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recensione di Calciolari, G., L'Indice 1990, n. 7
(recensione pubblicata per l'edizione originale del 1990)

Julia Kristeva con "I samurai" ha scritto il romanzo degli intellettuali del '68 e della rivista "Tel Quel". L'accoglienza che gli hanno riservato la stampa e il pubblico (edito il 1| marzo con una tiratura di 30.000 copie, dopo un mese ne erano già state ristampate altre 5.000) autorizza la sua lettura come autobiografia, obbligando all'uso delle "chiavi" che rivelerebbero il vero senso del libro a un piccolo numero di iniziati. Ma sapendo che non si ricostruisce il passato, come Kristeva stessa dice, il passo sino all'invenzione romanzesca è stato breve. "Quella che può sembrare una maschera è forse il modo più diretto di andare al cuore di ciò che è stato vissuto, di fare di personaggi a chiave dei personaggi di un'epoca". Julia Kristeva ha sentito la necessità della finzione per scrivere sia il romanzo di una generazione, sia quello di un grande amore, quello di Olga Morena e di Hervé Sinteuil, che occupa un grande spazio nel libro. Ma "I samurai" sono anche il romanzo di altre storie d'amore e non solo, ci sono storie di morte, c'è Martin di cui si mostra la ricerca infinita come anelito alla morte, c'è Wurtst, epistemologo del conflitto, che strozza la moglie, Bréhal che si lascia morire dopo un incidente d'auto, c'è un grande linguista che muore afasico... A chi importa oggi di leggere "I demoni" di Dostoevskij; come un romanzo a chiave dell'affare Necàev? In tal senso "I samurai" non decifra la realtà degli ultimi vent'anni né offre risposte alle questioni teoriche che Julia Kristeva ha lasciato aperte nei suoi saggi; piuttosto, ogni fatto e ogni resto del processo teorico hanno trovato nel romanzo la loro soluzione narrativa. "I samurai" è il romanzo di un'esperienza viva, dove il lettore si deve occupare lui stesso del libro, come in certi libri per bambini da tagliare e incollare per completarli. Il riferimento non è casuale. Non solo "I samurai" a un certo punto del libro è il nome di un gioco che Hervé insegna al figlio Alex, ma anche il titolo stesso di un libro per bambini che Olga pubblica verso la fine del romanzo. "Fare della letteratura per bambini dopo tutte le sue pretese intellettuali!" esclama gelosa Jessy, figlia della sua amica JoÙlle Cabarus, psicoanalista, il cui diario è un po' l'ossatura del romanzo. A questo proposito, scrive Julia Krtisteva: "In definitiva, forse tutta la letteratura è fatta per i bambini. Non si dice che i romanzi sono comperati dalle donne? Io direi: per le donne e gli uomini-bambini".