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Vittorio Foa

Curatore: A. Ricciardi
Editore: Einaudi
Anno edizione: 2010
Pagine: XXVII-226 p. , Brossura
  • EAN: 9788806204105
Il curatore Andrea Ricciardi, biografo di Leo Valiani, definisce questo libro "un documento storico di grande rilevanza". Credo abbia ragione, anche se Vittorio, troppo piemontese da questo punto di vista, non avrebbe scelto queste parole per definirlo. Si tratta certamente di un Raccontarsi attraverso gli altri, come afferma il titolo dell'introduzione di Sesa Tatò, padrona di casa e, in notevole misura, regista di queste conversazioni, svoltesi in pieno Caf, tra il dicembre 1984 e il luglio 1985, oltre che moglie e compagna di Vittorio Foa, nella seconda e ultima fase della sua lunga vita di militante e di intellettuale. Non un'autobiografia, che Foa scriverà poi (Il cavallo e la torre, Einaudi, 1991; cfr. "L'Indice", 1991, n. 10), perchè non si limita a raccontarsi. Piuttosto conduce, stimola, si lascia interrogare ma, soprattutto, interloquisce con alcuni robusti e variegati interlocutori. Che, però, tutti hanno condiviso con lui, in diverse forme, fasi e misure, una comune sfera di pensiero e azione.
Chi sono, questi veri e propri coautori? Claudio Pavone, che stava portando a sintesi anni di lavoro sulla storia della Resistenza, mentre Giovanni De Luna si è dedicato allo studio di Giustizia e Libertà e del Partito d'Azione, esperienze fondanti nella milizia politica di Foa. Anche Carlo Ginzburg, ovviamente, è uno storico, ma che, come Pietro Marcenaro (militante politico, profondamente legato a quello che un tempo si chiamava movimento operaio, come Vittorio Rieser), aveva con Vittorio un rapporto che si potrebbe definire filiale. Tutti appartenenti alla più larga famiglia di coloro che, in cinquant'anni di storia d'Italia, si sono sempre rifiutati di scegliere tra eguaglianza e libertà, in questo senso radicali. Una famiglia, tuttavia, non larga a sufficienza per portare quella storia a lieto fine (come si esprime Sesa Tatò), ma capace di contribuire a quell'eterogenesi dei fini che costituisce uno dei fili conduttori del ragionamento di Vittorio Foa.
Qualcuno potrebbe avanzare il sospetto che la comune prospettiva storica e politica (anche di metodo, quello di interrogare il passato per comprendere il presente e intravedere il futuro) dei partecipanti possa avere in qualche maniera impoverito la qualità del dialogo, riducendo gli interlocutori di Foa a elemento reattivo alle sue interpretazioni. È vero che Vittorio, in sedi politiche e sindacali, come nessun altro sapeva esercitare una sorta di magia maieutica in cui la "vittima", presa sottobraccio, finiva per approdare alla sua idea, qualche volta al punto di crederla propria. Qui avviene l'opposto. Proprio le affinità liberano la discussione. Non si tratta di definire la conclusione di una riunione, ma di capire meglio. Capire tutti, certamente aiutando anche la cospicua personalità dell'ospite a fare i conti con la propria storia. Proprio l'intimità, soprattutto di alcuni (non a caso sono Carlo Ginzburg e la stessa Sesa Tatò nell'introduzione ad avere il ruolo di punta a questo proposito), consente, ad esempio, un'indagine condotta al limite della crudeltà sui rapporti di Foa, non solo di Foa, ma di tutto il socialismo italiano – la cui importanza egli non si stanca di richiamare – con lo stalinismo, con l'Unione Sovietica, con i comunisti italiani. Non sarà un caso, argomenta Sesa Tatò, se ha sposato due mogli entrambi comuniste. Foa in parte smentisce, in parte si difende, in parte si giustifica, sempre da par suo. "Per Togliatti – dice, – ho sempre provato una simpatia personale (…) La mia debolezza è di ammirare sempre ardentemente l'intelligenza e in lui l'intelligenza era tale che bastavano poche parole per intendersi". Soltanto un esempio, fra i tanti, dei toni e dei temi trattati in quella casa ospitale, a Grunuovo di Latina e, successivamente, a Formia, come anche chi scrive può testimoniare. Gian Giacomo Migone