Lo schiavista - Paul Beatty - copertina

Lo schiavista

Paul Beatty

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Traduttore: Silvia Castoldi
Editore: Fazi
Collana: Le strade
Anno edizione: 2016
In commercio dal: 6 ottobre 2016
Pagine: 369 p., Brossura
  • EAN: 9788876259418
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Lo schiavista

Paul Beatty

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Vincitore del Man Booker Prize 2016. Vincitore del National Book Critics Circle Award 2016.

Il caso culturale e letterario del momento. Un libro di strettissima attualità su quanto sta accadendo negli Stati Uniti. Una satira pungente sulla razza, la vita urbana e la giustizia sociale, un’esplosione di comicità, provocazione e prosa brillante da uno degli scrittori più audaci d’America.

«La più lacerante satira americana degli ultimi anni». - The Guardian

«Fra i più importanti e difficili romanzi americani del ventunesimo secolo. Un racconto feroce che i lettori non dimenticheranno mai». - Los Angeles Times

«Satira alla Swift di prima qualità. Pungente, sbalorditivo, da capogiro». - The Wall Street Journal

«Il romanzo americano più caustico e più cazzuto che io abbia letto da almeno dieci anni». - The New York Times

«Beatty supera se stesso e forse anche tutti gli altri. Divertentissimo e, come tutti i grandi, profondamente stimolante». - Booklist

«Un libro folle, meraviglioso, succulento». - Financial Times

«Se è vero che quando si osa parlare di razza compaiono paradossi ovunque, e se è vero che esistono nuove forme bizzarre di segregazione culturale, come se ne esce? Con l’onestà dello scrittore, Beatty ha chiaro solamente come non se ne esce, e ce lo mostra.»Paolo Giordano, La Lettura

«So che detto da un nero è difficile da credere, ma non ho mai rubato niente. Non ho mai evaso le tasse, non ho mai barato a carte. Non sono mai entrato al cinema a scrocco, non ho mai mancato di ridare indietro il resto in eccesso a un cassiere di supermercato».

Nato a Dickens - ghetto nella periferia di Los Angeles - il protagonista è rassegnato al destino del californiano della classe medio-bassa. Cresciuto da un padre single, controverso sociologo, ha passato l'infanzia fungendo da soggetto per una serie di studi psicologici sulla razza. Gli è sempre stato fatto credere che il lavoro pionieristico del padre sarebbe stato accorpato in un memoir che avrebbe risolto i problemi economici della famiglia. Ma quando il padre viene ucciso dalla polizia in una sparatoria, si rende conto che non esiste nessun memoir: l'unico lascito del genitore è il conto del funerale low cost. Fomentato da quest'imbroglio e dallo sfacelo generale della sua città, il protagonista si dà da fare per riparare a un altro torto subito: Dickens è stata letteralmente cancellata dalle carte geografiche per risparmiare ulteriore imbarazzo alla California. Dopo aver arruolato il più famoso residente della città - Hominy Jenkins, celebrità caduta in disgrazia -, dà inizio alla più oltraggiosa delle azioni concepibili: ripristinare la schiavitù e la segregazione nella scuola locale...
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    lucio

    10/03/2019 17:56:33

    Mesi fa ne avevo sentito parlare, così quando l'ho trovato in offerta l'ho acquistato subito. È un romanzo molto scorrevole, pieno di riferimenti alla cultura americana che, ahimè, a volte, essendo italiano, non ho potuto cogliere. La storia è originale, la tematica dell'essere neri è centrale e questa cultura viene spolpata con uno stile fresco e irriverente. Consigliato!

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    Iginio Petrussa

    16/07/2017 13:56:26

    E' un libro paradossale, destinato ad un pubblico americano e illeggibile per un lettore medio italiano. Il testo è talmente zeppo di riferimenti a persone e fatti della cronaca interna USA, che persino l'intento ironico (in alcuni spunti peraltro molto efficace) troppo spesso risulta non pervenuto. Fa perdere tempo.

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    Leonardo de Chanaz

    27/05/2017 05:29:23

    Inizia come un torrente in piena che ti travolge. Poi, affannosamente riesci a raggiungere la riva, ma il torrente continua sempre uguale a travolgere ogni cosa. Sono risalito sulla montagna. Abbandonato.

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    M.Berrini

    24/02/2017 16:19:58

    Libro molto bello e impegnativo. il problema razziale in America affrontato in modo inusuale, con grande ironia, giocando tutto sul paradosso. Pungente ma anche spassoso, spesso mi ha fatto sorridere ma soprattutto mi ha parlato di un problema che pare ancora lì, tutto da risolvere. Consigliatissimo.

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    Claudio

    19/12/2016 08:07:52

    Ho fatto fatica ad arrivare alle prime ottanta pagine. Avrà vinto premi speciali, ma non mi è per niente piaciuto.

Vedi tutte le 5 recensioni cliente

Intervistato sulla Paris Review Paul Beatty ha detto una cosa che lì per lì può lasciare perplessi: ha dichiarato che definire comico il suo libro è sbagliato e che se i critici parlano tanto dell’umorismo lo fanno per evitare di affrontare argomenti più seri. A pensarci meglio si tratta di un’uscita beattiana al cento per cento e, oserei dire, molto comica. Con la vittoria del Man Booker la frase è rimpallata di sito in sito (Wikipedia compreso) e se andate a controllare nelle recensioni de Lo schiavista (Fazi, trad. di Silvia Castoldi) che sono state pubblicate dopo c’è sempre qualche accorto passaggio-mani-avanti del genere: “Lo schiavista è un libro che fa ridere e piangere allo stesso tempo”, oppure “ma a guardare bene la comicità di Beatty è profondamente tragica”. Da parte di un libro che non fa altro che sezionare, setacciare, triturare la coscienza dell’uomo comune (“nero, bianco, marrone, giallo, rosso, verde o viola”), che ribalta ogni mattoncino costitutivo del conformismo politico, ogni stereotipo razziale-morale, ogni vieto postulato della ragion pratica, per un autore così dispettosamente sovversivo, solleticare il pudore etico della medietà fino a farlo uscire allo scoperto è davvero “il punto”, ed è quello che Beatty ha fatto anche nell’intervista.

Tutto questo in sé sarebbe già abbastanza serio, ma ne Lo schiavista ci sono anche contenuti e argomenti che potrebbero essere illustrati in un austero saggio di ‘critical race theory’. In questo senso rinviamo all’altro libro che ha fatto scalpore in questa fase post-fergusoniana e movimentista -di cui tra l’altro abbiamo parlato su Linus di settembre- ovvero Tra me e il mondo di Ta-Nehisi Coates. Quanti commentatori forti di quella lettura si sono erti dai loro loculi social a condannare le ingiustizie razziali? Be’ difficilmente riusciranno a farlo con questo libro senza suonare falsetti. Nessuno spazio per lo sdegno moralista, nessuna speranza per la sussunzione del politically correct: qua si tratta di roba molto più instabile. Anche perciò mi sembra un’ottima lettura questa storia strampalata di un cittadino nero in un distretto immaginario di L.A. che fa il coltivatore (tra le altre cose di angurie cubiche e marijuana) e che finisce per ristabilire la segregazione razziale con buoni risultati. In mezzo s’incontrano personaggi splendidi, situazioni surreali e una satira così imprevedibile che l’intelligenza del lettore traballa, viene astutamente aggirata, crolla, e ciò che resta è quello scarico di energia montante dal diaframma alla cavità orale che chiamiamo riso. Ogni tanto i riferimenti sfuggono, a volte non stiamo dietro al narratore, come con certi stand-up comedian americani (direttamente evocati nel memorabile finale del libro) la raffica è troppo serrata, perdiamo il ritmo e ci blocchiamo nel flusso di frasi e freddure come: “Ne ho avuti anchio di registi che mi dicevano: ‘Abbiamo bisogno di più nero in questa scena. Puoi farla più nera?’. Allora tu gli dici: ‘Vaffanculo, razza di stronzo razzista!’. E loro: ‘Esatto, non perdere questa intensità!’». Ma questa è l’ultima delle difficoltà, perché lo schiavista è effettivamente un libro difficile.

Se è vero come dice ancora Beatty in quella intervista che “a volte uno ride per non piangere, a volte uno ride per non sparare”, noi lettori bianchi, occidentali ecc. potremmo e anzi dovremmo domandarci al posto di cosa stiamo ridendo. La mia impressione è che si tratta di un riso-repulisti, un riso che fa tabula rasa: Lo schiavista ti fa ridere e poi ti fa sentire in colpa perché hai riso, per poi farti ridere anche di questo senso di colpa, e così via. Fino al momento di cominciare a ragionare.

Recensione di Carlo Mazza Galanti

Se non conoscete Paul Beatty, leggetevi Lo schiavista perché potrebbe restare il suo libro migliore, nonchè uno dei migliori romanzi americani degli ultimi anni (è finalista al Man Booker Prize, e il 25 ottobre 2016 scopriremo se ha vinto).

Potete prenderlo come la trascrizione in forma letteraria di uno show di Louis C.K. fatto da un afroamericano, o se avete smanie da filologi potete divertirvi a scovare tutti i riferimenti più o meno occulti. Insomma, leggetevelo come vi pare, e trovateci pure quello che volete: il nuovo Roth, il nuovo Swift, il Kraus americano, uno Zizek romanziere, o semplicemente uno scrittore bravissimo in grado di spostare parecchi chilometri più in là l’orizzonte asfittico e auto-celebrativo di un’ironia politicamente scorretta da social media, perché l’abilità di Paul Beatty – che è molto più di un’abilità, è il dono di uno scrittore – è sfondare le regole stesse dell’ironia e dei suoi bersagli.

Con Lo schiavista assistiamo al processo del protagonista di fronte alla Corte Suprema per aver ristabilito la schiavitù come esperimento sociale in un ghetto alla periferia di Los Angeles. Beatty non si limita a mettere in crisi l’accorata pantomima dei diritti civili – una nuova forma di religione più castrante della peggiore Inquisizione – ma ha l’audacia spietata di trasformarla in un paradosso distopico, senza però il salvacondotto della catarsi. Voto 5/5

Recensione di Veronica Raimo

  • Paul Beatty Cover

    Paul Beatty è nato nel 1962 a Los Angeles. Ha studiato Scrittura creativa al Brooklyn College e Psicologia alla Boston University.È stato il primo scrittore americano ad essersi aggiudicato, nel 2016, il Man Booker Prize con il romanzo The Sellout (tradotto in Italia da Fazi editore con il titolo Lo schiavista), una satira feroce e geniale sulla razza e la giustizia sociale. Secondo la storica Amanda Foreman, che presiedeva la giuria, il libro «raggiunge il centro della società americana contemporanea con feroce umorismo, un’ironia tagliente che si può trovare nelle opere di Jonathan Swift o Mark Twain». Per lo stesso titolo vince anche il National Book Critics Circle Award nel 2015. Tra gli altri romanzi usciti in Italia ricordiamo:... Approfondisci
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