Categorie

Stefano Benni

Editore: Feltrinelli
Edizione: 13
Anno edizione: 2015
Formato: Tascabile
Pagine: 265 p. , Brossura
  • EAN: 9788807886386
Disponibile anche in altri formati:


"Noi ci abbiamo creduto, la nostra vita è stata piena di porcherie e meschinerie, ma ogni tanto suonava la tromba e tutti al nostro posto a lottare e a darci la mano. Abbiamo creduto di poter essere liberi, di non far tornare quei vent'anni di divise nere. Ma la tromba suona fioca adesso. Ci hanno venduto, uno per uno. Hanno venduto le nostre povere vite e la nostra storia, per fare una storia insieme agli altri, una storia finta, che non ha neanche un lieto fine, finisce nell'indifferenza per tutto e per tutti."

Difficilmente la lettura di un libro lascia tanta commozione, un retrogusto di malinconia dolcissima e una nostalgia per una infanzia, non così lontana negli anni, ma lontanissima nei tempi. L'ironia, i giochi di parole e lo stravolgimento surreale della realtà, queste sono sempre state le note caratteristiche della poetica di Benni, ma quest'ultimo romanzo utilizza questi stessi strumenti senza dare loro il predominio nel testo, ma subordinandoli alla storia. Saltatempo è un romanzo di formazione, narrato in prima persona che, al di là del geniale stratagemma dell'orobilogio (un orologio interiore che permette al protagonista di spezzare l'andamento cronologico del tempo e di vedere chiaramente il futuro), si colloca dalla seconda metà degli anni Cinquanta alla fine degli anni Sessanta e precisamente ai giorni immediatamente successivi alla strage di piazza Fontana.

Si apre con una specie di incantesimo: un rustico Dio puzzolente, incontrato per caso, regala a Lupetto, questo è il nome del protagonista narratore, un orologio interiore che, insieme all'orologio ufficiale che gli permette di non far tardi a scuola, gli darà la possibilità di muoversi liberamente nel tempo, e da quel momento Lupetto assumerà per tutti il nome di Saltatempo.

Orfano di madre (ma gli incontri sulla sponda del fiume con quella donna pallida che il bambino riconosce dalla fotografia posata sul comodino del padre, si ripeteranno più volte negli anni), con un padre falegname, comunista e gran bevitore, capace di dare al bambino il senso vero dell'essere famiglia, circondato da figure di un'umanità semplice, autentica e solidale, Saltatempo trascorre un'infanzia ricchissima, nella sua povertà. Vive un contatto con la natura capace di costruirgli una cultura delle cose che nessun bambino di città potrà possedere e che (già viene preannunciato dall'orobilogio) negli anni successivi la speculazione, l'avidità, gli interessi privati toglieranno anche ai bambini di campagna.

Lo studio, la cultura ha importanza per quell'umanità semplice e il ragazzo verrà mandato a studiare in città: prima le scuole medie (le prime emozioni sessual-sentimentali, i primi confronti con istituzioni e mentalità urbana) e poi il liceo classico. Siamo giunti negli anni di quel momento fondamentale, di quella autentica "rivoluzione culturale" che per una generazione è stato il Sessantotto. E qui Benni (è quasi impossibile fingere che non ci sia dell'autobiografia) affronta il tema dell'iniziazione alla politica, a quell'insieme di serietà e gioco, alla passione e all'ingenuità di tutte le azioni, al farsi permeare in ogni situazione vissuta, dal sesso, al viaggio, alla fede politica dall'impegno militante e dalla coscienza che "tutto sta cambiando". Chi è stato protagonista di quegli anni poi prenderà strade diverse e l'orobilogio ne dà rapidi e divertentissimi flash (il giornalista furiosamente reazionario, nato rivoluzionario ci ricorda troppo Liguori): c'è chi sceglierà il potere e chi si perderà nel delirio rivoluzionario, ma in quei giorni le divisioni, i frazionamenti, le travagliate discussioni nascevano tra chi era rivoluzionario in un modo e chi in un altro. L'operaio portato come trofeo nelle assemblee, il "filosofo" francese (in realtà un barbone raccolto per strada) che porta la sua testimonianza dei "gloriosi giorni di maggio", le manifestazioni e le botte prese dalla polizia: nostalgia che si colora sempre di ironia e quasi di pietà.

Mentre Saltatempo fa l'apprendista rivoluzionario (siamo all'ultimo anno di liceo) e l'amore per una ragazza di paese trasferitasi da tempo in città, Selene, si consolida, ma nella campagna dell'infanzia prendono sempre più forza delle drammatiche trasformazioni. L'odiato sindaco reazionario è riuscito, in accordo con alcuni speculatori, a creare un vero disastro ecologico e ambientale: fiume e collina sono stati scavati, distruggendo così l'equilibrio naturale, per fare spazio a villette, centri congressi, insomma cemento su cemento. Quell'oasi di serenità viene inondata non solo da costruzioni che deturpano e devastano, ma anche da nuovi flagelli: la droga, che fa breccia tra i più deboli e l'usura che, in nome del dio denaro, trasforma le coscienze dei paesani.

L'ultima parte del romanzo vede con cupo dolore alcuni squarci dell'attuale presente (il potere di addormentare ogni ribellione e di creare acquiescenza che viene dall'uso spregiudicato della televisione, la corruzione, il malaffare politico), anche se mette in scena il periodo in cui si annuncia la fine delle speranze: l'insabbiamento delle denunce (il padre di Saltatempo aveva annotato nomi e targhe degli speculatori) dei responsabili della frana che distruggerà un pezzo di paese, la morte per droga di Gancio e infine la strage di piazza Fontana, fine drammatica degli anni del cambiamento. La grande, straordinaria manifestazione di cittadini che segue quel tragico 12 dicembre pone delle domande, e qui sembra che non sia Saltatempo, ma l'autore in prima persona a parlare: dove sono finiti tutti quegli uomini e quelle donne che erano scesi per le strade rifiutando di sottostare a una strategia ben precisa? dove è finita la ribellione, l'indignazione, l'orgoglio, il coraggio?

Il romanzo in un certo senso si chiude proprio su queste domande, perché l'oggi, questi anni bui, possono trovare una spiegazione proprio partendo da lì, da quel gesto criminale e dal doloroso senso di sconfitta che non ha saputo più produrre reazione.

A cura di Wuz.it


Le prime frasi del romanzo:

PRIMA PARTE


1.


Quand'ero molto piccolo ho visto un Dio. Scarpagnavo verso la Bisacconi. Scarpagnare vuol dire camminare a saltelli per via del dislivello, io abitavo in montagna, la scuola era in basso. Si scarpagna senza pause, con l'inerzia della discesa che impedisce di fermarsi, un continuo scuotimento nei giovani marroni e un piccolo ansito nei polmoncini. Le Bisacconi sono le scuole elementari del paese, un cubo giallo vomito dentro un giardino di erbacce barbare, e devono il loro nome a un uomo di nome Lutilio Bisacconi ricordato per essere morto sull'uscio di casa, ucciso dal cugino fascista.
Sulla lapide infatti c'è scritto:
Lutilio Bisacconi, caduto.
Poi si vede che non hanno pagato lo scalpellino o c'è stato un litigio ideografologico ma è finita lì: caduto. Non è specificato se in guerra, per la Resistenza, nel fiore degli anni, niente: caduto e basta.
Che a noi venne da pensare che allora nessuno cadeva come Tadeo, che a otto anni già non ci vedeva un cazzo come un anziano e aveva i piedi cavallerizzi storti in dentro e voleva andare lo stesso in bicicletta e aveva una bicicletta che sembrava masticata da uno squalo e in più non distingueva un paracarro da un precipizio e soffriva anche di un tic che gli storceva la testa fuori strada, perciò cadeva quasi tutti i giorni e aveva la fronte bozzuta e un polso sempre fasciato, e le ginocchia egizie con i geroglifici di ghiaietto.
Perciò si poteva anche intitolare la scuola a lui: Tadeo, caduto, oppure cadente, oppure tanto prima o poi cade ancora.
Parlai di questo in un tema e mi fecero un culo come una tinozza.
Ma quel giorno di fine inverno era così bello da andare fuori tema con ogni pensiero. I prati erano zuccherati di brina e il sole se li beveva mentre io cantavo a bassa voce: se mi vuoi lasciare dimmi almeno perché. Cantavo e correvo verso l'obiettivo formativo della scuola, la cartella mi sbatteva contro le gambe, i piedi mi dolevano per il gelo, c'era la galaverna e voli alti di uccelli. La valle, giù in fondo, sembrava una tavolozza di pittore.
Mi fermai a bere e a specchiarmi al lavatoio, ed ero brutto. Pieno di brufoli di ogni colore e forma, cuspidati, col craterino, a fico spremuto, a capezzolo (enumero). Poi avevo il naso adunco come quello di una gallina e una testa di capelli a propulsione verticale, uno scopino da cesso alla rovescia. Tutte le volte che sorridevo a una principessa, quella cercava rifugio presso il drago. Tutte le volte che andavo in giro coi miei amici moschettieri, loro mi nascondevano sotto i mantelli per non spaventar la gente.
A metà circa del tragitto dello scarpagnamento mi fermai a una vigna e rubai un grappolo di schizzozibibbo. Ogni chicco era grande come la mia testa (esagero), un grappolo di teste di me stesso, ognuna che gridava non mi mangiare. Per gustare meglio il bottino tirai fuori di tasca una crosta di paneterno. Niente, nella vita, ho incontrato che fosse duro come quella crosta. Neanche i denti di una mietitrebbia o di un caimano famelico lo avrebbero scalfito. La crosta sembrava forgiata nell'acciaio. La mollica aveva la consistenza di certe pietre, porose ma solidissime.
Così mi sedetti, poiché albeggiava e il sole infuocava la brina di strisce di brace e la linea delle montagne sembrava un gigante assopito messo un po' di gallone. Il rumore del fiume mi teneva compagnia poiché sapevo che dentro c'erano cadaveri e lucci e barbi e acquadelle, tutte creature meravigliose nel loro guizzare ed esplorare pozze buie che noi non conosceremo mai, per non parlare degli scoiattoli, del tasso dormione, della talpa rugagna e del falco che planava sul mio zenit. E di due mucche pezzate che ruminavano sotto un albero e gli cadevano i marroni d'India in testa e loro erano felici.
Era un momento poetico, ma allora io facevo fatica a distinguere i momenti poetici tristi da quelli allegri, quindi quando sentivo arrivare un attacco di poesia era un po' come quando si mobilita la budella e segnala e crepita prima della liberatoria, perciò quando sopraggiungeva il crampo dell'ecloga o del sonetto o dell'imperdibile istante, io ci mangiavo su.
Divaricai la mandibola come se volessi ingoiare l'orizzonte, mangiai Monte Mario, la stazione dei treni, un pezzo di strada cantonale e poi con rumore di tritura, un pezzo di pane. Si chiamava paneterno, perché poteva durare mille anni e si conservava sempre buono.
Quel pane lì lo potevamo mangiare solo io, il cane Fox che era un bracco grande come un cavallo, e la Strega Berega dentidighisa. Poiché la Strega Berega era una creatura fantastica inventata da me e da Selene (la mia pupa) e Fox il pane lo mangiava solo ammollato con acqua, latte e sbavatura autoprodotta, io ero l'unico a rosicchiare paneterno doc, e non per niente mi chiamavano Lupetto.
Allora crac fece il pane doc sotto i miei canini e bau fece Fox lontano e ciac il sugo dello schizzozibibbo e non saprei sintetizzare il rumore del fiume ma il sole si alzò ancora e c'era odore di una certa felicità irripetibile.

Recensioni dei clienti

Ordina per
  • User Icon

    roberta

    08/11/2012 12.53.32

    libro noioso e ripetitivo, pentita di averlo acquistato.

  • User Icon

    Rocco

    25/02/2010 03.54.23

    Un romanzo stupendo, bellissimo! Vivo da 10 anni fuori dall'Italia in giro per il mondo e nel mio zaino c'è sempre spazio per qualche libro, l'ultimo che avevo messo dentro era Saltatempo di stefano benni e quando l'ho letto mi è venuta una voglia matta di ritornare nella bella italia.... nonostante tutto! La descrizione dei paesaggi, il surrealismo di gnomi, boschi e orologi insieme alla storia dell'italia degli ultimi 40 anni rappresentano perfettamente la vita di qualsiasi cittadino italiano che dalla provincia inizia il suo cammino! Bravo Lupo!

  • User Icon

    laccetta

    12/01/2010 19.37.43

    l'ho divorato in un giorno, l'ho riletto. entrambe le volte mi ha divertito, emozionato, commosso. vi ho ritrovato le mie radici...

  • User Icon

    maggiù

    13/11/2009 15.45.14

    Un romanzo strepitoso, un pezzo di storia contemporanea raccontato con fantasia, ironia e romanticismo. Non riuscivo più a finirlo perchè continuavo a rileggere i brani più belli, ad esempio la descrizione della festa del paese, ma anche il racconto dell'esame di greco, alla maturità. Voto: 11+.

  • User Icon

    stefano

    17/06/2008 11.20.59

    Per evitare polemiche vi dirò da subito che Stefano Benni assieme a pochi altri (Orwell su tutti) è uno dei miei autori preferiti: adoro le sue storie surreali, la sua vena ironica che, nonostante i kili e kili di libri letti, pensi sempre di averla assimilata e di aver capito il meccanismo ma immancabilmente ti spiazza e (male che vada) ti strappa un sorriso, se non peggio (è capitato tornando a casa dall'ufficio, sul treno, di esser costretto a terminare la lettura perchè scoppiavo letteralmente a ridere e, timido come sono, ridere da solo sul treno è sconveniente... per la cronaca il libro era Il bar sotto il mare) Ma torniamo al commento vero e proprio, il libro parla di un ragazzino (Lupetto/Saltatempo) che riceve in dono l'orobilogio (abituatevi a questi neologismi se volete legger Benni...), l'orologio biologico o interno che gli permette di preveder (sarebbe meglio dire "veder") il futuro... Lo scenario è quello di un qualsiasi paesino dell'Italia degli anni '50, un paesino di montagna che vedrà mutare grazie al boom economico... ma non solo... I personaggi sono fantastici, i colpi di scena come in ogni buon libro non mancano e non mancano nemmeno gli spunti riflessivi, certo perchè i paragoni con i fatti che accadono tutti i giorni è fin troppo facile... Tra i libri di Benni non saprei dove collocarlo, forse è il migliore o forse è superato solo da altri 2 o 3 cult... leggetelo e giudicate voi!

  • User Icon

    elena

    22/05/2008 21.42.07

    carino, niente di più!

  • User Icon

    stefano

    26/07/2007 15.08.05

    Grande Benni, vola sempre altissimo così!! Emozionante, ironico, passionale, sensibile, forte, vero! Fai con-vivere i lucci con il 68! sei unico.

  • User Icon

    giovanni

    14/05/2007 12.34.15

    io ho letto molti romanzi di benni, e questo è sicuramente il piu brutto. I personaggi sono tutti antipatici, secondo me, e cmq descritti con molta superficialità... tutti monotematici.. i stereotipi abbondano ... ci sn due motivi per cui nn do 1: 1)ci sono un paio di scene esilaranti (ma solo un paio...) 2)benni mi è simpatico

  • User Icon

    monica brachini

    06/03/2007 15.36.39

    Sono nata troppo tardi per vivere il passaggio dell'italia dal se-mi-vuoi-lasciare-dimmi-almeno-perchè all'illusione del boom fino al risveglio cupo degli anni '70. Io ho vissuto l'infanzia proprio in quegli anni lì, quelli bui. Eppure dentro a Saltatempo c'è tanta storia mia, i personaggi del paese in cui ho passato tante vacanze, i sassi a rimbalzo sull'acqua, il tomoka bar anche se non si chiamava tomoka, le discussioni infinite e senza approdo del collettivo (ancora soviet) dell'università, i rivoluzionari che sottopelle erano già inquadrati e opportunisti e gli amici veri che passano gli anni ma vivono sempre un po' di lato. Saltatempo non mi è solo piaciuto, mi ha fatto sentire a casa.

  • User Icon

    FERNANDO

    13/12/2006 19.41.18

    S T U P E N D O

  • User Icon

    Francesco

    01/10/2006 19.15.10

    Una storia commuovente ed appassionante raccontato bene, che fa pensare e lascia un senso di amaro

  • User Icon

    Artemis

    24/06/2006 12.35.46

    Saltatempo è il libro più bello fra tutti quelli che ho letto (e sono tantissimi). Mi ha aiutata a crescere, capire, pensare. L'ho riletto un dozzina di volte e lo sto rileggendo pure ora. Ad ogni lettura capisco cose nuove. Vorrei dire ad ANGELO STIMATORE che generalmente prima di sputare commenti su un libro bisognerebbe leggerlo. Sfido chiunque ad insinuare il contrario!!!

  • User Icon

    Vale samsa

    21/05/2006 21.43.16

    Parla di noi sognatori,, è del dolore che provocano i due orologi che inevitabilmente si scontrano,che per quanto doloroso,la malattia dei sogni fa sentire realmente vivi e se stessi.Dove la realtà diviene autentica. Personalmente penso (rispondendo a un commento precedente), che invece farebbe bene ai neo/fascisti leggerlo, giusto per farsi un idea nella loro ignoranza. È grazioso sicuramente questo racconto, ma ragazzi fatevi un pò più di cultura ok? Di libri ce n'è un infinità :)

  • User Icon

    Nicolò

    25/04/2006 21.21.35

    Bellissimo.

  • User Icon

    fabio martini

    23/04/2006 23.56.22

    saltatempo l'ho finito di leggere ieri sera e stasera ho deciso di cercare il sito dove poter lasciare il mio commento e come spesso accade mi ritrovo qui. saltatempo, che dire, io l'ho trovato straordianario mi e' piaciuto tutto. a volte scene profonde di significato e di ricordi (per me) molto simili, altre volte momenti di puro divertimento come la scena del cane voyeur... a volte benni riesce ad essere veramente un grande a volte ci rifila della roba che magari poteva riguardarsela prima di farla pubblicare ma ritengo che saltatempo sia una delle sue cose piu' riuscite. grazie per questa bella lettura e un abbraccio di cuore stefano. ciao. f.m.

  • User Icon

    Raldo

    21/04/2006 22.30.22

    Non ho parole. Giudicare Stefano Benni è come fare un coperchio alle pentole del demonio, impossibile... Un personaggio dalle mille sfaccettature che cambia di libro in libro, capacfe di regalare emozioni indescrivibili. Satirico, ironico, romantico, rivoluzionario, la sagoma dello scrittore ideale. Saltatempo è un libro che mi ha scosso, molto di più di quanto abbia potuto fare Brunella Gasperini o J.J.R Tolkien. Ho conosciuto Benni in questa sua nuova forma, mai osservato in questo tipo di narrazione...

  • User Icon

    sergio

    11/12/2005 08.58.41

    E' un romanzo emozionante e che fa riflettere. L'essere autobiografico è un valore aggiunto per quelli che come me hanno vissuto quegli anni e che amano ritornarci, almeno con l'orobilogio (viaggio anche nel passato per indovinare il futuro).

  • User Icon

    Roberto

    29/09/2005 15.49.50

    Credo che sia uno dei migliori libri scritti da Stefano Benni, con alternanza di situazioni comiche e "drammatiche". Credo che vorremmo un pò tutti somigliare al protagonista che nei momenti particolari si rifugia nei luoghi cari e silenziosi della sua terra natia......almeno per me è così!!!!!!

  • User Icon

    Elisa

    03/08/2005 22.17.49

    Ho18anni e nn sn1grande lettrice,ho letto questo libro x scuola..nn ho mai trovato libro migliore!in2giorni l'ho divorato,in tram,per strada,ovunque..mi ha travolto in un modo assurdo..la storia di questo ragazzo che cresce in un epoca in cui mi sarebbe piaciuto vivere..sn entrata nel vivo della storia,nn mi era ma successo prima..ho finito di leggerlo e mi spiace xkè mi mancano già i xsonaggi..sembra strano ma durante il giorno pensavo a loro cm se esistessero davvero,alla loro vita..mi ha fatto emozionare in un modo assurdo,vorrei ci fosse un continuo,chissà magari il grande Benni leggendo queste righe di1ragazza ke legge poco si convicerà..fantastico,cm mi ha fatto sognare questo libro..nn pensavo ke delle semplici parole disposte in un ritmo così semplice, elegante e ironico potessero dare tanto..libro stupendo!

  • User Icon

    Verdolina :)

    16/06/2005 18.16.20

    é un libro meraviglioso,dopo averlo letto già mi mancavano tutti i personaggi!

Vedi tutte le 94 recensioni cliente (dalla più recente) Scrivi una recensione