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Schiuma. Il romanzo della «Feccia» turca

Feridun Zaimoglu

Traduttore: A. Orsi
Editore: Einaudi
Anno edizione: 1999
Pagine: 159 p.
  • EAN: 9788806151904
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recensioni di Janigro, N. L'Indice del 1999, n. 10

Prima solo fatti e poi rapidamente disfatti, abitano ospedali, manicomi, galere, un giorno sono fichissimi il giorno dopo fottutissimi, non sono né apocalittici né integrati - semplicemente alterati. Non aspirano, non rimpiangono, riempiono lo spazio di cittadine di provincia in cui si orientano fra i luoghi dello spaccio, i quartieri a luci rosse e le sale dei videogiochi. Non hanno un passato alle spalle - il paese natio è solo una sorta di beauty farm in cui si va per ricostituirsi dopo un'overdose. Il futuro sanno già che per loro è a rischio: infatti, la prima storia che Ertan Ongun ci racconta nella sua testimonianza raccolta da Feridun Zaimoglu è il funerale di un amico. Di cui osserva ogni particolare. Tanto per abituarsi.

Sono tanti i modi possibili di leggere Schiuma. Manuale di sopravvivenza? Modello della nuova, umorale, violenza che attraversa le nostre metropoli orizzontalmente divise in zone: sociali, razziali, generazionali? Oppure testo scritto di storie che conoscono di solito solo la forma orale, materiale prezioso per gli antropologi. Quelli come Marc Augé, il quale trova il "nuovo mondo" nelle città popolate da tutte le tribù del pianeta. Perché è qui che, ogni giorno, vediamo la nostra realtà "unificata" e, insieme, inesorabilmente "plurale". È qui che si pone l'insostenibilità dell'incontro con l'altro, un susseguirsi di shock, come per gli indiani l'incontro con l'uomo bianco.

Curiosamente, proprio i canachi, una popolazione neocaledoniana che gli etologi hanno molto studiato (ne parla anche Franco Fornari nei suoi studi sulla guerra), sono diventati il sinonimo del modo sprezzante usato in Germania per definire gli immigrati.

Ma per Ertan, e quelli della sua gang, la differenza delle culture, le difficoltà dell'integrazione, i dilemmi della comunicazione, sono tematiche "da signorine" e da "stronzi altolocati" - giornalisti, sociologi, giudici, avvocati. Sono tematiche che loro, albanesi jugoslavi turchi, che vivono "sulla strada", spazzano via insieme al sangue di quelle merde dei poliziotti. Gli unici tedeschi con cui siano davvero in contatto.

Nonostante le parolacce, le scazzottate e gli accoltellamenti, non è davvero detto che "loro" vogliano provocare "noi". Anche questo pare un problema del tempo che è stato. Ertan e i suoi compagni, per i quali la Germania è solo un comando di polizia - non diversamente da come, per molti altri, l'Italia è solo una questura -, vogliono unicamente essere lasciati in pace. Né pensano certo di essere nella condizione di poter rivendicare qualcosa: sono il trash pronto per essere spettacolarizzato.

I diritti umani sono un'altra di quelle cose da dimenticare, mentre ci si organizza per fumare e smerciare roba anche in cella. Faccia da turco, che Günter Wallraff pubblica nel 1985 (Pironti, 1986, 19922), certo nessuno l'ha più letto, ma i reportage-denuncia delle condizioni di lavoro degli immigrati parlano di un'altra epoca. I figli e i nipoti di "quei" turchi non hanno molte chance di inserirsi nel mercato del lavoro - in Germania attualmente pressato dai tedeschi dell'ex Est, sempre più disperatissimi slavi jugo- e non. Il business però c'è e li chiama, perché ogni cittadina che si rispetti ha ora una sua economia parallela, che non prospera più solo negli interstizi del capitalismo avanzato.

La solidarietà di banda riesce a superare divisioni etnico-politiche che fanno i morti nel paese d'origine. Il conflitto fra turchi e curdi per Ertan è poco più di una seccatura, un attimo di tensione subito sopraffatto dagli equilibri malavitosi. (E, a guardare bene, anche il tragico conflitto inter-jugoslavo non ha prodotto all'estero sanguinosi scontri. Certo, ad esempio proprio in Germania, serbi e albanesi abitano già "divisi"; ciononostante a Vienna, dove la comunità serba è molto numerosa, ma sono presenti anche tutti gli altri, c'è stata solo qualche scazzottata. I regolamenti di conti veri, quelli con i killer e il cadavere per terra nel locale, sono accaduti, dappertutto, fra gruppi mafiosi rivali, che badano però molto poco alle appartenenze e scavalcano la purezza etnica).

Sono la droga e il sesso, i soldi e la violenza, i numeri di questa ruota della fortuna che vince chi sopravvive - e sopravvive il più forte, chi è sempre pronto a braveggiare più degli altri. A rispettare un codice d'onore che impone di pagare e di far pagare i debiti, di non chiamare il medico quando si sta per morire dissanguati, di picchiare sempre più duro dell'avversario. Così, per non mostrarsi mai deboli, si sta al limite di uno stato psicotico, gonfi di birra e di pasticche. Come se si dovesse partire per la guerra.

La gerarchia del gruppo la decide il grado di spietatezza dei singoli, ma questi eroi da discoteca mantengono anche una certa disciplina comunque necessaria a chi vuole essere il più "cattivo". L'unica sensazione che offre prese di realtà è l'aggressività: che colpisce amici e nemici, locali e oggetti, donne e animali domestici. Ertan sperimenta il suo potere di distruzione anche sul suo criceto.

Ma è proprio la voglia di spaccare tutto, di farsi tutto, che avvicina questi giovani di strada al giovane (tedesco, inglese, italiano...) modello. Gli eccessi e la gratuità di questa violenza, che nobilita la "feccia" e motiva il "normale", si uniscono al nuovo che avanza. Solo che, per i "canachi", vivere di Shopping and Fucking - come suona uno dei titoli della drammaturgia dei neoarrabbiati britannici - non è una delle tante scene di pulp fiction, è l'unica realtà.

E la loro forza di attrazione sta proprio in questo: nell'apparente inesauribile linfa vitale che non conosce misura né diete, che è sempre disponibile, come il loro sangue, a sgorgare, a riportare ciò che vediamo sempre lì sullo schermo di nuovo sull'asfalto di anestetizzate comunità. Perché loro sono capaci di sistemare le cose da soli, mentre noi abbiamo bisogno di istituzioni e leggi. Loro sono la natura, noi la cultura.

Proprio dalla tensione creata da questi due poli sempre più spesso viene immaginato l'Incontro Impossibile. Nel luogo dove fra noi, i locali, e loro, gli stranieri, avviene quotidianamente: fra le pareti di case che noi sporchiamo e loro puliscono. Così, forse non troppo stranamente, L'assedio di Bertolucci anche di questo parla, e un altro film apparentemente lontano (ambientato all'inizio del secolo) come La balia di Bellocchio ripropone la lacerazione fra un mondo esangue e uno vitale - le protagoniste dei due film quasi si assomigliano. E uno dei più noti scrittori svedesi contemporanei, Lars Gustafsson, dedica a questo tema il suo ultimo romanzo, La clandestina (Iperborea, 1999). Lui è un pubblicitario cosmopolita, lei è la sua colf colombiana: mondi che scorrono come due rette parallele. Il contatto con l'Estranea che strofina e sconfina può rappresentare quello shock. Come la lettura di Schiuma?


recensioni di Mobiglia, S. L'Indice del 1999, n. 10

Un giovane turco nato in Germania, piccolo delinquente, spacciatore e tossicodipendente, si racconta in galera, davanti a un registratore, a uno scrittore turco tedesco come lui: ha letto il suo primo libro, Kanak Sprak, si è riconosciuto in quel mondo di figli di immigrati senza cittadinanza e senza legami col mondo d'origine, e gli ha offerto a suo modo la sua storia ("Ti do della roba buona. Sei il mio spacciatore. Vai a venderla!"). Cresciuti entrambi, con dieci anni di distanza, nel ghetto di Kiel, Ertan Ongun, il protagonista del romanzo-documento "della 'feccia' turca", e il suo ormai affermato scrittore sono uno specchio della variegata presenza turca in Germania e delle divaricate traiettorie percorribili nel contesto della società multietnica.

Il diario-reportage dal mondo dei "canachi" - termine spregiativo corrente in Germania per indicare gli immigrati, ma anche assunto in proprio dai medesimi per esaltare una diversità rivendicata - ha come scenari i luoghi deputati dell'immaginario trash e dello squallore metropolitano: bordelli, carceri, commissariati, obitori, manicomi, sale da gioco, pompe di benzina, discoteche fanno da sfondo al susseguirsi vorticoso di storie di risse e di coltelli, di sesso e di droga, di piccoli furti e bravate della notte, fra cui il protagonista-narratore, dietro una maschera da duro un po' sbruffone, rincorre il bandolo della propria esistenza. È un lungo monologo che si scompone in frammenti di memoria, cronache sospese in un tempo discontinuo, episodi brevi e conchiusi che hanno l'impatto seriale e aggressivo di un fumetto pulp e scorrono sulla pagina al ritmo martellante di una musica rap, fitta di parole senza il respiro di un a capo.

Il carattere della "turchità" appare in fondo accessorio nelle storie del protagonista e della sua etnica compagnia di balordi: sono storie di ordinaria marginalità metropolitana, di degrado affluente, risacche di "schiuma" depositata ai bordi del consumismo opulento in cui si mescolano, e magari si scontrano, immigrati e autoctoni, in una quotidianità vuota di senso e riempita di gesti trasgressivi e coatti, nell'alternativa secca tra "fottere e essere fottuti", come va ripetendo il giovane Ertan. Viene in mente il microcosmo interetnico delle periferie parigine descritto dal regista franco-polacco Kassovitz nel film L'odio, fortemente consonante anche nel linguaggio e nel montaggio cinematografico.

E come la Turchia è citata, senza nostalgie, solo per qualche breve soggiorno come luogo della droga a buon mercato, anche la Germania in Schiuma è un paesaggio astratto, potrebbe essere qualunque non-luogo suburbano del mondo ricco. In modi non dissimili - per citare un altro noto esponente della Ausländerliteratur in lingua tedesca, Jakob Arjouni -, ci si sente vicini a Los Angeles nella Francoforte delle imprese di Kemal Kayankaya, il detective turco dal piglio alla Marlowe da lui creato in una fortunata serie di gialli, a conferma di una vocazione agli incroci cosmopoliti, anche nella mimesi di generi e stili, della ormai consistente produzione letteraria della diaspora turca.

Zaimoglu sceglie la maniera postmoderna delle cronache dai ghetti, globalizzata dai film di Spike Lee e dai romanzi di Hanif Kureishi. Ma la connotazione locale, la doppia e straniata appartenenza dell'immigrato, si dichiara con forza nell'impasto linguistico del racconto, un tedesco gergale infarcito di continue commistioni turche fra cui ci guida in una nota l'ottima traduttrice, che ha opportunamente evitato ogni tentazione dialettale o corriva in un efficace italiano basso parlato, conservando tracce turchesche in un paio di espressioni ricorrenti, schegge spigolose di una irrisolta alterità.

Zaimoglu rifiuta il dato folklorico nel rappresentare la realtà dell'immigrazione. Intervistata di recente da Alessandra Orsi su "Tuttolibri" (10 giugno 1999), respinge l'idea che "le culture si costruiscano in modo orizzontale così come in certe vie trovi, uno dopo l'altro, i vari ristoranti etnici, il greco, il thailandese, il cinese" e che "le comunità di immigrati siano uniformi". "Bisogna combattere", aggiunge, "l'idea di 'minoranza etnica' come se si trattasse di un orto con frutti esotici: il giardino delle etnie è una selva!".

Nell'adesione veristica alle contaminazioni dei gerghi metropolitani Zaimoglu intende cogliere una realtà in movimento, quel processo di faticosa formazione di identità commiste che cerca l'uscita dal ghetto e una cittadinanza condivisa. Schiuma è il ritratto di un'assimilazione autodistruttiva e rabbiosa alla deriva degli sbandati e, anche se il retro di copertina - come si conviene alla collana "Stile libero", a caccia di un pubblico di lettori splatter - parla di "una narrazione che pompa adrenalina come un film di John Woo", il libro non favorisce identificazioni eroiche (o antieroiche) con la mitologia guerriero-picaresca del protagonista, ma lascia il sapore amaro di una vicenda di esclusione. Che l'autore sia un giovane scrittore turco testimonia tuttavia l'altra faccia dell'integrazione fuori dai ghetti: ne è un segnale il successo del libro, che in Germania è diventato un best-seller, e da cui il regista Lars Becker ha già tratto un film (Kanak Attack ne è il titolo annunciato).

Recensioni dei clienti

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    mr

    20/11/2003 19.42.25

    E’ proprio violenta e dura la vita di Ertan Ongun, giovane emigrato turco in Germania. Non sembra che egli abbia tanta voglia di lavorare quanto di iniziare una sua personale guerra contro il mondo che lo circonda e principalmente con i tedeschi che rappresentano per lui un nemico. La sua guerra personale racchiude tutte le peggiori infamie che si possono fare, per una promessa al padre si rifiuterà solo di fare il “magnaccia” per una ragazza che si era offerta. Droga (di tutti i tipi e di tutti gli usi), prostituzione a tutti i livelli, risse furibonde con skin heads e con altri gruppi di emigrati, gioco d’azzardo, furti, omicidi, mafie … … e via dicendo. Ertan ci è dentro in tutti, ma lui è bravo, veramente molto bravo, da solo riesce a combattere i suoi nemici. Ertan è molto forte, bello e coraggioso. Non ha paura di nulla, furbo e anche fortunato è un personaggio vero, non simpatico, ma sicuramente onesto con gli amici che potevano contare su di lui. Nel suo mondo era qualcuno, indipendente e “fuori di testa”, e lui non faceva proprio nulla per uscirne. Salvo alcuni tentativi di disintossicazione, egli accetta pienamente quel mondo, non ne fa un morale, sa che ci deve essere e contro deve lottare, siano altri spacciatori, sia la polizia. Alla fine, cederà, ma solo perché la cattiveria del mondo lo ha stancato. Egli vuole solo stare tranquillo, non vuole far parte più di nessun mondo: “Mi sono stufato”. Oltre ad Ertan il libro ha una corale rappresentazione di tanti personaggi che appaiono velocemente solo per una breve storia ma che hanno tutti una loro importanza e molto spesso una loro violenta vita molto spesso “schifosa” e senza futuro. Ma Ertan un futuro lo ha trovato, molti sono morti (overdose, assassinati) ma questa è la futura generazione che tutti i paesi occidentali dovranno affrontare. Il confronto con questo mondo crea tanti problemi, oltre ad un aggravio di violenza e di ordine pubblico si crea anche tanti problemi sociali, politici, economici e di razzismo che tutti noi oramai conoscia

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    Mario LEARNT

    23/06/2000 19.52.24

    Il romanzo di Feridun ZAIMOGLU, scrittore turco da sempre vissuto in Germania, ha la struttura giornalistica di una intervista a schema libero, in cui, in prima persona, il nostro protagonista, Ertan ONGUN racconta una dopo l’altra le sue esperienze da reietto della società tedesca, membro dello strato più infimo della comunità di turchi che affollano le periferie delle più importanti città industriali della Germania (la cui prosperità proprio I lavoratori turchi hanno contribuito a far nascere), non importa quale, tutte uguali nella loro conformità ai riti della post-industrialità. ZAIMOGLU, ovviamente, utilizza la lingua tedesca per la stesura del libro (anche se inframmezzata da moltissime espressioni, intraducibili, turche) e la traduttrice, la brava Alessandra ORSI, nella sua prefazione al libro azzarda un paragone tra una scritta in nero rimasta per alcuni giorni sulla facciata di una casa di Berlino in un quartiere turco nei mesi in cui erano state incendiate alcune abitazioni di immigrati ed una ipotetica chiave di lettura del romanzo “Maneggiare con cautela. Materiale altamente infiammabile”. La spiegazione di questo iperbolico confronto si basa sul fatto che effettivamente la storia -vera- di Ertan ONGUN può essere paragonata a materia incandescente, proveniente dalle viscere di quella generazione di tedeschi per nascita ma non per passaporto, figli degli ultimi immigrati che la nazione aveva chiamato per ricostruire i suoi paesi dopo la furia della guerra (lo stesso tema è stato ripreso, con riferimento ai gruppi etnici ex Commonwealth, per rappresentare il disagio di una famiglia di pakistani a Londra nel film “East is East”). E questa generazione non sta più nè da una parte nè dall’altra, non più turca ma nemmeno tedesca, sopravvivendo ai margini della società ed imboccando spesso strade in discesa. Il soprannome con il quale questi turchi di Germania si sentono spesso chiamati (ed ormai quasi si chiamano fra di loro, a ribadire un razzismo al contrario) è quello di canaco, in origine il termi

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