Saggio sulla violenza

Wolfgang Sofsky

Traduttore: B. Trapani, L. Lamberti
Editore: Einaudi
Collana: Saggi
Anno edizione: 1998
Pagine: 195 p.
  • EAN: 9788806145880
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recensione di Corona, M., L'Indice 1998, n.10

Ad apertura di pagina, quel che colpisce è la scelta stilistica, rigorosamente paratattica, su cui l'autore imposta l'intera narrazione. Sembra di leggere un iper-Hemingway. Lo strano è che scrive in tedesco. Come vedremo, le frasi brevissime schioccano, secche, una dopo l'altra, senza apprezzabili variazioni morfologiche, quasi che lo scrittore avesse deciso di contraddire la natura stessa della propria lingua, sterilizzandone brutalmente la sintassi, azzerando nessi, legami, subordinazioni, parentesi, causalità, inversioni, insomma tutto il variegato e mutevole ordine sintattico, e dunque dialettico e gerarchico, del discorso tedesco, che, come sappiamo, è assai complesso. La successione ininterrotta di frasi brevi e uniformi produce un effetto di monotonia alla lunga inesorabile, martellante fino all'ossessività: ne risulta uno stile scarnificato e battente, che si rivelerà del tutto funzionale al taglio filosofico con cui l'autore affronta il tema della violenza.
Per Wolfgang Sofsky, quarantaseienne sociologo dell'Università di Gottinga, noto anche da noi per "L'ordine del terrore. Il campo di concentramento" (il Mulino, 1995), la violenza è una dimensione endemica dell'esperienza umana. Rifacendosi ai miti delle origini, egli ricorda come la perenne conflittualità fra gli individui liberi e uguali abbia portato al tentativo di superare lo stato di natura attraverso l'istituzione di una struttura statuale cui ciascuno delega una parte della propria libertà. Lo Stato porta dunque l'ordine nel caos della violenza, ma l'ordine "attanaglia la vita come i tentacoli di un mostro", poiché produce a sua volta violenza. E allora l'ordine sociale si manifesta come pura repressione, messa in atto da uno Stato concentrazionario, inattaccabile, senza crepe o spiragli, che richiama esplicitamente il Leviatano di Hobbes, nume sinistro della cupa liturgia celebrata da Sofsky, ma evoca pure, sotterraneamente, il Terzo Reich di Hitler e la ferita sanguinosa da esso incisa sulla coscienza profonda della nazione tedesca.
La narrazione di Sofsky visita con ritualità esorcistica ma anche con oscura fascinazione tutti gli scenari in cui la violenza si è esercitata e continua a manifestarsi. Sfilano cacciatori e guerrieri, gladiatori e augusti regnanti, boia e carnefici, fra battaglie e inquisizioni, torture e duelli, cacce e massacri, in una perpetua danza macabra medioevale e insieme barocca che accomuna Davide e Golia a Gilles de Rais e alle immagini straziate di Francis Bacon.Giovanni Testori avrebbe annuito, riconoscendo il paesaggio.
La violenza è incessante, ineliminabile, "onnipresente", infine metafisica, e neppure sfiorata dall'effimero e colpevole sollievo che in Testori la carne trova nella dolcezza peccaminosa dell'incontro sessuale. Non solo "le rivoluzioni non rovesciano nulla", "la barbarie non è mai finita", ma la pulsione sessuale è interamente riversata e annullata in quella aggressiva e distruttiva. Di pulsioni primordiali infatti, in questa rappresentazione, freudianamente si ragiona. La storia è solo una grande macina che schiaccia gli individui. Manca nell'orizzonte concettuale di Sofsky il ragionevole pessimismo (o il dubitoso ottimismo) del contrattualismo lockiano, mirante a imbrigliare, senza bloccarle, le pulsioni selvagge, e a negoziare diritti e doveri dell'individuo e della collettività attraverso una rete di limiti e controlli reciproci alieni sia dall'utopismo comunistico di Rousseau sia dal totalitarismo di Hobbes e poi di Hegel. Manca quindi quel lievito democratico che la teoria lockiana ha introdotto, si direbbe durevolmente e con qualche modesto ma apprezzabile risultato, nelle società anglosassoni. Anzi, nel capitolo conclusivo, che irride alla "superstizione dell'ottimismo", Sofsky si allinea implicitamente alla critica dell'Illuminismo di marca adorniana, nella quale un americanista sente peraltro risuonare echi delle più antiche rampogne di Emerson e di Thoreau sui guasti della Rivoluzione Industriale. Dice Sofsky: "Gli strumenti della produzione funzionano anche come armi. Gli attrezzi da lavoro, che dovrebbero liberare dalla fatica fisica, producono nuove costrizioni materiali che dettano il corso del lavoro (...) Le tradizioni incombono sugli uomini come un incubo e dirigono i loro movimenti con forza autoritaria. L'eredità deve essere venerata e la vita futura condotta nello spirito del passato".
Gli analoghi rilievi di Emerson e Thoreau non portavano però alla chiusura di quelle che Whitman avrebbe di lì a poco chiamate "prospettive democratiche" ("Democratic Vistas", 1871), poiché, come riconosceva perfino Melville, che non era un'ottimista, "la Dichiarazione d'Indipendenza conta pur sempre qualcosa". In una frecciata che sembra davvero alludere alle "superstizioni dell'ottimismo" anglosassone, e in specie di quello americano espresso nella Dichiarazione del 1776, Sofsky precisa: "Qualunque sia il bilancio finale, nel progetto della creazione culturale non sono previste né la libertà né la felicità". Al contrario, "la violenza è il destino della nostra specie".
Una visione della storia così deterministica, o, il che non è molto diverso, freudiana, nella sua insistenza sul ruolo permanente e non mediato delle pulsioni distruttive primordiali, nel suo nichilismo apocalittico e infine reazionario, dovrebbe lasciare perplessi. Una pagina in particolare mi ha fatto tornare in mente, per analogia ma anche per contrasto, l'analisi che vent'anni fa Klaus Theweleit aveva offerto del cameratismo nazista nel suo "Fantasie virili", apparso di recente in Italia (il Saggiatore, 1997; cfr. "L'Indice", 1998, n.3).Osserva Sofsky: "Il massacro è l'antistruttura sociale per eccellenza, una comunità emozionale al di là di qualsiasi morale (...) Il bagno di sangue crea uguaglianza sociale e cameratismo (...) Nell'atto dell'uccisione collettiva si concentrano in un unico punto le forze di tutti gli individui. Ciascuno diventa uguale agli altri. Ciascuno è come l'altro. Il massacro è un teatro dell'uguaglianza originaria. Nell'ebbrezza dell'uguaglianza sono cancellate le differenze (...) L'orgia di sangue fornisce ai carnefici una nuova identità comune. Poiché ciascuno è come l'altro, ciascuno non è più colui che era. Nel momento in cui gli uomini sono totalmente liberi e tutt'uno con se stessi, sono completamente uguali agli altri mostri".
Theweleit ha descrizioni molto simili. Anche lui fa uso di categorie psicoanalitiche, che però non sono quelle tardo-freudiane, e vengono comunque chiamate a decostruire l'abile e perverso gioco con cui il nazismo flette le pulsioni profonde delle masse verso approdi culturali, ideologici, politici. Invece, in quasi tutto il suo "Traktat" (che la traduzione italiana ha addolcito in ""Saggio""), Sofsky trasferisce silenziosamente in una dimensione universale e perenne, dunque metafisica, fenomeni di violenza collettiva primariamente europei, e magari tedeschi, come quelli di Verdun, Ypres, la Somme, Kolyma, Auschwitz, nominati quasi d'improvviso solo nelle ultimissime pagine, con l'aggiunta di Hiroshima, che richiederebbe invece un discorso diverso e importante perché potrebbe contraddire la tesi di fondo del libro.
E tuttavia il capitolo conclusivo del "Saggio" ha toni di autoflagellazione. Sofsky ci ricorda - e fa benissimo - che la violenza non scompare nemmeno nei regimi più democratici, finalmente presi in considerazione sia pur di sfuggita: "La fede nei diritti umani inalienabili è un fenomeno di recentissima data. La sua diffusione è limitata e la sua efficacia per nulla assicurata". Lo studioso ci mette anche opportunamente in guardia contro le illusioni che potremmo nutrire nei confronti di una presunta Fortezza Europa: "La fede nella civilizzazione è un mito eurocentrico in cui la modernità adora se stessa. È una fede priva di qualsiasi fondamento reale. I selvaggi, prima di essere massacrati, non erano assolutamente selvaggi come questo mito sostiene, e i 'civili' non sono affatto miti come loro stessi vorrebbero apparire". Alla fine, però, "la violenza è il destino della nostra specie". E allora si torna daccapo. Europa, Germania, o specie? Poiché, se il male è universale, va da sé che nessuno è più colpevole di un altro. Gli europei lo sarebbero più dei "selvaggi"? E perché i tedeschi più degli inglesi? E perché i nazisti più dei cinesi?
Oltre a un'assenza di storia, si nota, in questo testo, un'altra assenza, quella relativa alle specificazioni di "gender", che risulta particolarmente vistosa almeno agli occhi di chi abbia una qualche familiarità con la cultura statunitense degli ultimi trent'anni: ulteriore segno della troppo scarsa circolazione europea di categorie analitiche che sembrerebbero ormai indispensabili anche da questa parte dell'oceano. Nel lavoro di Sofsky i soggetti che mettono in atto la violenza sono invariabilmente maschili, ma l'autore non sembra accorgersene, o ritenerlo rilevante. Eppure non è una "differenza" da poco.
Sofsky ci offre dunque una vastissima fenomenologia della violenza, sempre uguale a se stessa, come le frasi che ne scandiscono la rappresentazione, e si ferma a "una diagnosi fosca" ma generica. Ricalcando lo stile dei sermoni apocalittici, la narrazione di Sofsky rischia di restare altrettanto ininfluente, pur nella tragica suggestività mitico-romanzesca che l'apparenta così profondamente alla narrazione freudiana. Suggestività tanto più intensa e inquietante se consideriamo la collocazione storico-culturale del pulpito, e le fumigini wagneriane che lo lambiscono.