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    Maurizio Froldi

    06/11/2001 00:21:31

    Dire che questo è un romanzo lo fa ipotizzare cosa diversa da quello che è. La narrazione percorre i ricordi dell’io narrante, che ripete le sue esperienze estive e giovanili. Perché la narrazione non è facile da seguire? Perché non esiste ordine cronologico. Ricordi, sensazioni, descrizioni si affastellano senza metodo preciso se non quello del recupero della memoria. È un andamento che lascia perplessi, anche per la mancanza di una trama: ci sono, solo qua e là, serie di pagine che sviluppano un avvenimento e sono le migliori, perché è solo allora che le lunghe e minuziosi descrizioni, che a loro volta contribuiscono a rendere il ritmo piuttosto lento, diventano cosa viva.

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scheda di Bartuli, E. L'Indice del 2000, n. 04

Edwar al-Kharrat, una delle voci più rappresentative del panorama letterario egiziano dell'ultimo quarantennio, torna a proporsi al pubblico italiano con questo romanzo a sfondo autobiografico pubblicato per la collana "Memorie del Mediterraneo" (un progetto giunto all'ottavo titolo, cui contribuisce la Fondazione Europea della Cultura). Per i tipi dI Jouvence erano già apparsi i suoi Alessandria città di zafferano e Le ragazze di Alessandria, tradotti rispettivamente nel 1993 e 1994, e avevano trasmesso l'immagine pulsante della città in cui al-Kharrat è cresciuto aggiungendo il suo punto di vista autoctono a una realtà conosciuta in Occidente unicamente per il suo aspetto cosmopolita narrato da Lawrence Durrell. Con I sassi di Bubillo cambia il paesaggio, ma non lo stile narrativo di Kharrat, di impronta surrealista e simbolista. Bubillo è la deformazione araba di Apollo, qui in relazione alle rovine di un tempio nei pressi del paese sul Delta del Nilo dove il protagonista adolescente trascorre le vacanze estive, vivendo momenti di grande passione ed entrando in contatto con i misteri della fede copta. Accanto alla descrizione del paesaggio in rapido mutamento ("quel borgo di campagna ormai disseminato di antenne tv e di videoregistratori"), risuona la scansione degli avvenimenti sociopolitici in una terra dalle molteplici datazioni ("anno 1637 secondo il martirologio copto - anno 7413 dalla creazione - anno 1913 dopo Cristo secondo il computo copto ed etiope - anno 1921 dopo Cristo secondo la chiesa di Roma - anno 1339 dell'Egira"). Lungo i sentieri dominati dall'onnipresenza dell'acqua, al-Kharrat arriva a disegnare, come scrive Leonardo Capezzone nell'introduzione, "l'Egitto postcoloniale, postnasseriano, postintegralista (speriamo tra breve), quel luogo del mondo in cui solo l'età post Umm Khaltum è inconcepibile", rendendo conto "di un mondo che si ritrova postmoderno senza essere stato moderno. Tuttavia sa bene che l'ironia è lecita, ma il disprezzo intellettualoide è veramente fuori luogo, forse perché l'Egitto è anche postfaraonico, postgreco, postgnostico, ma mai postalessandrino".

Elisabetta Bartuli