderio di conoscere e narrare la storia di ciascuna delle vittime, di aggrapparsi alla parola come unico scongiuro contro l'oblio, di dare nome e voce alle vicende gloriose o insignificanti dei nostri genitori, dei nostri amori, dei nostri figli, dei nostri vicini e dei nostri amici, di trasformare la vita in una vera e propria forma di resistenza contro l'oblio, perché, come ha detto il poeta Guimarâes Rosa, narrare è resistere.
In un angolo del campo di concentramento, a un passo da dove si innalzavano gli infami forni crematori, nella ruvida superficie di una pietra, qualcuno, chi?, aveva inciso con l'aiuto di un coltello forse, o di un chiodo, la più drammatica delle proteste: "Io sono stato qui e nessuno racconterà la mia storia".
Ho visto le opere di molti pittori, ma scusate, a parte Il grido di Munch, ancora non conosco il brivido d'emozione che può provocare un dipinto. Ho anche osservato innumerevoli sculture e solo in quelle di Agustín Ibarrola ho trovato passione e tenerezza espresse in un linguaggio che le parole non raggiungeranno mai. Credo di aver letto un migliaio di libri, ma mai un testo che mi sia parso così duro, così enigmatico, così bello e al tempo stesso così straziante come quello inciso nella pietra.
"Io sono stato qui e nessuno racconterà la mia storia" aveva scritto una donna, forse, o un uomo. E quando? Pensava alla sua saga personale, unica e irripetibile, o l'aveva fatto in nome di tutti coloro che non vengono mai citati nei notiziari, che non hanno biografie, ma solo un labile passaggio per le strade della vita?
Non so quanto tempo rimasi davanti a quella pietra, ma man mano che scendeva la sera vidi che altre mani passavano sull'iscrizione per impedire che fosse ricoperta dalla polvere dell'oblio. Erano quelle di un tedesco, Fritz Niemand, Federico Nessuno, che sopravvissuto all'orrore nazista gira cieco la Germania cercando le voci dei carnefici. Di un argentino, Lucas, che stufo di discorsi ipocriti decise di salvare i boschi della Patagonia andina con il solo aiuto delle sue mani. Di un cileno, il professor Gálvez, che in un esilio mai capito sognava la sua vecchia aula scolastica e si svegliava con le dita sporche di gesso. Di un ecuadoriano, Vidal, che sopportava i pestaggi dei latifondisti raccomandandosi a Greta Garbo. Di un italiano, Giuseppe, che era giunto in Cile per errore, aveva trovato i suoi migliori amici per errore, era stato felice a causa di un altro enorme errore e rivendicava il diritto di sbagliarsi. Di un bengalese, Simpah, che ama le navi e le porta alla demolizione ricordando loro le bellezze dei mari che hanno solcato. E del mio amico Fredy Taberna, che affrontò i suoi assassini cantando...
Tutti loro, e molti altri, erano lì a togliere la polvere dalle parole incise nella pietra e io capii che dovevo raccontare le loro storie.

Recensioni dei clienti

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    Aldo Boggetti

    05/12/2013 15.11.27

    Un libro intensissimo e commovente. Anzi, per la precisione più che un libro, ovviamente un'antologia di racconti brevi. Antologia che, con lo stile stringato, pratico ma anche sognatore e ideologico oltre che a volte malinconico dell'autore, riesce a tenerti coinvolto molto più che in altre storie perchè i racconti prendono spunto da spaccati e spicchi di vita reale, intensa, disperata e trascinata a volte assieme al senso dell'ineluttabile destino tipico degli sconosciuti. Capace come pochi di raccontare le pietose, misere ma anche potenti e coraggiose storie di gente che, in fondo, di storia non ne ha, non l'ha mai avuta e mai l'avrà, se non nel senso di riscatto personale, di amor proprio, di onore. Lo stesso titolo non è casuale. Così come le rose del deserto fioriscono solo un giorno all'anno, ai personaggi dei vari racconti il destino pare concedere una sola possibilità di riscatto nella vita. Verso gli altri o personale o entrambe le cose ha poca importanza. I personaggi descritti hanno una sola possibilità, ed anche se non riescono a riscattarsi di fronte agli altri, l'emancipazione dalla dannazione di vivere avviene dentro sé stessi. Non si discosta dalle altre opere che ho letto di Sepulveda (quasi tutte, devo dire...) e che costituiscono, assime a quelle di Isabel Allende, Garcia Marquez, Coloane, Vargas Llosa e altri sudamericani, quella categoria di scrittori che, nel loro raccontare storie con il tipico stile assolutamente privo di retorica, più mi hanno appassionato.

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    annalisa

    25/09/2012 14.29.21

    meraviglioso. poesia allo stato puro...

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    Simone

    07/12/2008 16.14.18

    Molto bello; prendendo spunto da figure apparentemente secondarie, Sepulveda traccia la loro importanza raccontandone le storie, o semplicemente episodi che le abbiano viste coinvolte. Così, pare dirci l'autore, si capiscono i veri valori e la vera grandezza umana, che esulano spesso dal ceto sociale,dalla razza,dall'età. Un libro per riflettere, oltre che per trascorrere ore di piacevole lettura.

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    Simona

    26/04/2006 09.53.55

    Mi è piaciuto moltissimo, e lo sto leggendo, a distanza di qualche mese, per la seconda volta.. c'è dentro la speranza, l'amore, la passione, la magia della semplicità, la marginalità che è tale solo apparentemente.. e molto altro che è difficile descrivere con le parole, solo Sepulveda riesce a farlo.. il racconto del gatto mi rimarrà per sempre nel cuore, ogni volta che lo leggo mi vengono le lacrime agli occhi.. è strano come le parole possano suscitare emozioni così forti.

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    Alessandro da Firenze

    26/10/2005 16.36.05

    E' un libro non solo da leggere, ma soprattutto da assaporare, da gustare in tutte le sue parti. E' un libro che fa respirare la vita, che descrive la vita che respira...

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    Fiammetta

    23/06/2005 20.21.58

    da leggere!.. è un libro che ricorda l'importanza e la magia dell'essere umano..fa venire voglia di incontri e viaggi!

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    anna

    04/01/2005 19.16.31

    questo libro è fantastico. Anche se storie diverse sono tutte magiche e ognuna ha qualcosa che ti lascia a bocca aperta!!! Ottimo!!!

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    Spike

    27/12/2004 21.17.38

    Non ho mai letto un libro più noioso e dispersivo di questo..molto meglio la gabbianella e il gatto

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    Carla

    06/09/2004 17.37.25

    Molto bello. Riesci a vivere tante sfumature della vita. Chi può dire poi, dove è la strada migliore? Quella che ognuno a dentro di se. Va letto.

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    Valentina'80

    31/08/2004 07.32.16

    Alcune di queste storie riescono a entrarti nel cuore! Ti abbracciano lo stomaco per arrivare a darti una sensazione di dolce malinconia!

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    lorenzon

    17/07/2004 12.00.41

    Ottimo libro la speranza è l'ultima a morire e questo libro ti spinge a sperare

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    Laura

    31/03/2004 19.24.52

    A chi desideri sapere se le rose fioriscono nel deserto di Atacama posso dire di no, non le rose ma si tantissimi fiori e per questo bastano poche goccie di pioggia e nei mesi di primavera abbiamo il deserto fiorito, bello molto bello, direi unico. Ciao Laura

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    Barbara

    02/09/2003 10.44.57

    Meraviglioso nella sua semplicità

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    fabio

    15/01/2003 23.59.55

    Splendido!Le storie sono un susseguirsi di emozioni dove anche i racconti piu semplici rimangono impressi nella memoria

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    Fabrizio

    11/11/2002 21.28.33

    E' un libro bellissimo, e me lo sono letto nell'atmosfera "giusta", mentre ero in treno e stavo tornando a casa. Mi ha fatto capire quanto sia bella l'attesa e il viaggio in sé. Il treno era molto in ritardo e c'era chi era arrabbiato...io ero contento, perché così, in sei ore, me lo sono potuto leggere tutto. Bellissimo davvero. Leggetelo!!

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    Carmelo Ficarra

    13/08/2002 01.38.47

    Mi ci sono immerso durante il mio pendolare verso l'università di Messina. Ho letto molti scritti di autori famosi e non, ma Sepùlveda è davvero immenso, ti tocca nel profondo con parole semplici. Le pagine scorrevano più rapide del treno in corsa! MELO

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    Francesco T.

    22/07/2002 13.20.53

    Non è un libro scritto da Sepùlveda, è Sepulveda. Meraviglioso come sempre

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    Francesco

    10/05/2002 11.07.14

    Sempre piu' artificioso nell'invenzione, sempre piu' banale nello stile. Best-seller, ovviamente.

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    Cristina

    28/11/2001 08.52.29

    In genere non amo molto i libri a racconti ma questo mi è piaciuto molto. L'ho letto già da qualche tempo, ma ricordo ancora bene l'emozione che mi ha dato.

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    Paola

    24/10/2001 16.48.10

    Tutti i racconti del libro sono intensi, ma uno su tutti, a parer mio, è eccezionale: "Rosella la più bella" è di una tenerezza incredibile. Perchè non c'è più la Trattoria del Mercato! Rosella dove sei? Non ti ho mai conosciuta di persona, ma, attraverso il racconto di Sepulveda resterai per sempre nel mio cuore!

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