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Anno edizione: 2016
Anno edizione: 2016
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Dal vincitore del Premio Nobel per la Letteratura 2025.
Libro Finalista del Premio Gregor von Rezzori 2017 come migliore opera di narrativa stranieraFinalista Premio Strega Europeo 2017Vincitore del Man Booker International Prize 2016
«"Satantango" è un romanzo colossale: compatto, costruito con intelligenza, spesso esilarante e in possesso di una visione distinta e convincente.» – The Guardian
«Questa prosa inesauribile eppure claustrofobica, con la sua tessitura di frasi lunghe e dense, come corde tentatrici tese tra la banalità e l'apocalisse, assicura all'autore un posto nella tradizione europea di Beckett, Bernhard e Kafka.» – The Independent
Recensioni pubblicate senza verifica sull'acquisto del prodotto.
E' il più conosciuto romanzo di Krasznahorkai, ma forse non il migliore. In ogni modo raramente come nel 2025 il premio Nobel è stato assegnato ad un autore di elevatissimo valore. Mi sono avvicinato a questo autore per curiosità dopo l'assegnazione del Nobel e ne sono rimasto affascinato. Consigliato a chi non si lascia scoraggiare dalle frasi lunghe e ama la musicalità delle parole.
Libro ostico ma molto affascinante di cui consiglio la lettura con ritmo abbastanza serrato per non perdere l'effetto di irretimento che le sue pagine magmatiche trasmettono. É una di quelle opere che suscitano naturalmente un approfondimento talmente numerosi sono i simboli sottesi e le interpretazioni possibili. Tanto per cominciare la sua stesura risale al 1985 in Ungheria, a socialismo reale ancora imperante, pertanto una chiave politica risulta abbastanza immediata. Ma in questa vicenda di una cupezza assoluta, di un tempo immobile nella sua circolarità, non si può non estendere l'orizzonte ermeneutico alla condizione umana tout court, alle speranze frustrate, le disillusioni, lungo sentieri già percorsi in letteratura da grandissimi narratori del "non senso" come Beckett o Kafka. Lascia stupefatti come il racconto di un'attesa di due imbroglioni da parte di un gruppo di paesani di un complesso industriale in rovina dia adito a metafore e simbolismi così ammalianti, buon'ultima pure quella relativa all'atto creativo della storia da parte del suo autore/demiurgo (non aggiungo altro per non guastare il finale). Ho evitato per anni questo autore temendone l'inaccessibilità pertanto sono doppiamente lieto di essere stato smentito.
Satantango è un'opera intensa, complessa e affascinante, considerata uno dei capolavori della letteratura europea contemporanea. Scritto da László Krasznahorkai, il romanzo conduce il lettore in un paesaggio desolato dell'Ungheria rurale, dove una piccola comunità vive tra miseria, disillusione e attese senza futuro. La storia prende avvio dalla notizia del ritorno di Irimiás, una figura quasi leggendaria che molti credevano morta. La sua ricomparsa scuote gli abitanti del villaggio, alimentando speranze di riscatto e cambiamento. Da questo presupposto si sviluppa una narrazione corale che esplora le debolezze umane, i meccanismi del potere, l'illusione della salvezza e la difficoltà di sfuggire al proprio destino. Lo stile di Krasznahorkai è inconfondibile: periodi lunghi e ipnotici, descrizioni minuziose e un ritmo che richiede attenzione ma ripaga con una straordinaria profondità narrativa. L'autore costruisce un'atmosfera cupa e magnetica, in cui ogni dettaglio contribuisce a trasmettere un senso di inevitabile decadenza. Satantango non è una lettura semplice né immediata, ma è un libro che lascia un segno profondo. Attraverso personaggi memorabili e una visione lucida della condizione umana, il romanzo offre una riflessione potente sulla speranza, sull'inganno e sulla fragilità delle comunità. Un'opera impegnativa ma straordinaria, consigliata a chi cerca una letteratura capace di sfidare, coinvolgere e far riflettere a lungo dopo l'ultima pagina.
Recensioni
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Come nelle deragliatissime geografie antiumane di Ciprì e Maresco, che riemergono alla memoria anche per via dell’alchemico bianco e nero che nel 1993 Béla Tarr utilizzò nella sua trasposizione cinematografica, così nelle pagine acquitrinose di Satantango di László Krasznahorkai, il senso di un’apocalisse grottesca rende meno affezionati alla vita. La vicenda editoriale nostrana di questo romanzo straordinario è delle meno onorevoli: uscito in Ungheria nel 1985 solo nel 2016 Bompiani lo ha pubblicato in Italia – con la bellissima traduzione di Dóra Várnai – complice la fortuna che l’autore ha riscontrato negli Stati Uniti qualche anno fa. E proprio qualche anno fa giunse Melancolia della resistenza per le cure del meritorio, poi scomparso, editore Zandonai.
Nelle campagne infradiciate dalle piogge d’ottobre, in uno «stabilimento» ormai disabitato, un gruppo di «superstiti» che non si è accordato alla «fuga» generale quando i piani collettivisti sono falliti, sosta in attesa di un’epifania. «Vedrai, oggi succederà qualcosa», dice Futaki alla signora Schmidt. Nell’attesa, però, tutto va in rovina lentamente, con la stessa paziente metafisica dei ragni che tessono la loro tela su ogni oggetto della kocsma, la bettola dove sovente Futaki, il signore e la signora Schmidt, i Kráner, gli Halics, la signora Horgos, il fattore Kerekes, il preside e l’oste si ritrovano per ubriacarsi. Parlano di niente, nella cappa e nell’ebbrezza, si tradiscono, «stanno seduti in cucina, cagano nell’angolo, e ogni tanto guardano fuori dalla finestra, per spiare cosa fanno gli altri».
Tutto cambia, però, quando all’orizzonte appaiono Irimiás e Petrina, due «compari» dati per morti diciotto mesi prima. Irimiás, «mago» e dotato di una prodigiosa furbizia, è sempre stato capace di risolvere situazioni impossibili: la sua venuta è il segnale di una speranza rinnovata, il segno escatologico che la fine della sofferenza è vicina.
Schiacciati da una fine della storia, magistero tetro del post-socialismo, asserviti a un diritto di natura che è tanto sociale (tutti sono servi di qualcun altro: l’oste del fattore; il dottore del liquore, la sua palinka; Futaki della violenza di Schmidt; Irimiás e Petrina dal misterioso Capitano) quanto cosmico («Quando crediamo di esserci appena liberati, in realtà abbiamo solo aggiustato i lucchetti») i personaggi di Satantango vivono nella zona di faglia fra un tempo premoderno – nel quale si cerca la rigenerazione dell’illo tempore attraverso l’immersione nel caos, nell’orgia, nelle tenebre e nel diluvio – e l’avvento messianico di Irimiás, capace di spezzare «l’eternità dell’assoggettamento». Nel vuoto abissale che si spalanca tra il mito dell’eterno ritorno e la promessa evangelica di una resurrezione («urlò alle facce sorprese “RESURREZIONE!”, quando era ormai sicura di aver trovato la parola senza dubbio più adatta»), Kraszahorkai getta il suo sguardo.
Anche la ripartizione dei capitoli, in fondo, mima questa simmetria: a una prima parte arcaica ne sussegue una seconda messianica, senza che questa opposizione binomiale conosca una terza strada, una via di uscita, nonostante che le sia consacrato il sacrificio di un’innocente.
Per questi pastori erranti dell’Ungheria non c’è redenzione, né resurrezione, solo zone d’indicibile – come quelle dove esplodono le incredibili scene di levitazione e di spettri –, aree lontane anche spazialmente, dove la ragione umana arretra con scetticismo, dove il mistero si esibisce, ma niente cambia. Il carnevale parodistico di Kraszahorkai – che proseguirà nel successivo romanzo Melancolia della resistenza, incentrato su un circo – è un’immane tragedia che proprio recuperando una fiducia nelle forme e nelle strutture letterarie evita un generico scetticismo postmodernista e raggiunge luoghi di silenzio e di apnea dove non può abitare alcun umano. Al più qualche ragno.
Recensione di Filippo Polenchi.
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