Il Sabba. Ricordi di una giovinezza burrascosa

Maurice Sachs

Editore: Adelphi
Anno edizione: 2011
In commercio dal: 26 ottobre 2011
Pagine: 332 p., Brossura
  • EAN: 9788845925993
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Descrizione
"Il Sabba" non è soltanto il "romanzo di formazione" del più scandaloso, sfrontato, geniale avventuriero che si sia aggirato nella Francia tra le due guerre e la cronaca irriverente di un'epoca dedita a tutti gli eccessi: è molto di più. E il libro di uno scrittore la cui prosa "deriva in linea diretta da quella di Saint-Simon", come ha decretato Maurice Nadeau, che ritiene Sachs degno di figurare "tra i grandi moralisti francesi". Di quella Parigi che nel primo dopoguerra è diventata "il centro del mondo" artistico e letterario, e per ciò stesso di tutte le stravaganze, di tutte le dissolutezze, Maurice Sachs è un cronista sagace, arguto, sarcastico, ma anche uno dei protagonisti più scapestrati: frequenta gli scrittori alla moda (di alcuni di essi, Cocteau e Gide tra gli altri, si possono leggere ritratti di una corrosiva lucidità), dissipa denaro non suo, accumula debiti, ruba ai suoi migliori amici, si fa battezzare (lui, di famiglia ebrea), entra in seminario, ne esce dopo sei mesi con un'accusa di corruzione di minore. Trasferitosi in America, sposa, quasi per sfida, la figlia di un pastore protestante, che abbandona dopo pochi mesi per un giovane americano, con il quale torna a Parigi: a fare altri debiti, a vivere di più o meno miserabili truffe, a gonfiarsi di alcol, a sognare di scrivere un grande romanzo. Non lo scriverà mai. Sarà la sua stessa vita, invece, a diventare una narrazione di assoluta, sorprendente singolarità. Con una nota di Ena Marchi.

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    Cristiano Cant

    16/05/2014 10:23:08

    Ennesimo maledetto angelico libro degno degli scaffali migliori, romanzo o autobiografia di un segnato senza un soffio di requie, di purezza o pentimento, ma carico fino alle vette sublimi di una colpa sposata degli errori e delle miserie di una vita uguale a un'avventura. Racconto di atroci contraddizioni umane, di sfide e di impazienze, di incontri, tormenti, un cosmo di emozioni mai stantie riversato in pagine di poesia rarissima. Memorabile l'epigrafe balzacchiana a pag 266: "Chi non ha frequentato la riva sinistra della Senna, tra la rue Saint-Jacques e la rue des Saints-Pères, non sa nulla della vita umana". Meraviglioso libro.

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    Antonio D'Agostino

    24/09/2012 12:13:00

    Un libro dalla prosa eccellente. Scritto con ironia e sofferenza insieme. Molto belli i ritratti dei personaggi incrociati nella vita dell'autore; la descrizione dell'albergaccio, con le sue gallerie di personaggi inetti, soli, eccentrici, restituisce uno spaccato lucido della vita brulicante della Parigi tra le due guerre. Le riflessioni finali sul "disgusto di sè", per un vivere "senza scampo", impossibile da incasellare, perchè troppo inquieto, sono tracce di sofferenza autentica.

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    Stanley

    22/11/2011 20:35:41

    Eccellente e geniale. Letteratura di spessore, ricca di spunti, riferimenti culturali e artistici, dove il lettore si imbatte in intuizioni e descrizioni che sono prerogativa esclusiva dei più grandi scrittori. E Maurice Sachs - che ambì sempre a scrivere il suo libro più importante, pur non riuscendoci - può essere annoverato tra i più grandi scrittori francesi contemporanei, strizzando l'occhio a Proust e Rousseau.

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  Il mito della Parigi tra le due guerre continua a rimanere intatto, quando si tratti di relazioni tra arte e vita, letteratura e tentativo sociale, sperimentazione sessuale e dichiarazione di orientamenti estetici radicali. I "party di domani", cantati nel celeberrimo primo disco dei Velvet Underground, erano quelli di cui tutti tenevano rigorosamente il conto, tra una serata a Le boeuf sur le toit e una gita con orgia a qualche illustre magione di campagna, mentre divampavano gli scandali, golosamente attesi. Tra l'altro quelli delle opere surrealiste, e in specie del magico L'âge d'or di Luis Buñuel, che pure mise non poco in imbarazzo i suoi blasonati produttori De Noailles. Da decenni Maurice Sachs emerge da questo mondo come figura di seduzione e oscurità, con fan e detrattori al seguito. Del complesso personaggio esiste da tempo un'ottima biografia, Les travaux forcés de la frivolité, che Henry Raczimow ha pubblicato nel 1988 da Gallimard, mentre online è reperibile un lavoro di Emmanuel Pollaud-Dulian (www.excentriques.com). Se Jean Genet inneggiava ai tedeschi come castigatori dell'odiata borghesia francese che lo aveva imprigionato nel corso di tutta la sua vita, il nostro autore vanta un profilo da squisito "traditore", voltagabbana, mirabile trasformista, villain incallito, ladro e socialite????, omosessuale e seduttore di belle signore, per finire come il ser Ciappelletto di Boccaccio in precario equilibrio tra santità (per alcuni ha salvato degli ebrei in fuga) e dannazione (per altri invece ha approfittato biecamente della situazione).
Ora Adelphi ripropone Il sabba (nella traduzione animata di Tea Turolla e Leopoldo Carra, con un'informata nota di Ena Marchi), suo principale volume di memorie insieme a La chasse à courre, a distanza di molti anni dalla prima presentazione italiana, che era avvenuta nel 1972 da Sugar, nella versione di Marco Amante. Quella proposta aveva suscitato una certa eco e il libro infatti era stato poi ospitato nella collana di edicola dei "Pocket" di Longanesi, che in quegli anni sdoganava il Quartetto di Alessandria di Lawrence Durrell come lettura "erotica" e proponeva comode edizioni tascabili del Divino Marchese. Peraltro questo recupero era stato anticipato, un decennio fa, nel 2002, da Meridiano Zero con La decade dell'illusione (a cura di Manuela Maddamma), testo gemello di questo oggi ripresentato che, in sintesi maggiore, attraversa gli stessi luoghi della memoria.
Il mito del traditore Maurice in primo luogo si alimenta di una vera e propria epifania di travestimenti. Nel libro le pagine più memorabili sono quelle in cui racconta la sua conversione da ebreo a mondanissimo abatino, sotto l'egida, chicchissima, di Jean Cocteau e Jacques Maritain. La sottana della tonaca gli procura eccitazione assoluta e finalmente si trova nelle vesti di donna che ha sempre sognato. La sua carriera in parrocchia dura prevedibilmente poco, ma il seminario si rivela perfetto luogo per l'invenzione di avventure e sogni erotici mirabolanti. Eppure è in grado, con rapido voltafaccia, di sposare una ricca americana di salde convinzioni puritane, per il piacere di viver bene, di stare negli agi. Insomma, un ribaldo, con il gusto del rocambolesco e una passione, confessata, per la lettura delle opere di Gian Giacomo Casanova. Il titolo del libro nasconde un sottotitolo che precisa una atmosfera, Ricordi di una giovinezza burrascosa. Siamo quindi nel territorio di una survoltata, velenosa, nevrotica "confessione di un figlio del secolo", in cui il dettato mussettiano, tramato di ansie adolescenziali e sogni di gloria, diviene invece cronaca del tran-tran di un fascinatore, o se si preferisce, una marchetta. Una figura pronta a tutto per ottenere il proprio scopo. Eppure (come segnala Ena Marchi), era pingue e segnato da malattie psicosomatiche, ma in lui colpiva lo charme di una persona pronta a tutto, per assicurarsi un proprio "posto al sole" in quel tout Paris, sempre pronto ad accogliere nuove celebrità, ma altrettanto rapido a scaricarle, quando fosse in vista una nuova attrazione. Il sabba è quindi quello di un circo mondano, di cui Sachs vuole farsi cicerone, imbonitore e star principale. Viene in mente la celebre scena di Lola Montes di Max Ophüls, in cui il presentatore offre al pubblico il corpo della leggendaria femme fatale, decantandone le gesta e allo stesso tempo identificandosi con lei.
Leggendo le pagine, anche troppo dense di nomi e fatti, di questo libro si comprende bene un'ansia di vita, che tutto brucia. La scrittura, sempre sognata come via all'affermazione e come espressione del suo personaggio segreto, assai lontano dalla sua conclamata, esasperatissima maschera pubblica, non darà per l'autore i frutti nel grande romanzo sognato, ma piuttosto nella tessitura di una memoria che diviene specchio scuro di un'epoca che troppe volte ha amato rappresentarsi trionfalmente, nella visione di una "festa mobile" destinata a non tramontare mai. Sachs racconta benissimo anche i doppi fondi, le attese lunghe snervanti nelle quinte, prima di entrare nel palcoscenico. Il testo è spesso brillante, lucido, ma talvolta invece si avvolge su se stesso nel tentativo di offrire una visione coerente di un frammento di esistenza, polverizzata in mille assunzioni di maschere e vissuta fino all'ultimo respiro. Tra tanti affondi e attacchi, accuse e dichiarazioni, compare anche un momento di commozione, quando l'autore dichiara di non essere riuscito mai a rivedere la madre con cui aveva rotto i rapporti tanti anni prima, quando aveva abbandonato il suo cognome Ettinghausen, per adottare il nome di battaglia, con cui ha firmato le sue opere. Sachs non ha la forza di Céline o di Genet, ma pure ha una sua voce inconfondibile, ossessiva e velenosa, quasi un controcanto all'autocelebrazione di un'epoca.
Luca Scarlini